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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

La Legge della Memoria Democratica riapre le ferite del franchismo
Il governo di Sánchez dichiara illegale il regime e supera l’amnistia del 1977. La protesta delle opposizioni

«La verità è che Sánchez parla di Franco tutte le volte che è in difficoltà». Il centrodestra spagnolo è sul piede di guerra dopo che il Senato ha dato l’approvazione definitiva alla “Legge della Memoria Democratica“. La norma, di cui si discuteva già da due anni, è stata fortemente voluta dal presidente del Governo socialista Pedro Sánchez, e si propone di fare una volta per tutte i conti con il passato dittatoriale del Paese. Passato che, come e più che in Italia, è pieno di ferite non ancora rimarginate.

Cos’è la Legge della Memoria Democratica

La nuova legge qualifica come illegale il colpo di Stato del 1936 che, dopo tre anni di sanguinosa guerra civile, portò al potere il generale Francisco Franco. Da ciò consegue che tutte le sentenze emesse dai tribunali franchisti siano illegali e non valide. La norma amplia “Legge della Memoria Storica” voluta da José Luís Rodríguez Zapatero nel 2007, che definiva le corti durante la dittatura “illegittime”, ma ne manteneva le sentenze.

Uno dei temi trattati è quello dei corpi delle vittime della Guerra Civile, decine di migliaia dei quali a 85 anni di distanza non sono stati ancora identificati. Tra questi c’è quello del maggior poeta spagnolo del XX secolo: Federico García Lorca, fucilato dai nazionalisti nel 1936. La legge di Zapatero prevedeva sovvenzioni pubbliche per le associazioni che si sarebbero incaricate della ricerca e dell’identificazione dei resti, mentre quella di Sánchez prevede che se ne occupi direttamente lo Stato. Oltre a ciò, la Legge della Memoria Democratica prevede che vengano modificati i manuali scolastici per dare maggiore spazio alla repressione franchista e istituisce due nuove giornate nazionali: l’8 maggio per ricordare gli esiliati dal regime e il 31 ottobre per omaggiare le vittime della guerra civile e della dittatura.

Un passato che non passa

Ma il punto più rilevante e discusso della nuova norma è quello che prevede che “tutte le leggi dello Stato spagnolo si interpreteranno secondo il diritto internazionale, per il quale i crimini di guerra, contro l’umanità e di tortura non sono amnistiabili”. Questo significa che i giudici potranno riaprire i processi per questi crimini, in precedenza protetti dall’amnistia promulgata nel 1977.

Questa parte può apparire sacrosanta, ma va considerato che l’amnistia è un provvedimento che viene utilizzato spesso dopo periodi di guerra civile e violenza per evitare di riportare a galla odio e divisioni in seguito ai processi. É avvenuto anche in Italia: nel 1946 il ministro della Giustizia e segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti promulgò un’amnistia per un “rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale”.

Per la stessa ragione, in Spagna il governo di Adolfo Suárez optò per un provvedimento simile due anni dopo la fine della dittatura. A Madrid però, la transizione democratica è avvenuta in modo molto diverso da quella di Roma. Pur avendo vinto la Guerra Civile grazie all’aiuto della Germania nazista e dell’Italia fascista, Franco scelse di rimanere fuori dalla Seconda Guerra Mondiale. Questo, insieme alla necessità americana di avere la Spagna dalla propria parte durante la Guerra Fredda, fece sì che il Generalissimo rimase al potere fino al giorno della sua morte, avvenuta il 20 novembre 1975.

Il Caudillo scelse come proprio erede Juan Carlos di Borbone, nipote del re Alfonso XIII che era stato detronizzato nel 1931. L’obiettivo di Franco era lasciare la Spagna con una monarchia che mantenesse i principi del suo regime: in fin dei conti Juan Carlos era stato educato sotto la sua custodia e gli doveva tutto. Il giovane re però comprese l’impossibilità di mantenere una dittatura in Europa Occidentale alla fine degli anni ’70 e si accordò con quei franchisti che volevano una transizione democratica. Transizione che fu completa (nel 1981 fu proprio re Juan Carlos ad essere decisivo nello sventare un colpo di Stato di nostalgici del franchismo: l’anno dopo i socialisti andarono al governo e vi rimasero per 14 anni), ma dolce: fu il parlamento franchista a votare tutte le norme di apertura, mentre per gli eredi di Franco fu creato un apposito Ducato, abolito solo con la Legge della Memoria Democratica.

La polemica politica

La transizione democratica spagnola è stata, pur con tutti i suoi limiti e le sue ingiustizie, una storia di successo. Per questo l’intero centrodestra spagnolo, inclusi i liberali di Ciudadanos e i moderati del Partito Popolare, si sono opposti con decisione alla Legge della Memoria Democratica, che «apre inutilmente le ferite del passato». Tra le cose viste maggiormente con il fumo negli occhi dai conservatori c’è il fatto che la norma è passata con il sostegno di EH Bildu, il partito nazionalista basco considerato il braccio politico dell’Eta. Il Partito Popolare, che sotto la guida di Alberto Núñez Feijóo è favorito per le elezioni del prossimo anno, ha promesso che una volta al governo cancellerà la legge.

Dall’altra parte la sinistra ritiene, non senza qualche ragione, che la democrazia sia tornata in Spagna nascondendo sotto la sabbia i crimini del regime, e che a questo si debba porre rimedio. Già nel 2019 Sánchez aveva ottenuto che le spoglie di Franco venissero tolte dalla “Valle de los Caídos“, il grande monumento del regime costruito per celebrare la fine della Guerra Civile e che ospita i corpi di soldati di entrambi gli schieramenti.

Il Caudillo era sepolto davanti a José Antonio Primo de Rivera, fondatore del partito falangista e fucilato dai repubblicani durante la Guerra Civile. Per via della Legge della Memoria Democratica, anche il suo corpo non potrà rimanere lì. La famiglia del falangista ha annunciato che lo porterà da un’altra parte per evitare l’umiliazione che se ne occupi il governo.

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Rodolfo Fabbri

Rodolfo Fabbri

Giornalista, da sempre affascinato da storia, geografia e politica. Milanese con esperienze in giro per l'Europa, ho una passione che sfiora la maniacalità per mappe e dati. L'obiettivo che mi pongo è quello di raccontare con equilibrio quel che ci succede intorno. Perché se è vero che nel giornalismo l'oggettività non esiste, ritengo che il nostro dovere sia di fare tutto il possibile per avvicinarvisi

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