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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

Le proteste a Baghdad volute da Sadr
A Baghdad, tra il 27 e il 30 luglio, dei manifestanti hanno assaltato il parlamento iracheno su spinta di Muqtada al Sadr. Chi è e perché lo fa?

Il 27 e il 30 luglio una folla di migliaia di persone ha assaltato per ben due volte il parlamento iracheno a Baghdad, riuscendo a farsi strada tra le imponenti misure di sicurezza della Green Zone. La folla ha preso il controllo dell’edificio per diverse ore, passate per lo più a cantare e a inneggiare ai propri leader, senza però distruggere le varie attrezzature, i tavoli e gli uffici presenti in parlamento. Durante questo periodo un’altra ala della folla ha poi cominciato a demolire le barriere di sicurezza poste intorno alla Green Zone durante il periodo di occupazione americana.

Quest’ultimo evento è stato accolto in Iraq e in gran parte del Medio Oriente come un atto storico, al pari del crollo del muro di Berlino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, forse è affrettato affermare che il paese che esce da queste due giornate di protesta sia effettivamente un nuovo Iraq, men che meno un nuovo Medio Oriente. I muri, alla fine, son soltanto dei muri e il loro abbattimento non influirà su nessuna delle criticità che si trova di fronte il paese. Quanto meno però, i cittadini di Baghdad si sono riappropriati di uno spazio precluso alla cittadinanza da quasi vent’anni. Magro obiettivo, senz’altro, ma almeno è qualcosa.

La folla inneggiava per tutta la durata delle manifestazioni a un uomo in particolare, ormai una leggenda nel paese tra la popolazione sciita: Muqtada al Sadr, rampollo di una delle più importanti famiglie religiose sciite d’Iraq/Iran; parente del leggendario Musa, padre del movimento libanese Amal, e di Muhammad Baqir, storico leader dell’opposizione a Saddam e grandissimo teorico della “rinascita sciita” con i suoi due testi fondamentali diventati ormai dei classici: “la nostra filosofia” che tenta una riforma dottrinaria seppur marginale del credo sciita e “la nostra economia” che invece tenta una sintesi di politica economica tra il socialismo e la pratica islamica.

Entrambi questi grandi uomini sono stati degli eroi del proprio tempo tra la comunità sciita: Musa ha emancipato le povere popolazioni sciite libanesi, svanendo nel deserto libico nel ’78 probabilmente ucciso da Gheddafi; Baqir ha testimoniato invece, insieme alla sorella, la forza di volontà degli sciiti iracheni di fronte alla tirannia di Saddam, venendo per questo martirizzato. A maggior gloria del casato dei Sadr si aggiunge anche il fatto di essere dei Sayyid, dei discendenti del casato del Profeta e più nello specifico dei discendenti di Musa Ibn Jafar Al Kazim, settimo imam sciita.

Sadr un chierico senza titoli, ma con un gran nome

Della stirpe dei Sadr Muqtada è il meno illustre, neanche lontanamente paragonabile agli altri membri del suo casato. Non ha titoli religiosi degni di rilievo; è praticamente impossibile che possa raggiungere Sistani e gli altri Marja nella vetta del potere clericale sciita; non può neanche vantare enormi successi politici, visto l’isolamento strangolante in cui la sua maniera di far politica, violenta e oltranzista, l’ha portato nel campo politico sciita. Eppure, ha un gran nome e i nomi contano. Specialmente quando puoi vantare discendenze così illustri.  E contano anche le azioni compiute dalla sua milizia durante l’occupazione.

Sadr è infatti il leader dell’Esercito del Mahdi, la milizia sciita antiamericana formatasi nel sud del paese subito dopo l’invasione americana e che si è resa colpevole di numerosissime attività ostili nei confronti dei sunniti e degli americani per tutta la durata dell’occupazione. Secondo alcuni si tratterebbe di una sorta di Hezbollah irachena, eccettuato il fatto di essere fermamente anti-iraniana, ma il paragone non regge poi molto. Hezbollah è un movimento politico ed il suo capo, Nasrallah, ha notevole spessore religioso. L’Esercito del Mahdi è più simile a una milizia feudale che combatte per il casato del proprio leader.

Ultimamente ha cominciato ad allargare la sua già notevole base di consensi grazie a una politica anti-iraniana piuttosto oltranzista. Proprio per questo è arrivato più volte a scontrarsi direttamente contro la maggioranza delle forze politiche di segno sciita nel paese, quasi sempre molto vicine all’Iran e finanziate in larga parte dalla Repubblica Islamica. Tuttavia, sono in molti nella stessa comunità alide a credere che l’influenza iraniana sia andata ben oltre il “benevolo aiuto” da sempre decantato e che in realtà si voglia tentar di far diventare l’Iraq l’ennesimo proxy regionale degli Ayatollah.

Da qui deriva la gran folla che il 27 e il 30 si è radunata a Baghdad, stanca di una politica fin troppo permissiva verso gli iraniani, frammentata e palesemente corrotta che non è riuscita neanche in parte a risollevare il paese dal baratro in cui è stato fatto piombare dagli americani. Ma è Sadr la risposta? L’uomo politico probabilmente più instabile della scena politica irachena? Potrebbe, ma è presto per dirlo. Il fatto che continui a comandare una delle milizie più violente e potenti del paese di certo non favorisce la stabilità.

Il Movimento Sadrista

L’ ala politica del potere di Sadr è il Movimento Sadrista, partito politico sciita fortemente populista e a caratura religiosa che è diventato primo partito del paese a seguito delle ultime elezioni tenute nel 2021. Con 74 seggi non ha però potuto fungere da ago della bilancia del parlamento, ritrovandosi isolato e impossibilitato a stringere alleanze: i sunniti difficilmente accetterebbero di allearsi con Sadr; i curdi di norma fanno gioco a sé o si alleano con le coalizioni sciite filoiraniane; le coalizioni sciite odiano Sadr e lo combattono spesso e piuttosto volentieri.

Ciò ha portato a un’impasse interna al parlamento che non ha permesso l’elezione di un Primo Ministro veramente rappresentativo né permetterà nel breve termine l’elezione di un nuovo Presidente. Le cose si sono ulteriormente complicate quando il 13 giugno scorso Sadr ha comandato ai propri deputati di andarsene dal parlamento e di dimettersi, cosa che ha ovviamente creato scompiglio sia all’interno dei partiti suoi avversari sia nel paese. Come si può facilmente notare la mossa del 27 e del 30 luglio era stata preparata da tempo.

Con il veto posto da Sadr sull’elezione di Mohammed Al Sudani come possibile nuovo Primo Ministro, il secondo di tali disposizioni dopo la bocciatura di Al Maliki, cadono sostanzialmente tutte le possibilità di trovare un nuovo accordo per un governo a forte controllo sciita nel paese. L’Iraq è destinato a dover tornare alle urne per un’ennesima tornata elettorale inconcludente e a essere afflitto dalla non governabilità negli anni a venire. Probabilmente è nella natura stessa della politica locale che è da cercarsi il perché di questo stato di cose. Forse un federalismo non era poi una così pessima idea.

A oggi le varie componenti della politica irachena non dialogano e si ritrovano trincerate nelle proprie posizioni, bloccati da un astio ormai vecchio di vent’anni. E quando la politica retrocede avanzano le vecchie forme di solidarietà tribale e famigliare e questo avvantaggia Sadr, che, come abbiamo visto, è al vertice di un clan prestigioso e ricco e perfettamente in grado di gestire decine di migliaia di persone tramite pratiche clientelari. Della storica ricchezza e splendore della capitale abbaside rimane solo questo: una città distrutta le cui rovine sono contese da clan e tribù. Hulagu Khan è passato di nuovo nella mezzaluna fertile.

Foto in evidenza:”Flag of Iraq” by John Rohan is licensed under CC BY-NC 2.0.

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Leonardo Venanzoni

Leonardo Venanzoni

Laureato in "Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale" presso l'Università Internazionale di Roma, mi occupo di affari militari e politici del Medio Oriente. In particolare, mi concentro sulle dinamiche delle milizie attive nella regione e sulle politiche portate avanti dall'Iran. Collaboro con Aliseo fin dalla nascita del giornale.

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