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Luigi Di Maio, l’Albania e la lezione di Antigone
La vicenda del presunto contrabbando di vaccini tra Italia e Albania e le sue implicazioni geopolitiche e morali

Le clamorose dichiarazioni del primo Ministro albanese Edi Rama sul presunto contrabbando di vaccini Pfizer avvenuto tra Italia e Albania per il tramite dei rispettivi servizi segreti e con il beneplacito di Luigi Di Maio hanno avuto un’eco immeritatamente modesta sulle nostre pagine nazionali. La vicenda è invece meritevole di approfondimento perché idonea a sviluppare due riflessioni che appaiono forse lontane tra loro ma che in realtà si incontrano in almeno un punto. Da un lato, infatti, la notizia ha valenza geopolitica e strategica per il nostro paese; dall’altro richiama un dilemma morale antico e profondo che attiene al rapporto tra politica, legge e morale.

La notizia del supporto dell’Italia all’Albania in termini di forniture di vaccini ha innanzitutto un forte significato geopolitico. Testimonia, infatti, la decennale amicizia tra i due paesi e il ruolo che Roma può e deve esercitare al di là del mare. I rapporti tra Italia e Albania si possono far risalire addirittura alla Serenissima, quando Venezia aveva il controllo di diversi territori e basi commerciali a Durazzo e a Butrinto, punti essenziali per la navigazione nell’Adriatico.

Emblematica è la vicenda dell’eroe albanese Scanderbeg la cui statua campeggiava sul Bucintoro e che divenne patrizio veneto per il suo ruolo in difesa della cristianità contro l’invasore ottomano. In realtà il rapporto con Venezia non fu idilliaco e non fu privo di conflitti come la storiografia veneta tende a ricordare, ma rimane comunque la volontà di narrare un passato di unità tra la Serenissima e il popolo albanese, unità che si protrarrà fino alla fine della Repubblica di San Marco nel 1797.

Dopo i secoli di occupazione ottomana, l’Italia fu tra i paesi che sostennero apertamente l’indipendenza dell’Albania dalla Sublime Porta nel 1912 e, durante la Prima Guerra Mondiale, Roma instaurò un vero e proprio protettorato fino al 1920. Nel 1939 il regime fascista invase l’Albania al fine di usarla come testa di potente per le future espansioni nei Balcani.

Nel secondo dopoguerra, il regime comunista di Tirana interruppe le relazioni con l’altra sponda dell’Adriatico ma l’Italia rimase, come durante l’occupazione ottomana, terra di esuli e rifugiati albanesi. Il fenomeno migratorio è rimasta una costante nella storia dei due paesi fino a raggiungere il picco durante la guerra del Kosovo, tanto che la comunità albanese è una delle più cospicue tra quelle di immigrati In Italia, con circa 430mila persone.

L’Italia rappresenta, al giorno d’oggi, un partner fondamentale per l’Albania, in primis da un punto di vista economico: circa il 42% delle merci esportate dall’Albania vanno in Italia e circa il 30% delle importazioni albanesi provengono dall’Italia. Roma ha sostenuto Tirana in diversi momenti critici come durante il terremoto che sconvolse la capitale albanese nel 2019 ed è, inoltre, il principale sponsor per l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea.

Da questo punto di vista, il presunto contrabbando di vaccini tra le due sponde dell’Adriatico si inserisce in questa tradizione di supporto e sostegno che il nostro paese persegue nei confronti del vicino. Supporto e sostegno ben riconosciuti sia dal Premier Edi Rama sia dalla popolazione albanese. In un’ottica geopolitica, la vicenda si inserisce quindi in quella che dovrebbe essere la grammatica strategica italiana: ritagliarsi un ruolo di influenza nel proprio estero vicino al fine di prevenire turbolenze e minacce in un’area già di per sé instabile e piena di contrasti.

La seconda riflessione che vogliamo sviluppare, in parte legate alla prima, attiene al difficile rapporto tra politica, morale e diritto. In punta di diritto, la vicenda ha chiaramente risvolti opachi. Come lo stesso Edi Rama ha candidamente ammesso, l’operazione costituisce una vera e propria violazione del contratto che la casa farmaceutica Pfizer ha firmato con l’Italia. Secondo tale contratto, infatti, i vaccini non erano cedibili a Stati terzi.

Quindi l’Italia, nella persona di Luigi Di Maio, ha valutato di mettere il proprio interesse geopolitico davanti al rispetto delle regole del Diritto privato internazionale. Anche questa non è una novità nella storia dell’umanità. Il ‘900 ma anche il nuovo millennio sono pieni di esempi di Paesi che hanno anteposto il proprio interesse al rispetto delle regole. Si pensi alla recente invasione russa in Ucraina o alla produzione di prove false da parte dell’America per giustificare l’invasione dell’Iraq per citare solo due esempi vicini.

Messa così, la cosa può provocare scandalo. Con che diritto un Paese si permette di violare il diritto internazionale per perseguire un proprio interesse geopolitico? Quesito che, trasposto nella sua forma più alta e generica, potrebbe suonare così: può la politica travalicare i confini imposti dalla legge per salvaguardare l’interesse della comunità che rappresenta?

Non esistono risposte univoche a tali domande. In base alla propria sensibilità si può rispondere “sì” o “no” oppure si può asserire che la risposta dipende dall’interesse in gioco o dalla gravità della violazione. Il concetto da comprendere, e siamo sicuri che Luigi Di Maio l’ha compreso, è che chi fa politica viene a confrontarsi con siffatti interrogativi a cui ogni risposta appare corretta o sbagliata a seconda del punto di vista e che chi fa politica potrà venire a trovarsi in situazioni in cui è costretto a sporcarsi le mani, a scendere a compromessi o con la propria coscienza o con gli interessi che rappresenta.

Nel caso di specie, inoltre, il diritto viene a confliggere non solo con l’interesse geopolitico italiano ma anche con un certo sentimento morale. Non è forse giusto, in fondo, aiutare una popolazione in difficoltà anche se la legge lo vieta? Dilemma antico che interroga l’uomo sin dai tempi del mito. È più importante rispettare le leggi degli uomini o agire secondo coscienza? Il contrasto, fuorché banale, è riprodotto magistralmente nell’Antigone di Sofocle, dove l’eroina va contro le leggi della propria città e seppellisce il fratello, Eteocle, reo di aver tradito la patria e per questo condannato a rimanere insepolto, somma ignominia per la civiltà greca.

Cos’è giusto? Seppellire il proprio fratello o rispettare la legge che ne vieta la sepoltura? Aiutare un popolo fraterno in difficoltà o rispettare il contratto con Pfizer? La tragedia Sofoclea ci porta a propendere per la prima opzione, ci porta a dire che, al di là delle leggi degli uomini esistono imperativi morali di fratellanza e umanità che travalicano persino i codici scritti.

Esistono le leggi degli Dei, direbbe Antigone, la Pietas, direbbe Cicerone. O, con le parole più prosaiche di Edi Rama: «Gli avvocati di Pfizer minacciavano cause e volevano sapere come li avevamo avuti ma noi dicevamo solo: da un paese amico. Io ho detto che avevamo imparato dai napoletani, che non bisogna mai mollare un amico davanti alla polizia.»

Foto in evidenza di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica

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Davide Masciocchi

Davide Masciocchi

Appassionato di politica e storia sin da ragazzino, lavoro a Roma in BMTI (Borsa Merci Telematica Italiana) e studio alla Scuola di Geopolitica di Limes. Sono un lettore accanito, amante della letteratura e della cultura classica, amore che cerco di riversare anche nei miei scritti. Tra le mie passioni, mi piace sempre citare quella per gli scacchi e i giochi di strategia in generale.

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