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Draghi al capolinea, perché i governi italiani durano così poco?
Bicameralismo paritario, legge elettorale e assenza di correttivi: il presidente del Consiglio è un lavoro precario

Bicameralismo paritario, legge elettorale e assenza di correttivi: il presidente del Consiglio è un lavoro precario

Lo scorso 14 luglio, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che per il momento le ha respinte. Resta tuttavia molto probabile che l’esperienza di questo governo sia giunta al termine. Insomma, anche questo esecutivo rischia di durare poco più di un anno, un periodo in linea (anzi, superiore) con la durata media dei governi italiani. La cronica instabilità politica del nostro Paese non è però un caso né è esclusivamente frutto della scarsa responsabilità della nostra classe politica: deriva invece da un particolare quadro istituzionale.

Un unicum mondiale

Al momento della stesura della Costituzione tra il 1946 e il 1947, l’Italia era appena stata sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale e veniva da un ventennio di dittatura fascista. L’interesse delle potenze vincitrici e dei padri costituenti convergeva dunque nel prevedere per il nostro Paese un ordinamento con un esecutivo debole. Per fare ciò scelsero un insieme di caratteristiche che è un unicum mondiale:

Bicameralismo paritario – I governi italiani devono avere la fiducia di entrambi i rami del Parlamento: Camera dei Deputati e Senato. Questi svolgono lo stesso compito, ma sono eletti in modo diverso: il Senato è eletto per Costituzione su base regionale, mentre la Camera no. Inoltre, fino ad ora il Senato è stato eletto dai cittadini con età superiore ai 25 anni, mentre la Camera a partire dai 18enni.

È stato dunque molto frequente per i governi avere difficoltà in una sola camera (solitamente il Senato), proprio perché questa era scelto da persone diverse in maniera diversa. A partire dalle prossime elezioni però qualcosa cambierà: nel 2021 è stata modificata la Costituzione e anche i 18enni potranno eleggere i senatori.

Legge elettorale proporzionale – Per tutta la cosiddetta Prima Repubblica (dal 1946 al 1993), l’Italia ha avuto una legge elettorale proporzionale. Questo significa che la percentuale di voti ottenuta alle elezioni corrispondeva a quella degli eletti in parlamento. È un sistema molto democratico, ma formare maggioranze in questo modo è complicato.

A partire dal 1993, la legge elettorale è stata cambiata più volte. Oggi è in vigore il cosiddetto “Rosatellum”, che prevede un’elezione in cui grossomodo due terzi dei parlamentari sono eletti con il proporzionale e un terzo con il maggioritario. Quest’ultimo sistema, tipico dei Paesi anglosassoni, prevede che il territorio nazionale sia diviso in collegi elettorali: in ognuno di questi il candidato che ottiene più voti è eletto in parlamento. Questo metodo favorisce la governabilità perché premia i partiti più forti o radicati territorialmente. L’idea dietro il Rosatellum era quella di cercare di ottenere i benefici di entrambi i sistemi, ma alle elezioni del 2018 questo non è avvenuto.

Elezione indiretta – A differenza di altri Paesi, il capo del governo in Italia non è eletto dai cittadini. Questi scelgono i parlamentari, che danno fiducia a un esecutivo guidato da una persona scelta dal presidente della Repubblica. Se l’esito elettorale è chiaro, il capo dello Stato è di fatto obbligato a nominare una figura scelta dalla coalizione vincitrice, ma se invece l’esito è incerto l’inquilino del Quirinale ha ampi margini di discrezionalità.

Il presidente del Consiglio dei Ministri italiano poi ha meno poteri degli altri capi di governo europei: è sostanzialmente un primus inter pares, che sceglie i ministri (e devono essere approvati dal presidente della Repubblica), ma non ha nemmeno il potere di licenziarli. Nulla a che vedere per esempio con il premier britannico, che fino a pochi anni fa poteva decidere di sciogliere il parlamento.

Pochi correttivi –  In questo quadro di grande controllo dei poteri del governo, non sono stati previsti grandi correttivi per controbilanciare. Nel nostro ordinamento per esempio non c’è la sfiducia costruttiva, prevista in sistemi parlamentari come Germania e Spagna. Con questo istituto, per far cadere un governo è necessario averne pronto uno che lo sostituisca, evitando le cosiddette “crisi al buio”, che sono invece la prassi in Italia.

I governi durano poco: dati statistici

La durata naturale di una legislatura parlamentare in Italia è di 5 anni. In linea teorica questa dovrebbe essere la durata di un governo, ma nella storia repubblicana non è mai successo. Solo Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi sono riusciti a restare in carica per un’intera legislatura, ma entrambi hanno comunque dovuto dimettersi e farsi affidare un nuovo incarico dal presidente della Repubblica.

Con la discesa in politica dello stesso Berlusconi nel 1994 e la conseguente nascita del bipolarismo e della cosiddetta Seconda Repubblica, i governi sono durati più a lungo: dei 5 governi più lunghi della storia repubblicana, 4 sono stati negli ultimi 25 anni (Berlusconi II, Berlusconi IV, Renzi e Prodi I). Con la fine del bipolarismo nel 2013, gli esecutivi sono tornati a durare di meno, in media circa un anno e mezzo. Questa è stata la durata del governo Draghi, che è comunque il 20esimo su 67 per durata dal 1946. Qualora l’ex presidente BCE andasse avanti fino a ottobre (come pare plausibile), il suo governo diventerebbe il 13esimo più longevo, nonostante una durata di soli un anno e 8 mesi.

Dati che parlano da sé, soprattutto messi a paragone con altri Paesi. Dal 1946 a oggi, l’Italia ha avuto 30 presidenti del Consiglio e 67 governi. Nello stesso periodo, la Germania ha avuto 9 cancellieri e 25 governi, il Regno Unito 15 primi Ministri e 29 governi. La Francia è un caso un po’ diverso, avendo cambiato Costituzione nel 1958 ed essendo passata a un sistema semipresidenziale, in cui è il presidente della Repubblica ad essere eletto dai cittadini e poi a scegliere il Primo Ministro, che cambia piuttosto di frequente. Ad ogni modo è l’inquilino dell’Eliseo ad assicurare democraticità e stabilità. In Spagna infine, dopo la fine del Franchismo nel 1975 ci sono stati 8 capi del governo. Nello stesso periodo in Italia sono stati 21.

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Rodolfo Fabbri

Rodolfo Fabbri

Giornalista, da sempre affascinato da storia, geografia e politica. Milanese con esperienze in giro per l'Europa, ho una passione che sfiora la maniacalità per mappe e dati. L'obiettivo che mi pongo è quello di raccontare con equilibrio quel che ci succede intorno. Perché se è vero che nel giornalismo l'oggettività non esiste, ritengo che il nostro dovere sia di fare tutto il possibile per avvicinarvisi

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