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Spieghiamo a cosa serve la geopolitica

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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

Le Filippine tornano a Casa, dagli Usa: finita l’ubriacatura per la Cina
Con la riapertura della base militare di Subic, una di otto chieste dagli Stati Uniti, Manila si riallinea al contenimento cinese nel Pacifico
filippine

«In questo luogo annuncio la mia separazione dagli Stati Uniti». Così sentenziava l’ex presidente delle Filippine Rodrigo Duterte dalla Grande sala del popolo di Pechino. Era il 20 ottobre del 2016 quando il capo di Stato filippino, in una delle prime visite ufficiali, prometteva al mondo uno storico cambio di passo nella politica estera di Manila. Nei mesi precedenti era salito agli onori della cronaca per aver suggerito alle Nazioni unite «di andare al diavolo» e per aver appellato l’allora presidente americano Obama come «un figlio di puttana».

Oggi, sei anni dopo, l’arcipelago annuncia che sarebbe addirittura disposto ad aprire le porte delle proprie basi militari a Washington, in caso di un’invasione cinese di Taiwan. Dagli Stati Uniti arriva la richiesta di mettere a disposizione ben otto installazioni militari tra le varie isole delle Filippine e sembra confermata la riapertura della storica base navale di Subic Bay, abbandonata nel 1992 dai militari americani. Una nuova inversione di rotta, sancita dall’insediamento del presidente Ferdinand Marcos Jr – figlio dell’omonimo dittatore – al Malacanang di Manila.

Le Filippine americane

La storia delle Filippine è in buona misura storia dell’impero americano. Strappate al morente impero di Madrid nel 1898, in quella guerra ispanoamericana che proiettò la superpotenza nelle acque calde del Pacifico, hanno ospitato per quasi un secolo soldati americani. Le basi nell’arcipelago furono cruciali in tutte le principali operazioni belliche del XX secolo: da qui partirono tanto i contingenti americani che contribuirono a soffocare la rivolta dei Boxer nel 1901, quanto i bombardieri che presero parte all’operazione Desert storm contro l’Iraq, 90 anni dopo.

Le Filippine sono formalmente indipendenti dal 1946, ma legate agli Stati Uniti da un trattato di mutua difesa del 1951. Per tutta la durata della Guerra fredda le basi affacciate sul Mare Cinese Meridionale saranno uno snodo cruciale della proiezione americana nel quadrante indo-pacifico. È solo con la fine dell’Urss che gli Usa volgono lo sguardo altrove, allentando la presenza nella zona, complice anche il revival del sentimento “anticolonialista” filippino.

Nel 1991 l’eruzione del vulcano Pinatubo determina l’abbandono della base di Clark, sommersa dalle ceneri. L’anno dopo la bandiera a stelle e strisce viene ammainata nella base di marina di Subic, uno degli stazionamenti più importanti e antichi della Settima flotta americana. La baia viene convertita in un’area di libero scambio e per commemorare la partenza dell’ex dominatore coloniale viene eretto il monumento di Inang Laya, che reca le impronte dei 12 senatori che nel 1991 votarono contro la proroga della concessione della base agli Stati Uniti.

L’Ubriacatura cinese di Duterte

Al netto di alcune frange della politica filippina, in particolar modo la sinistra socialista, in realtà i rapporti con l’alleato americano rimarranno sempre cordiali. Il trattato del 1951 sarà addirittura integrato da un nuovo accordo nel 2014, che prevedeva l’accesso di navi ed equipaggiamento militare in stars and stripes ad una serie di basi delle forze armate filippine. A Manila c’era Benigno Aquino III, a Washington Barack Obama. A legarli insieme l’ascesa di Pechino, che negli stessi anni palesava con sempre maggiore zelo le sue rivendicazioni nel Mare Cinese Meridionale.

La rinnovata attenzione americana per le Filippine non implicava però lo scontro diretto con la Repubblica popolare. Mentre montavano le tensioni tra Manila e Pechino intorno alle Isole Spratly, gli Stati Uniti tenevano un profilo basso, limitandosi a condanne di circostanza. Con grande scorno di Manila, il presidente americano arrivò anche a derubricare le contese a «liti per qualche scoglio». La cooperazione militare con gli Stati Uniti proseguiva per tramite delle frequenti esercitazioni congiunte, ma i lavori per ammodernare le basi militari previsti dall’accordo del 2014 stentavano a partire.

Sarà forse per la percepita freddezza da parte americana, unita alle promesse dei colossali investimenti veicolati dalle Vie della Seta, che il neo eletto Duterte volgerà lo sguardo verso il Dragone. A raffreddare i rapporti con Washington c’erano poi le aspre critiche che l’amministrazione di Manila si era guadagnata con la sua spietata lotta alla droga. Si stima che in cinque anni le forze di sicurezza filippine abbiano ucciso almeno 6mila persone. Secondo diverse investigazioni le retate degli “squadroni della morte” si configuravano di fatto come feroci rappresaglie, che includevano frequenti esecuzioni extragiudiziarie.

I metodi di Duterte – insieme alle sue dichiarazioni sui generis – gli varranno diffide e richiami da parte delle istituzioni europee e americane. La Cina, al contrario, ha sempre appoggiato la zelante politica dell’ex sindaco di Davao. Nel 2016, quando gli Stati Uniti vietano un visto al senatore Ronald dela Rosa – capo delle squadre di polizia – Manila va su tutte le furie e congela l’accordo del 2014, minacciando anche di espellere le forze speciali americane che conducevano operazioni antiterrorismo sull’isola di Mindanao.

Filippine e Cina: un’intesa nata morta

Il disgelo tra la Cina e le Filippine si rivela però un progetto senza prospettive. Le tensioni tra gli atolli contesi non si fermano e Pechino si rifiuta di riconoscere la sentenza della Corte dell’Aia, che nel 2016 bolla come inaccettabili le rivendicazioni cinesi. Nel 2017 e nel 2019 i pescherecci sinici – che nell’area fanno da milizia informale del Dragone – accerchiano l’isola filippina di Thitu, l’insediamento più importante nelle Spratly. Al contempo la Cina prosegue nella militarizzazione delle isole – alcune diventano vere e proprie fortezze – e nell’esplorazione di giacimenti e fondali rivendicati dalle Filippine.

Le reazioni di Duterte sono ondivaghe: alle volte minimizza, imponendo ai funzionari locali di tacere con i media, altre si dice pronto alla guerra. Nel 2018 affermerà di essere disposto «a mandare al suicidio i soldati», quando viene a sapere delle prospezioni cinesi nel Benham Rise, ma pochi mesi dopo lo troviamo a Pechino, sorridente al secondo Forum sulle Vie della Seta. Al netto del comportamento peculiare del magmatico presidente, diventa chiaro che di Pechino non ci si può fidare. Intanto alla Casa Bianca si è insediato Donald Trump, che ha inaugurato una politica esplicitamente ostile nei confronti del Dragone e nel 2019 Mike Pompeo vola a Manila e assicura che un attacco cinese negli atolli innescherà il trattato di mutua difesa del 1951.

Anche sul fronte degli investimenti l’intesa con la Cina fatica a decollare. Al 2017 i fondi esteri cinesi valgono un quindicesimo di quelli del Giappone, un quarto di quelli degli Stati Uniti. Il Dragone preferisce gesti simbolici, come acquisire e riqualificare i terreni su cui sorgevano le basi americane, come quella di Clark, ma all’atto pratico il rinascimento infrastrutturale auspicato da Manila non si concretizzerà mai. Una delusione collettiva che alimenterà il sentimento anticinese della popolazione filippina.

Gli ultimi anni dell’amministrazione Duterte iniziano a correggere la rotta – pur con qualche incidente di percorso dettato dal carattere burrascoso dell’inquilino del Malacanang. Nel 2021 il Visiting Force Agreement viene rinnovato definitivamente, mentre viene resa pubblica la lista delle installazioni a cui gli Usa avranno accesso. Quando a fine anno Stati Uniti, Australia e Regno Unito annunciano la creazione di Aukus – patto di alleanza con una marcata impostazione anticinese – Manila si pronuncia favorevolmente e invita addirittura i partner dell’anglosfera a partecipare ad un’esercitazione militare congiunta. L’ubriacatura cinese è definitivamente terminata.

Di nuovo dagli Usa: l’importanza delle Filippine nel contenimento cinese

A luglio, nel primo discorso alla nazione, il neo eletto Marcos ha precisato che la sua amministrazione non abbandonerà «nemmeno un centimetro quadrato del territorio della Repubblica delle Filippine a nessuna potenza straniera». Un chiaro riferimento alle pretese su quel “Mediterraneo d’Asia” che nell’arcipelago chiamano da sempre “Mare Filippino Occidentale”. Lo scorso settembre, parlando con Nikkei, l’ambasciatore filippino negli Stati Uniti affermava che, pur restando la guerra un’eventualità da allontanare in ogni modo, Manila potrebbe mettersi a disposizione delle forze armate americane in caso di un conflitto per Taiwan.

Adesso il Pentagono mette sul tavolo circa 70 milioni di dollari per ammodernare le cinque basi militari individuate nel 2014, a cui potranno accedere, a rotazione, i soldati americani. Negli ultimi otto anni, complice la sbandata del primo Duterte, i lavori sono andati a rilento e solo nella base di aerea di Cesar, sull’Isola di Luzon, sono state completate le infrastrutture richieste. Secondo il dipartimento della Difesa, in almeno tre dei siti indicati da Manila, i lavori inizieranno nel 2023.

Gli altri quattro siti sono la Antonio Bautista Air Base (Palawan), la Benito Ebbed Air Base (Mactan), Fort Magsaysay (Cebu) e l’aeroporto di Lumbia (Cagayan de Oro). Gli Stati Uniti però ora richiedono l’accesso a un numero maggiore di punti di appoggio, compreso tra otto e dieci. E di recente si è tornato a parlare proprio della vecchia base di Subic Bay. Rolen Paulino, amministratore dell’area metropolitana che accoglieva la base, ha affermato in un’intervista che «sarebbe stato sorpreso» se la baia non fosse stata inserita tra i siti che prossimamente saranno compresi nell’accordo.

Un indizio in questo senso potrebbe essere l’acquisto di una vasta area del porto da parte di una compagnia americana, la Cerberus Capital Management. Una trattativa portata a termine anche grazie alla mediazione di funzionari del governo statunitense, che sarebbero intervenuti quando era emersa la possibilità che la stessa porzione della baia fosse acquisita da alcune società cinesi.

Una nuova base a Subic Bay, considerata anche la presenza degli ancoraggi d’alto mare ideale per le grandi navi della marina americana, sarebbe un notevole passo in avanti. Fornirebbe agli Stati Uniti un punto d’accesso di prim’ordine al Mare Cinese Meridionale, vera frontiera dell’espansionismo cinese. L’Us Navy potrebbe godere di uno stazionamento di primo livello ad appena 200 miglia dalle Isole Spratly. Per lo stesso motivo, un’altra delle basi che gli Stati Uniti potrebbero spingere per ottenere è quella nella baia di Oyster, sull’isola di Palawan, che dalle isole contese dista anche meno.

Concedere agli Stati Uniti un accesso simile al bacino significa compromettere, forse per sempre, le proprie relazioni con Pechino. Dal canto suo il Dragone, se da una parte ha guadagnato una posizione di forza incontrastata tra gli atolli del Mare Cinese Meridionale, ha anche eroso all’osso i possibili margini di cooperazione con le altre potenze rivierasche. Grazie a una flotta di draghe la Cina ha raccolto e accumulato sugli atolli tonnellate di sabbia, creando almeno 3200 nuovi acri calpestabili nelle sole Isole Spratly. Atolli a mala pena affioranti qualche anno fa, come Mischief, Subi e Fiery Cross Reef, oggi accolgono hangar, piste di decollo e sistemi missilistici.

Di pari passo all’estensione delle Isole cresceva anche l’avventurismo della Cina, che nel gennaio dello scorso anno ha varato una legge per armare gli uomini della guardia costiera. Gli stessi pescatori cinesi, che provengono in buona parte dall’isola di Hainan, ricevono a volte un vero e proprio addestramento e trasmettono costantemente informazioni alla marina di Pechino.

Come sono cambiate le Isole Spratly tra 2012 e 2016

L’ultimo incidente si è verificato a fine novembre, quando un vascello della guardia costiera cinese ha bloccato un peschereccio filippino a poche centinaia di metri dall’Isola di Thitu. I pescatori avevano notato in mare degli oggetti galleggianti, probabilmente i detriti di missili o razzi utilizzati durante esercitazioni o test delle forze missilistiche di Pechino, e li stavano trasportando a riva. A quel punto la nave cinese avrebbe tagliato loro la rotta, impedendo il ritorno a terra e poco dopo si sarebbe avvicinata costringendoli a lasciare il carico.


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Foto in evidenza: Camera Operator: PH2 FARRINGTON – Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1996858

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Francesco Dalmazio Casini

Francesco Dalmazio Casini

Fondatore di Aliseo, archeologo redento, appassionato di studi strategici. Voglio raccontare la geopolitica, cercando di leggere tra le righe gli interessi di attori espliciti e meno espliciti. Credo che all'informazione italiana manchino due cose: il realismo e la capacità di prendersi un po' di tempo prima di raccontare quello che succede.

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