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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

Il riarmo del Giappone fa sul serio: nuovi missili e ok agli attacchi preventivi
Tokyo vuole sviluppare ben 10 nuovi missili, compresi quelli ipersonici. Dopo 70 anni il Sol Levante si immagina "all'attacco"
giappone

Il secondo giorno di dicembre dell’anno 2022 segna una data storica per il Giappone. La coalizione di governo dell’Arcipelago ha deciso che il paese si doterà di capacità di “contrattacco”, dirimendo una questione che nei circoli strategici giapponesi infiamma il dibattito da almeno 70 anni. A dare luce verde non solo il partito liberaldemocratico, che da un decennio buono è alfiere della battaglia per il riarmo, ma anche i buddisti di Komeito, partner di minoranza della coalizione.

Difficile tradurre il concetto di counterstrike senza scadere nella sfera della guerra preventiva. Dal Giappone assicurano che questo genere di azioni potrà materializzarsi solo ai danni di quanti sono in procinto di porre una minaccia esistenziale alla sicurezza nazionale e – sembra scontato – ai danni delle sole installazioni militari da cui tale minaccia proviene. Caso da manuale, opportunamente declinato nella geografia politica dell’est asiatico: impedire un attacco missilistico nordcoreano in procinto di colpire il territorio giapponese, colpendo in anticipo il sito di lancio.

Per ottenere una descrizione puntuale di cosa le Jieitai giapponesi intendano per “counterstrike capabilities” non bisognerà attendere molto. Entro la fine del 2023 il concetto dovrebbe essere inserito all’interno di tre documenti strategici che promettono di riscrivere il rapporto travagliato che lega il Giappone all’utilizzo della forza militare: Le Linee guida del programma nazionale di Difesa, il Programma di Difesa di medio termine e la Strategia per la sicurezza nazionale.

L’ultimo documento della triade è quello intorno a cui ci sono più aspettative. L’ultima Strategia di Sicurezza Nazionale è stata pubblicata nel 2013. In mezzo ci sono dieci anni in cui la Repubblica popolare cinese ha raddoppiato il prodotto interno lordo e triplicato il numero delle portaerei. All’epoca la principale minaccia per la sopravvivenza del Giappone era individuata nella bellicosa Corea del Nord, mentre è praticamente scontato che nel nuovo aggiornamento cederà al Dragone il ruolo di “nemico pubblico numero uno” – come affermano già da alcuni anni documenti minori come i libri bianchi del ministero della Difesa.

Il lancio di un missile antinave Type 12 AShM | da Wikimedia Commons

Missili, navi e sentimento: schizzo del riarmo giapponese

A suggellare l’incipiente rinascita strategica di Tokyo i piani annunciati dal ministero della Difesa per lo sviluppo di un comparto missilistico completamente indigeno. Il Giappone intende sviluppare almeno dieci nuovi vettori che copriranno l’intero arco delle possibilità di impiego e delle piattaforme di lancio: navi, sommergibili, aerei e installazioni a terra (mobili e non). Tra questi sarebbe incluso anche un missile ipersonico e un nuovo tipo di bombe a planata ad alta velocità.

Scelta fatale, quella dei missili, che è l’esempio plastico della disinvoltura con cui a Tokyo si è tornati a parlare di fare la guerra. Passo impensabile appena un decennio fa, quando la schiacciante maggioranza dei sudditi del Crisantemo si opponeva strenuamente al riarmo del paese – che, recita la Costituzione, “rinuncia alla guerra come sovrano diritto della nazione”. Colpisce anche la fretta con cui il Giappone vuole mettere in servizio i vettori, con l’entrata in servizio di tutta la nuova gamma entro il 2030.

Ad inquadrare il teatro in cui Tokyo si immagina un conflitto è la volontà – per ora ancora sulla carta – di aumentare le guarnigioni nelle Isole Nansei. Le Nansei – o Ryuku – sono un arcipelago strategico, le cui isole si distendono come una catena da Kyushu fino a Taiwan. Yonaguni, la più meridionale, dista appena un centinaio di chilometri dall’Isola rivendicata da Pechino. In una delle prefetture delle Nansei – quella di Okinawa – è compreso anche il famigerato arcipelago delle Sengaku, al centro di fortissime contese con la Repubblica popolare cinese, che rivendica le isole col nome di “Diaoyu

Il Giappone sembra intenzionato a schierare mille soldati in più nelle isole. Non solo uomini ma anche mezzi, in particolar modo batterie di difesa antiaeree, il cui numero andrebbe a triplicare secondo una bozza dei piani visionata da Kyodo News. È possibile che le stesse isole siano anche la destinazione dei 500 missili da crociera americani Tomahawk, con cui il Giappone vuole rintuzzare le sue capacità offensive nel mentre che l’industria nazionale sviluppa le alternative indigene.

I recenti sviluppi completano gli sforzi che negli ultimi anni hanno portato Tokyo a contare su uno degli eserciti – ma guai a chiamarlo così – più avanzati del pianeta. Il riarmo della quarta economia del mondo parte da lontano, quando nel 2012 Shinzo Abe si sobbarca il fardello di traghettare nuovamente nella storia il Sol Levante. Tra le tappe fondamentali, la costruzione di una linea completa di quattro portaelicotteri – almeno due, quelle della classe Izumo, vere e proprie portaerei – e l’acquisto della più grande flotta di caccia di quinta generazione del pianeta dopo gli Stati Uniti.

Adesso il premier Fumio Kishida, discepolo del defunto Abe, promette di portare la spesa militare del Giappone fino al 2% del Prodotto interno lordo entro il 2027. Il budget per la Difesa è aumentato costantemente nell’ultimo decennio, ma ha toccato l’1% solo nel 2021. Quello che i liberaldemocratici intendono fare è raddoppiare i fondi nello spazio di cinque anni, arrivando alla cifra record di 100 miliardi di dollari – circa 20 miliardi in più di quanto si può permettere la bellicosa Federazione russa.

Da segnalare come i liberaldemocratici abbiano iniziato a parlare con maggiore insistenza dell’aumento delle spese tra la primavera e l’estate del 2022. Lo stesso lasso di tempo che precedeva le elezioni della Camera alta giapponese (vinte dal partito). Chiaro segnale che il riarmo aveva cessato di essere tabù anche presso l’opinione pubblica. A dimostrarlo alcuni sondaggi, come quello condotto da The Asahi Shimbun lo scorso maggio, che vedeva il 64% degli intervistati favorevoli all’aumento delle capacità militari del paese.

Una nuova rilevazione, realizzata dalla firma Yomiuri, afferma che più della metà dei giapponesi è favorevole al piano per la spesa militare proposto dal governo. Dati assolutamente impensabili appena qualche anno, in un paese divenuto celebre proprio per l’incapacità di concepire una politica estera che guardasse oltre alla “checkbook diplomacy” – o “diplomazia del libretto degli assegni”.

Cina, Russia, Corea del Nord: i vicini scomodi del Giappone

A imbeccare il Giappone sulla via delle durezze della storia non c’è solo il carsico nazionalismo dell’Arcipelago. Il Sol Levante esiste nel raggio d’azione di ben tre potenze nucleari ostili o quasi e con due di esse condivide dispute territoriali mai risolte. È il caso delle famigerate Senkaku, che la Cina rivendica come parte del territorio nazionale, nonostante siano “amministrate” (sono deserte) da Tokyo dal 1972, quando furono abbandonate dagli americani.

Nel 2012 una contesa intorno all’arcipelago portò Tokyo e Pechino ai ferri corti, con quest’ultima che decise di imporre restrizioni sull’export delle terre rare verso il Giappone. Nessuno dei due contendenti ha fatto passi indietro e anzi le incursioni cinesi, aeree e navali, si sono moltiplicate. L’ultima è avvenuta a fine novembre, quando una nave della guardia costiera – che dal 2021 è stata autorizzata a portare le armi, anche pesanti – è arrivata in prossimità delle isole. Secondo fonti giapponesi era la 32esima volta che il naviglio cinese violava i confini marittimi giapponesi quest’anno.

A soffiare sulle paure del Sol Levante, il fatto che ormai la Cina si attesta come prima potenza navale e missilistica – tolti gli Stati Uniti – di tutto il teatro Indo Pacifico. Secondo il Pentagono entro il 2035 l’arsenale nucleare del Dragone potrebbe toccare le 1500 testate. Un numero impressionante se si pensa che due anni fa erano “appena” 300. E’ facile immaginare come il territorio giapponese, in particolar modo le regioni accolgono le basi statunitensi, brulichi di bersagli già designati in caso la guerra fredda tra Washington e Pechino si facesse d’un tratto incandescente.

Non solo Cina ma anche Russia. Con Mosca Tokyo ha in sospeso la questione delle Isole Curili, che si stendono a nord dell’Hokkaido, la più settentrionale delle regioni dell’Arcipelago. Occupate dai sovietici sul finire della guerra e pesantemente militarizzate, alcune di loro rivendicate dal Giappone col nome di “territori settentrionali”. In mancanza di un trattato che sancisca la fine delle ostilità tra Russia e Giappone – l’Urss non firmò mai quello di San Francisco – Tokyo si rifà a quello firmato a Shimonoda nel 1855, che prevede la sua sovranità sulle quattro isole più meridionali. Dal canto suo, Mosca è sempre restata sorda a questo genere di rivendicazioni.

Le isole sono scarsamente abitate ma strategiche per la loro posizione, proiettate verso la penisola della Kamchatka, a recingere il mare di Okhotsk. Ospitano almeno quattro grandi installazioni militari russe, alcune in grado di alloggiare i sottomarini da attacco nucleare. A partire dal 2015 la Federazione ha portato avanti un imponente programma di militarizzazione dell’arcipelago, schierando una vasta gamma di sistemi missilistici.

L’isola più meridionale, Kunashiri, dista appena 20 chilometri dalle coste giapponesi. Insieme a Eterofu, accoglie batterie di missili antinave che possono agevolmente colpire tutto il territorio dell’Hokkaido. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, Mosca ha schierato altri sistemi missilistici Bastion nelle Curili, annunciando al contempo nuovi lavori per estendere gli alloggiamenti del personale. Un messaggio molto chiaro, che segue l’adesione del Giappone ad alcuni dei pacchetti di sanzioni ai danni della Federazione.

Chiude il cerchio la Corea del Nord, che nelle ultime settimane è tornata a far parlare di sé sparando con l’artiglieria lungo il confine marittimo con i vicini del sud. Quest’anno Pyongyang ha effettuato ben 60 test missilistici, alcuni dei quali hanno coinvolto vettori intercontinentali capaci di montare testate atomiche. Il 18 novembre i resti di un missile nordcoreano sono caduti a occidente del Giappone, ad appena 210 chilometri dalle coste dell’Hokkaido. Adesso i nordcoreani si preparano ad effettuare un nuovo test nucleare, il primo dal 2017.

Guardare lontano, verso Taiwan

Insomma, in potenza, le situazioni in cui fare sfoggio delle counterstrike capabilities non mancano. Sebbene la decisione del governo rappresenti un passo epocale, lontano dai riflettori il Giappone si muove da tempo per dotarsi delle capacità di colpire in casa eventuali nemici. Già sul finire del 2020 annunciava la volontà di modificare i missili Type 12 – il principale missile antinave delle forze di difesa giapponesi – per estenderne la gittata da 200 a 1200 chilometri.

Gli stessi missili Tomahawk che l’Arcipelago intende acquistare dagli Usa hanno un raggio d’azione che si aggira intorno ai 2500 chilometri. Opportunamente posizionati possono colpire senza problemi l’entroterra cinese – Shanghai compresa – o essere impiegati contro le navi del Dragone impegnate in un’ipotetica invasione di Taiwan.

Proprio intorno alle mire di Pechino sull’Isola ribelle – ormai esplicitate senza troppi problemi dalla leadership comunista – ruotano le preoccupazioni più impellenti dei decisori giapponesi. Non è un caso se, a mezza bocca, il governo giapponese inizia a parlare delle contromisure da attuare in caso di un assalto diretto all’ex colonia. Gli abitanti delle Nansei, primo antemurale giapponese in caso di conflitti, si addestrano alle operazioni di evacuazione, mentre Tokyo aumenta guarnigioni e costruisce nuovi depositi di munizioni sulle isole. Come se a importare adesso fosse rimasto solamente il “quando” piuttosto che il “se”.


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Francesco Dalmazio Casini

Francesco Dalmazio Casini

Fondatore di Aliseo, archeologo redento, appassionato di studi strategici. Voglio raccontare la geopolitica, cercando di leggere tra le righe gli interessi di attori espliciti e meno espliciti. Credo che all'informazione italiana manchino due cose: il realismo e la capacità di prendersi un po' di tempo prima di raccontare quello che succede.

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