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La crisi del sistema politico-istituzionale italiano: cause e problemi
Le cause della crisi del Governo Draghi sono da ricercare nella situazione in cui versa il sistema politico-istituzionale italiano da 30 anni a questa parte

Mentre queste parole vengono scritte, la crisi del Governo Draghi è in pieno svolgimento, condita dal solito rincorrersi di notizie, voci e retroscena. Ma anziché soffermarsi sulle cause specifiche, spesso legate anche a mal celati interessi di parte e a basse contingenze, appare utile provare a volare alto e cercare di capire le cause profonde non solo di questa crisi di governo ma più in generale di quella in cui versa il sistema politico-istituzionale italiano da 30 anni a questa parte.

Crisi dimostrata dai numeri: in 30 anni abbiamo cambiato 16 Presidenti del Consiglio, 19 Governi, sei leggi elettorali. Meglio evitare di fare raffronti con le altre democrazie europee, sarebbero impietosi. Un’ultima precisazione prima d’iniziare: per Sistema politico-istituzionale qui si intende il sistema di relazioni, soggetti e funzioni che, nella cornice legale della Costituzione, trasmette la volontà popolare all’interno delle Istituzioni e la traduce in decisioni concrete e applicabili. 

La Costituzione e la fondazione della Repubblica

Perché questa cinghia di trasmissione è entrata in crisi? Per rispondere, è necessario fare due salti indietro nel tempo. Il primo ci porta al 1946 quando venne scritta la Costituzione. È bene ricordare, in pillole, l’impervio contesto in cui nacque “La Carta più bella del mondo”: alle spalle le ceneri del regime fascista, l’occupazione nazista, la guerra civile o di Liberazione, lo status di Paese sconfitto dopo la II Guerra Mondiale; davanti un paese da ricostruire, la questione di Trieste da risolvere, diversi regionalismi da placare (Sicilia, Trentino-Alto Adige), con il mondo che si avviava alla Guerra Fredda e l’esigenza di far convivere la scelta atlantista con il più grande partito comunista d’occidente. E con la spada di Damocle di un intervento americano qualora i rossi avessero preso troppo potere. 

La nostra Costituzione e, di conseguenza, il nostro sistema politico-istituzionale sono figli di un compromesso che ha dovuto tener conto di tutte queste istanze. Non è quindi un caso che l’Italia sia  una Repubblica Parlamentare di natura consociativa (termine divenuto spregiativo ma che in realtà sottolinea proprio la necessità di raggiungere accordi tra istanze e interessi diversi), con un forte controllo del Parlamento sopra l’Esecutivo il cui vertice, la Presidenza del Consiglio, ha dovuto attendere il 1988 per avere una legge che ne regolamentasse le funzioni.

La presenza del bicameralismo perfetto e la mancanza di meccanismi istituzionali di supporto all’Esecutivo, come la sfiducia costruttiva, contribuiscono a indebolire il Governo e rafforzare il Parlamento. E non è un caso che anche durante la vituperata Prima Repubblica, la durata media dei Governi fosse ben al di sotto dei cinque anni della Legislatura. 

Eppure, quel sistema politico-istituzionale seppe far ripartire il Paese. Oltre a mettere in moto il “miracolo economico” che trasformò l’Italia nella quinta economia del pianeta, le nostre Istituzioni riuscirono ad attuare il dettato Costituzionale (Leggi sulla Corte Costituzionale e sulle Regioni), fecero progredire il paese nel campo dei diritti civili (Legge Basaglia, Divorzio) affrontarono gli anni di piombo, risolsero con successo la questione di Trieste, parteciparono attivamente al processo di formazione delle Comunità Europee. Il tutto mantenendo un’affluenza alle urne elevatissima, sintomo di un sistema democratico vitale. Il perno di quel sistema politico-istituzionale erano i partiti politici, i quali seppero incarnare al meglio lo spirito della nostra Costituzione. 

L’importanza che i partiti politici rivestivano nella Prima Repubblica si può sintetizzare in due funzioni principali che essi svolgevano. In primis, grazie alla loro capillare organizzazione sul territorio, i partiti politici erano in grado d’intercettare gli umori della popolazione, sintetizzarli in istanze e trasmetterle al cuore delle istituzioni. Questo veniva fatto attraverso circoli, riunioni, feste, cineforum, eventi che si svolgevano dalle grandi metropoli ai più piccoli paesini dell’Appennino emiliano. Tale vicinanza con il “paese reale” si dimostra con i numeri. Sia la DC che il PCI superarono i due milioni d’iscritti. Oggi PD, Lega e FdI, insieme, arrivano appena a 800.000.

La seconda funzione dei partiti politici consisteva non solo nel portare quelle istanze nel cuore delle istituzioni ma, soprattutto, nella capacità di ricomporle, attraverso mediazione e compromesso, in una sintesi che diveniva poi l’agenda del paese. In questo senso, i partiti politici supplivano alla voluta debolezza dell’Esecutivo italiano ed erano il vero motore delle istituzioni. Le politiche pubbliche non erano il risultato dell’azione o dell’iniziativa governativa ma nascevano da questo processo di compromessi e bilanciamenti tra i partiti politici. Il Presidente del Consiglio era un Primus inter pares e non un capo politico che detta la linea come hanno tentato di fare i capi di Governo della Seconda Repubblica.  

La crisi del sistema primo-repubblicano

Il secondo salto temporale che dobbiamo fare ci porta al 1992, quando tutto questo sistema crolla, scosso da due terremoti esterni e uno interno: tramonto dell’URSS, trattato di Maastricht, Tangentopoli. La fine dell’Unione Sovietica, la vittoria degli USA nella Guerra Fredda, la creazione di un mondo guidato da una sola potenza garante della globalizzazione fecero perdere ai partiti italiani il loro riferimento ideologico. Lo perse il PCI, che con la dolorosa Svolta della Bolognina abbandonò nome, simbolo e ideologia. Lo perse forse ancora di più la DC, che aveva fatto del ruolo di bastione contro il comunismo la sua missione storica. 

Il secondo scossone esterno, il trattato di Maastricht, mise in crisi lo strumento economico sul quale i partiti avevano costruito le loro fortune durante la Prima Repubblica. Per finanziare le spese e la crescita economica dell’Italia, la classe politica aveva per lo più svalutato la Lira. Tale sistema era stato in seguito messo da parte con l’adesione allo SME e il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro nel 1981. Eliminata la possibilità di svalutare la moneta a piacimento, la classe dirigente iniziò a ricorrere al debito pubblico che, non a caso, esplose in quegli anni. Il trattato di Maastricht, con i famosi criteri di convergenza, mise fine anche a questa possibilità, chiudendo di fatto il rubinetto con il quale i partiti politici avevano finanziato la spesa pubblica in Italia. 

Terzo, l’inchiesta Mani Pulite svelò il sistema corruttivo di tangenti con il quale venivano finanziati illegalmente i partiti politici. Tangentopoli suscitò un’ondata d’indignazione senza precedenti. Le inchieste del Pool di magistrati di Milano venivano trasmesse in diretta tv, in una sorta di procedimento catartico che, ben presto, divenne un atto di accusa contro l’intera classe politica della Prima Repubblica. Tangentopoli azzerò la classe politica italiana: tutti i partiti vennero coinvolti, tutti i maggiori leader di DC, PSI, PCI, PLI, PRI vennero ascoltati dai giudici. 

Infine, possiamo citare un quarto elemento che contribuì a porre fine al sistema politico-istituzionale che aveva retto la Prima Repubblica. Era cambiato lo Zeitgeistil mondo delle ideologie novecentesche aveva iniziato a vacillare già a metà degli anni ’80. La diffusione del benessere e del consumismo di massa, i nuovi modelli di vita propagandati dalla tv commerciale e anche una certa stanchezza della popolazione dopo anni di piombo, stragi nere e rosse e risse ideologiche avevano cominciato a produrre quello iato tra politica e società civile che ancora non si è ricomposto. I partiti della Prima Repubblica non seppero interpretare questo cambiamento e non furono capaci di rinnovarsi finendo per essere travolti dalla storia. 

Effetti della crisi e mancate riforme

Ma cosa c’entra tutto questo con la caduta del Governo Draghi? C’entra nella misura in cui l’Italia sta ancora vivendo le conseguenze dei terremoti del 1992. Il sistema politico-istituzionale italiano era costruito su due assunti: esecutivo debole, partiti forti e capaci di compensare le inefficienze che le Istituzioni avrebbero prodotto. Venuti meno i partiti nel 1992, il nostro sistema si è trovato privo del perno intorno al quale ruotava. I nuovi partiti che si sono sviluppati dopo il 1992 sono diversi da quelli della Prima Repubblica.

Si tratta per lo più di cartelli elettorali funzionali a quelli che saranno i veri protagonisti della Seconda Repubblica, i leader. O presunti tali. Dal 1992 la competizione elettorale si riorganizza e si polarizza attorno alla figura dei capi. E d’altronde, tolto il collante ideologico, c’è bisogno di qualcosa che riesca ad amalgamare, a convogliare le masse verso una direzione. Ci riesce bene Berlusconi nel 1994, nel 2001 e nel 2008. Ci riescono Prodi nel 2006 e Renzi alle Europee del 2014. 

Ma questo aggiustamento non ha funzionato per tre motivi. Primo, i leader riescono ad attirare consensi ma molto spesso ottengono anche l’indesiderato effetto di compattare gli avversari contro la propria figura. Chiedere conferma a Matteo Renzi. Secondo, il leader riesce, a volte solo per breve tempo, a intercettare gli umori del paese ma difficilmente riesce anche ad assolvere alla funzione di tradurre quegli umori in decisioni concrete. Infatti, per esercitare il ruolo di guida, un leader avrebbe bisogno di una posizione di comando da cui prendere decisioni e, come abbiamo visto, in Italia quella posizione non esiste. L’esecutivo è troppo debole. Terzo, nel passaggio da Prima Repubblica a Seconda Repubblica, la trasformazione del nostro sistema politico istituzionale non è stata sancita da un cambio in Costituzione.

Non si è mai riusciti a sanare, quindi, quella ferita apertasi nel 1992 quando è venuto meno il vero motore del Sistema Politico-Istituzionale italiano. Per chiudere quel vulnus avremmo avuto bisogno di un De Gaulle capace di avvertire il cambiamento che si stava producendo e riformare la Costituzione. Ma la storia non ammette condizionali e il travagliato passaggio da Prima a Seconda Repubblica non è stato ancora portato a termine, producendo effetti perversi come l’abuso della decretazione d’urgenza e del ricorso alla fiducia, l’astensionismo diffuso e il peculiare fenomeno dei governi tecnici o di unità nazionale (guarda caso formule consociative) nei momenti difficili. La crisi del Governo Draghi non è che l’ennesimo coccio che si stacca dalla casa diroccata. Urge ristrutturare. Prima di dover rifondare da capo.

Foto in evidenza: “Senato, comunicazioni di Renzi in vista del Consiglio UE” by Palazzochigi is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

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Davide Masciocchi

Davide Masciocchi

Appassionato di politica e storia sin da ragazzino, lavoro a Roma in BMTI (Borsa Merci Telematica Italiana) e studio alla Scuola di Geopolitica di Limes. Sono un lettore accanito, amante della letteratura e della cultura classica, amore che cerco di riversare anche nei miei scritti. Tra le mie passioni, mi piace sempre citare quella per gli scacchi e i giochi di strategia in generale.

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