TikTok potrebbe presto scomparire dai cellulari di tutti i cittadini statunitensi. Venerdì 6 dicembre la Corte d’Appello di Washington ha respinto il ricorso del social cinese contro una legge che imponeva alla sua società madre, ByteDance, di vendere l’applicazione, pena essere vietata negli Stati Uniti.
Il Congresso aveva fissato il 19 gennaio del 2025 come data per l’attuazione della suddetta legge, approvata a larga maggioranza in aprile. Rimane dunque poco tempo a ByteDance per prendere una decisione contro l’azione legale, che, a detta dei giudici della Corte, non viola il primo emendamento della Costituzione americana, ovvero il diritto alla libertà di espressione.
La legge non avrebbe infatti alcun effetto sui contenuti pubblicati sull’applicazione, ma vuole solo porre rimedio al controllo di TikTok da parte di un’entità non americana, e alla possibile raccolta di dati di cittadini statunitensi a opera delle autorità cinesi, si legge nella decisione presa dai giudici.
Quanto è successo è l’ennesimo, e forse l’ultimo, atto della diatriba in corso tra TikTok e le autorità statunitensi. La storia inizia nel 2020, quando l’allora presidente Donald Trump emise un ordine esecutivo per bloccare l’applicazione negli Stati Uniti, dando a ByteDance 90 giorni per vendere i propri asset nel Paese. La decisione fu tuttavia annullata dai tribunali e infine revocata da Joe Biden l’anno dopo.
A gennaio del 2023 TikTok propose un piano da 1,5 miliardi di dollari chiamato Project Texas per spostare tutti i dati dei cittadini americani nel cloud di Oracle negli Stati Uniti, in modo da tamponare i problemi di privacy e sicurezza che preoccupavano i legislatori americani. Il piano non riuscì però a convincere il Congresso, che votò per bocciarlo.
Il mese dopo, a febbraio, l’amministrazione Biden vietava l’applicazione cinese su tutti i dispositivi utilizzati dai dipendenti federali, mentre a marzo l’Fbi e il Dipartimento di Giustizia avviavano un’indagine fondata su un’accusa secondo la quale TikTok avrebbe spiato alcuni giornalisti americani, precisamente di BuzzFeed e del Financial Times.
A monte di una sempre maggiore preoccupazione da parte delle autorità statunitensi, Shou Zi Chew, il Ceo di TikTok, fu chiamato lo stesso mese a deporre davanti alla Commissione per l’energia e il commercio della Camera dei rappresentanti circa i rischi che l’applicazione rappresentava per i cittadini americani e i possibili rimedi.

Tik Tok: uno strumento d’intelligence nelle mani della Cina
Il colloquio di cinque ore di Chew davanti ai legislatori americani toccò molti punti. Alcuni, in particolare, sono in grado di spiegare perché gli Stati Uniti vogliono vietare l’applicazione cinese.
Al di là di questioni come l’elevata dipendenza che TikTok crea negli utenti più giovani, insieme ai rischi connessi alla salute mentale e alla disinformazione, è l’utilizzo dei dati dei cittadini americani da parte di ByteDance il vero problema per gli States.
A proposito, il procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, parlando della sentenza della Corte d’appello di Washington, ha detto che si tratta di «un passo importante per impedire al governo cinese di usare TikTok come arma per raccogliere informazioni sensibili su milioni di americani, manipolare segretamente i contenuti forniti al pubblico americano e minare la nostra sicurezza nazionale».
TikTok ha ripetutamente negato di aver trasmesso informazioni sensibili al governo di Pechino o che il Partito comunista cinese abbia qualche sorta di controllo sull’applicazione.
Le autorità americane, tuttavia, non si fidano del fatto che un’applicazione di proprietà di un rivale strategico come la Cina possa avere accesso ai dati dei 170 milioni di iscritti all’app negli Stati Uniti.
Già all’inizio di quest’anno, il Dipartimento di Giustizia ha affermato che alcuni dati degli utenti statunitensi di TikTok erano effettivamente stati archiviati in Cina, e anche le parole di Chew nel 2023 davanti alla Camera confermano questo fatto.
L’imprenditore cinese ammise come i dipendenti di ByteDance, fino all’implementazione del Progetto Texas, avrebbero avuto accesso ai dati degli iscritti all’applicazione.
Le informazioni a cui può accedere Tik Tok, e come lui i social americani come Instagram, Facebook e WhatsApp, hanno comunque un valore relativo.
L’applicazione non intercetta informazioni segrete e custodite da poche persone, ma rileva l’inclinazione generale della popolazione, specialmente quella più giovane, in relazione a determinate questioni politiche e sociali, ma può anche agire come strumento per complesse psyops.
Per esempio, il report del think tank americano Ccp Bio Threats Initiative, “TikTok Operations in the United States: Unveiling Strategic Moves, Scientific Insights and What Lies Ahead”, afferma come la Cina voglia utilizzare TikTok per promuovere la sua ideologia e le sue narrazioni in tutto il mondo – a partire dai giovani negli Stati Uniti.
Attraverso l’esposizione a brevi video, Pechino punterebbe a “favorire una visione del mondo più incentrata sulla Cina”, si legge nel rapporto.
I social media possono fare anche da sofisticata arma psicologica, ma soprattutto fungere da strumento di spionaggio, che intercetta gli umori delle masse ed è in grado di offrire un identikit preciso di ogni utente.
D’altronde, come spiegato nel docufilm “The Social Dilemma”, che si occupa di esaminare la diffusione dei social nel mondo contemporaneo, «se non stai pagando per un prodotto, il prodotto sei tu».
Per questo stesso motivo i social americani sono vietati nelle principali potenze che si trovano in competizione con Washington, che preferiscono sviluppare versioni domestiche delle stesse applicazioni. Spesso, come nel caso di VKontakte – definito il “Facebook” russo – queste sono del tutto simili alle prime, ma fuori dal controllo del loro principale rivale.

Tik Tok sarà bandita negli Stati Uniti?
A seguito della sentenza della Corte d’appello di venerdì, TikTok ha dichiarato che si rivolgerà alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Anupam Chander, professore di diritto e tecnologia alla Georgetown University, si aspetta che la corte alla fine decida di prolungare il futuro di TikTok negli States, congelando la legge approvata dal Congresso ad aprile e passando la palla alla nuova amministrazione repubblicana.
La deadline per ByteDance per adeguarsi alle disposizioni della legge rimane il 19 gennaio 2025 – il giorno prima dell’insediamento di Donald Trump come presidente – Biden potrebbe estendere la scadenza di 90 giorni.
Anche se ciò non avvenisse, tuttavia, Trump potrebbe comunque bloccare l’applicazione della legge, chiedendo al Congresso di abrogarla o facendo pressione al Dipartimento di Giustizia affinché non la applichi.
Entrambe queste decisioni rappresenterebbero comunque un rivolgimento rispetto alla posizione assunta da Trump durante il suo primo mandato, quando si schierò apertamente contro l’applicazione cinese. Adesso il tycoon sembra averci ripensato.
Durante la sua campagna elettorale ha infatti dichiarato che non avrebbe vietato TikTok al suo ritorno alla Casa Bianca, nel tentativo di preservare la concorrenza in un mercato dominato da Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, descritto in passato come un “nemico del popolo” da parte di Trump.
Questa inedita e improbabile “alleanza” tra Trump e TikTok risiede proprio nel risentimento che il primo coltiva verso le piattaforme social mainstream.
Queste sono spesso state accusate dai repubblicani di favorire narrazioni e figure politiche legate all’establishment democratico, avversando quindi il pensiero di outsider, come lo stesso Trump, o le idee della destra radicale, come quelle rappresentate dal movimento Maga.
Una vicenda simile la si può vedere in questi giorni riguardo alle elezioni in Romania. Il candidato conservatore Călin Georgescu ha vinto il primo turno delle presidenziali – sebbene ora la Corte costituzionale abbia annullato il risultato – grazie anche a un’abile campagna di promozione su TikTok, social che, a quanto pare, conferisce una discreta visibilità anche a contenuti politici considerati dai più come “estremisti”.
Secondo la Commissione europea, che ha inviato a TikTok una richiesta urgente di informazioni, l’improvvisa ascesa di Georgescu è il risultato di un’azione coordinata artificialmente per manipolare e sfruttare l’algoritmo dell’applicazione cinese.
Non si tratterebbe quindi di una vittoria genuina, ed è anche per questo motivo che la Corte suprema del Paese ha deciso di annullare, dietro imbeccata dell’intelligence, il risultato delle elezioni.
Questa vicenda dimostra che, come gli Stati Uniti, anche le autorità europee risentono della crescente competizione tra la Cina e l’Occidente. È dunque verosimile che i Paesi dell’Unione Europea – anche su pressione americana – seguiranno a stretto giro l’esempio di Washington se quest’ultimo decidesse di vietare definitivamente TikTok.
D’altronde, difficilmente negli Stati uniti la protezione dell’interesse e della sicurezza della nazione non ha la meglio su egoistici calcoli di politica interna.
Trump, secondo alcuni, potrebbe quindi solamente rimandare quello che Washington dovrebbe assumere come un dovere di sicurezza interna, ovvero quello di vietare per sempre TikTok negli Stati Uniti.
Immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:TikTok_app.jpg; immagini presenti nell’articolo: 1) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Shou_Zi_Chew_at_EC_%282023%29.jpg; 2) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:ByteDance_1733_Commercial_Space_%2820240731145554%29.jpg


A