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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

«Più nordici nei quartieri disagiati». La sinistra svedese si scopre securitaria
Il ministro dell'Immigrazione socialdemocratico vuole evitare i ghetti. Le elezioni sono alle porte e la Svezia è cambiata

«C’è qualcosa riguardo l’espressione “non occidentali” che suona male. Ha un tocco coloniale. Credo che l’espressione “non nordici” funzioni ugualmente bene nel descrivere il problema». Nordici od occidentali che siano, la sinistra svedese ha superato un grande tabù con un’intervista al quotidiano Dagens Nyheter, in cui il ministro per l’Immigrazione socialdemocratico Anders Ygeman ha annunciato di essere favorevole a porre un limite del 50% di popolazione “non nordica” in alcune aree popolate quasi esclusivamente da immigrati.

La dissertazione semantica di Ygeman si riferisce a un simile obiettivo posto dal governo socialdemocratico della Danimarca, che aveva annunciato di non volere più del 30% di residenti “non occidentali” in alcuni quartieri particolarmente a rischio di “nascita di società religiose e culturali parallele”.  A prescindere dal termine utilizzato, risulta difficile non dare ragione alla portavoce dei Verdi Märta Stenevi, che ha dichiarato di «trovare incredibile che un ministro socialdemocratico trovi auspicabile il condurre una politica basata sull’etnia delle persone». Ma la sinistra svedese è cambiata. Perché è la Svezia a essere cambiata.

Un Paese diverso

Per molti decenni, il Paese nordico era uno dei più ricchi e sicuri d’Europa, con un sistema di welfare che faceva invidia al mondo intero. Oggi la Svezia ha un tasso di omicidi con armi da fuoco più che doppio rispetto alla media europea e il maggior numero di stupri in relazione alla popolazione del continente. L’aumento di questi crimini negli ultimi 20 anni è esponenziale ed è difficile non metterlo in relazione con la grande crescita dell’immigrazione nel Paese, specialmente composta da persone provenienti da Africa, Medio Oriente e Balcani. Sono i numeri a parlare, che mostrano come la grande maggioranza dei condannati per reati violenti e sessuali in Svezia sia di origine straniera.

In Svezia, ma sempre più di frequente anche in altre parti d’Europa, esistono delle zone che sono in tutto e per tutto delle società parallele. In quartieri come Rosengård a Malmö, Rinkeby e Alby a Stoccolma o Tjärna Ängar a Borlänge gli svedesi etnici sono in nettissima minoranza, la criminalità prospera e la stessa polizia tende a non avvicinarvisi volentieri. Frequente è poi il vedere poche donne in giro e quelle poche sempre velate: l’Islam radicale è spesso parte integrante di queste realtà. Il governo di Stoccolma le chiama “aree socialmente svantaggiate” e il ministro Ygeman, pur convenendo che a favorire il disagio di questi quartieri ci siano anche fattori come disoccupazione e povertà, ha parlato di «dimensione etnica di questi fattori socio-economici, dal momento che circa il 75% dei disoccupati di lungo periodo ha origine non nordica».

La nuova strategia dei socialdemocratici svedesi

Insomma ci sono ottimi motivi per dire che il multiculturalismo alla svedese, per cui i nuovi arrivati erano incoraggiati a mantenere la propria identità culturale, abbia fallito. Lo ha dichiarato lo scorso aprile lo stesso primo Ministro socialdemocratico Magdalena Andersson, all’indomani delle violente proteste delle comunità immigrate, scatenate da un politico di estrema destra che aveva bruciato una copia del Corano in pubblico. In quel caso erano stati più di 100 i poliziotti feriti, con intere aree delle maggiori città devastate. «Non siamo riusciti a integrare il grande numero d’immigrati che sono arrivati negli ultimi 20 anni. La segregazione è stata talmente tollerata che ora nel nostro Paese ci sono delle comunità parallele. Viviamo nello stesso Stato, ma in realtà completamente differenti», disse allora Andersson.

Il prossimo 11 settembre, due settimane prima dell’Italia, la Svezia andrà al voto. I socialdemocratici tenteranno di ottenere la riconferma, puntando su un inedito programma patriottico e di legge e ordine. Del resto secondo un recente sondaggio la criminalità è al primo posto tra le tematiche più sentite dagli svedesi in questa campagna elettorale, seguita dalla sanità e dall’immigrazione. Pur guidando il Paese di Greta Thunberg, la questione ambientale resta abbastanza ai margini nella campagna socialdemocratica, che punta invece sullo stop alle privatizzazioni nel sistema di welfare per mantenere la propria base elettorale di sinistra. Secondo i sondaggi, i socialdemocratici dovrebbero mantenersi primo partito con il 30% dei consensi, mentre il centrodestra del Partito Moderato e la destra radicale dei Democratici Svedesi si manterrebbero sui buoni risultati ottenuti 4 anni fa, senza tuttavia riuscire a sfondare.

Al di là del prossimo risultato elettorale tuttavia, il cambio di paradigma sull’immigrazione della sinistra svedese, e prima di essa anche di quella danese, è epocale. I Paesi scandinavi, ma in particolare la Svezia, hanno proiezioni demografiche impressionanti: gli svedesi etnici potrebbero venire superati per numero dagli immigrati non europei tra soli 45 anni, con l’Islam che sarebbe la religione del 30% degli svedesi già nel 2050. Una prospettiva che probabilmente non piace nemmeno a molti socialdemocratici, anche se forse in pochi hanno il coraggio di dirlo.

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Rodolfo Fabbri

Rodolfo Fabbri

Giornalista, da sempre affascinato da storia, geografia e politica. Milanese con esperienze in giro per l'Europa, ho una passione che sfiora la maniacalità per mappe e dati. L'obiettivo che mi pongo è quello di raccontare con equilibrio quel che ci succede intorno. Perché se è vero che nel giornalismo l'oggettività non esiste, ritengo che il nostro dovere sia di fare tutto il possibile per avvicinarvisi

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