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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

L’astensionismo e la sindrome di Peter Pan
Una riflessione sull'astensionismo e sulla sfiducia, forse mal riposta, nella classe politica italiana

L’incognita dell’astensionismo inquieta costituzionalisti e politologi italiani. Gli ultimi sondaggi, prima del silenzio elettorale, parlano di un terzo della popolazione che non andrà a votare. Al grido nazionalpopolare di: “tanto non cambia mai nulla, son tutti uguali.” Record negativo per un paese che di solito è abituato ad accorrere alle elezioni.

Sintomo di una sfiducia e di un malessere verso le istituzioni democratiche che deve preoccupare. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Siamo sicuri che questo astensionismo sia legato al fatto che la classe politica non è in grado di assumersi le proprie responsabilità? O forse esso è frutto anche di bias cognitivi e propaganda?

Per rispondere a queste domande vogliamo fare un esperimento. Proviamo a vedere cosa è successo negli ultimi 10 anni, in particolare a partire dalla caduta dell’ultimo Governo Berlusconi a quella del Governo Draghi, e cerchiamo di analizzare quali cambiamenti sono avvenuti in Italia, quali problemi il nostro paese ha dovuto affrontare e quali ricette la politica è riuscita a mettere in campo. Scopriremo, forse, che ci sbagliamo.

Una premessa doverosa. Politica viene dal greco “ta politika”, letteralmente “le cose che riguardano la città” e sta a indicare, in un’accezione più moderna, tutto ciò che concerne il bene comune, lo stare insieme dei più (Polis, città, ha la stessa radice di “Polloi”, molti). Siamo quindi di fronte ad una dimensione che travalica i singoli e riguarda la comunità, l’amministrazione dei beni pubblici e la risoluzione dei problemi della popolazione.

I latini chiamavano tutto questo “res publica”. La domanda a cui dobbiamo rispondere è dunque la seguente: negli ultimi dieci anni, coloro che si sono occupati di questa “res publica”, hanno realizzato significativi passi in avanti in campo economico e sociale? Avvertiamo già un facile e fragoroso coro di “no”. Ma a noi le risposte facili non piacciono.

Il contesto degli ultimi dieci anni

Innanzitutto, immergiamoci nel contesto. Cosa è avvenuto negli ultimi dieci anni. Sostanzialmente è cambiato il mondo. La crisi economica del 2008 e i suoi strascichi, la pandemia e la guerra in Ucraina hanno posto fine al modello di globalizzazione che perdurava dal 1992 e, cosa più importante, hanno incrinato il primato americano sullo scacchiere internazionale. A questo si aggiungano il cambiamento climatico, la desertificazione e il caos geopolitico che regna in vaste aeree del sud del mondo, le più densamente abitate. Conseguenze: impoverimento generale, aumento della conflittualità internazionale, riduzione dei commerci, fenomeni migratori incontrollati.

In Italia, come in molte parti di occidente, tutto questo ha portato in generale ad un aumento delle tensioni sociali e della conflittualità. L’impoverimento delle classi medio-basse e l’aumento delle diseguaglianze hanno acuito il senso di frustrazione di una società che, al contrario, pone il successo e la ricchezza come valori centrali del benessere di una persona. La necessità di trovare un capro espiatorio per queste frustrazioni è stata sfogata da un lato verso stranieri e immigrati, accusati di “rubare” la già magra torta. Dall’altro verso le élites, ree di essere distanti dal paese reale e incapaci di comprendere i problemi delle persone comuni, fossilizzate su battaglie identitarie, come quella sui diritti civili, che quindi, a loro volta, diventano oggetto di critiche e avversione.

Le risposte della politica italiana

Non una situazione facile. Vediamo come l’Italia ha affrontato queste emergenze e tensioni. Proseguiamo in ordine cronologico. Quando la tempesta finanziaria infuriava in Italia e il famigerato spread con i Bond tedeschi era arrivato a soglie insostenibili, le istituzioni italiane ricorsero a ciò che maggiormente è connaturato nel nostro DNA politico, cioè la capacità di mettere da parte le differenze e le diffidenze reciproche per dar vita a governi di unità nazionale con cui affrontare l’emergenza.

Chiamatelo consociativismo, inciucio, abdicazione della politica ai tecnici, vigliaccheria, fuga dalla propria responsabilità ma da sempre in Italia le emergenze sono state affrontate ricorrendo ad espedienti di questo tipo. Mario Monti è solo un esempio di una tradizione consociativa che va dai Governi di Centrosinistra di Moro, al compromesso storico tra DC e PCI, fino a Mario Draghi passando per Dini, Ciampi e appunto Monti.

Non sta a noi giudicare se questo modus operandi sia eticamente giusto, se sia, per la classe politica, un’abiura ai propri compiti o una dimostrazione di maturità in nome del bene comune. Fatto sta che il governo Monti riuscì in quello che si era prefissato: risanare i conti pubblici ed evitare il commissariamento europeo e una cura draconiana come accaduto in Grecia.

Passiamo al tema delle tensioni sociali legate alle rivendicazioni dei Diritti Civili. In Italia, va di moda la vulgata per cui sui Diritti Civili non si facciano mai passi avanti. Ci accusiamo di essere un paese bigotto, provinciale, poco attento alle minoranze. Il che è anche vero. E tuttavia nessuno nota che, quando il centrosinistra ha potuto governare, si sono fatti passi avanti importanti sul tema. Mentre quando è il centrodestra a governare passi avanti non se ne fanno perché, legittimamente, i suoi esponenti avversano determinate posizioni. È stato il Governo Renzi ad approvare il DDL Cirinnà sulle Unioni Civili. Nessun intervento divino. Nessuna rivoluzione colorata. Solo la politica. Nella sua forma più nobile (o più becera per i più), quella della ricerca del compromesso (nello specifico con Alfano).

Stessa cosa, mutatis mutandis, può essere detta per la legge sulla legittima difesa o sui Decreti Sicurezza. È stato il governo Conte I e più precisamente il suo Ministro dell’Interno, a portare avanti questi provvedimenti, rispondendo ai bisogni avvertiti da una parte dell’elettorato che aveva votato per quelle forze politiche. Un governo di sinistra non lo avrebbe mai fatto. Qualcuno potrà considerare il DDL Cirinnà una riforma positiva mentre i Decreti Sicurezza un errore ma non è questo il punto. Il punto è che la politica prende decisioni, agisce, incammina il Paese in determinate direzioni. Andare a votare significa contribuire a scegliere la direzione.

Un ultimo esempio. Tornando alla preoccupante situazione economica che il nostro paese sta attraversando, nel 2018 la politica italiana ha saputo dare un’importante risposta. Il Governo Conte I riuscì ad approvare il Reddito di Cittadinanza. Tralasciando la grottesca e tronfia celebrazione del provvedimento (“abolizione della povertà”, sic!), anche in questo caso ciò che conta rilevare, ai fini di questo articolo, non è tanto se il Reddito di Cittadinanza sia giusto o sbagliato quanto che è stato il frutto di una determinata scelta politica di un Governo nato dal voto degli italiani nel 2018.

Astensionismo e sindrome di Peter Pan

Questo articolo non vuole essere una difesa a spada tratta della politica italiana dell’ultimo decennio. Sarebbe inutile e oltremodo impopolare, anche perché, su molti temi,la classe dirigente non è stata in grado di fornire risposte concrete alla popolazione. Pensiamo all’aumento delle diseguaglianze, ai salari fermi da più di vent’anni, all’emergenza ambientale e idrogeologica dei nostri territori, alla vergognosa questione del fine vita sulla quale è dovuta intervenire la Corte Costituzionale, alle riforme istituzionali ferme al palo. Tuttavia, non è corretto neanche fare il contrario, sparare a zero sul gruppo senza distinguere le responsabilità dei singoli, rinunciando a discernere le cose positive da quelle negative.

Nell’ultimo decennio l’Italia si è trovata ad affrontare una serie di sfide impegnative e il futuro, con la guerra in Ucraina, non sembra promettere nulla di buono. Mala tempora currunt et peiora parantur. In questo periodo, la classe politica non è rimasta a guardare, si è mossa, in una direzione piuttosto che in un’altra a seconda di chi fosse al Governo. È stata più attenta ai conti pubblici quando era necessario evitare la troika, più lassista quando c’era da affrontare l’emergenza pandemica. Ha approvato leggi sui diritti civili quando governava la sinistra e i decreti sicurezza quando al governo c’era la Lega.

Non è vero che questo paese negli ultimi dieci anni è stato immobile. Esso ha navigato secondo la direzione che il timoniere di turno impartiva. Non è vero che nulla è cambiato e che tutto è rimasto uguale indipendentemente da chi fosse al Governo e non è vero che la politica non prende decisioni. La democrazia si fonda sul principio di accountability, cioè sulla capacità del popolo di riconoscere le responsabilità dei propri rappresentanti.

Non riconoscere i cambiamenti che l’Italia ha subito in questo decennio, forse, non è che una forma di pietosa fuga da questo principio che poi non è altro che una fuga dalle proprie responsabilità. Sindrome di Peter Pan di cui senza dubbio è affetta la classe politica. Ma, forse, soprattutto, di cui siamo affetti tutti noi.

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Davide Masciocchi

Davide Masciocchi

Appassionato di politica e storia sin da ragazzino, lavoro a Roma in BMTI (Borsa Merci Telematica Italiana) e studio alla Scuola di Geopolitica di Limes. Sono un lettore accanito, amante della letteratura e della cultura classica, amore che cerco di riversare anche nei miei scritti. Tra le mie passioni, mi piace sempre citare quella per gli scacchi e i giochi di strategia in generale.

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