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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

La crisi senza fine del Libano, tra settarismi e instabilità sistemica
A Beirut crisi economica e instabilità dilagante si fondono alla ingerenze degli attori esterni, a partire dalla Repubblica Islamica iraniana

In Libano è in corso una nuova crisi politica. Questo fatto di per sé non rappresenta una novità e quasi non fa più notizia viste le terribili condizioni in cui versa il paese almeno dal 2019, anno dell’inizio delle violente proteste contro l’establishment libanese, accusato di corruzione e incapace, perciò, di risolvere i problemi che affliggono la popolazione. Da allora, la pandemia, l’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020 e la guerra in Ucraina hanno aggravato il disastroso quadro del paese, sempre sul filo del default ma mai sufficientemente da convincere la classe politica a mettere da parte le (enormi) divergenze per trovare soluzioni concrete.

La recente crisi ha come data d’inizio il 30 ottobre scorso, ultimo giorno di mandato dell’ex presidente del paese Michel Aoun. Da allora sono già state 11 le sedute parlamentari organizzate con l’obiettivo di eleggere un nuovo presidente, tutte concluse con un nulla di fatto e con il risultato che oggi la politica libanese è orfana di una figura che sia in grado di attuare le necessarie misure per uscire dalla crisi cronica in cui è intrappolato il paese. Nel 2016 Aoun venne eletto presidente dopo 45 votazioni parlamentari e due anni e mezzo di vuoto di potere, e nulla fa pensare che questa volta possa andare diversamente.

Un sistema politico settario

La ragione per cui in Libano il processo decisionale è macchinoso e lento è da ricercare nella sua peculiare struttura politica: a partire dal 1943, anno dell’indipendenza dalla Francia, il potere è ripartito su base confessionale allo scopo di garantire rappresentanza politica a ogni gruppo religioso presente nel paese.

Per favorire ciò, è stabilito che le tre cariche più importanti siano assegnate ai tre gruppi religiosi maggioritari: il Presidente della Repubblica deve essere sempre un cristiano maronita, il Primo ministro deve essere un musulmano sunnita e il Presidente del Parlamento deve essere un musulmano sciita. Le cariche di capo di stato maggiore dell’Esercito e di Vicepresidente del Parlamento sono in mano nell’ordine a un rappresentante della comunità drusa e a uno della chiesa greco-ortodossa. Inoltre, il Parlamento deve essere composto per metà – 64 membri su 128 – da cristiani e per metà da musulmani (includendo le varie correnti minoritarie delle due religioni).

Il pregio di questo sistema politico è paradossalmente anche il motivo della sua inefficacia. Se è vero che in tal modo nessuna fazione può prevalere sulle altre e che ogni comunità religiosa ha una rappresentanza assicurata al potere, è altrettanto vero che ciò ha dato vita un sistema clientelare in cui i partiti sono diventati dei meri strumenti al servizio di una determinata lobby religiosa. Dal momento che ogni partito si prodiga solo per difendere gli interessi della propria comunità, la corruzione è dilagante e si è creata una situazione in cui nessuno vuole cedere alle richieste delle comunità rivali col risultato che le discussioni parlamentari, anche per le questioni di minor rilevanza, sono lunghe e inconcludenti.

In altre parole, nessun partito – di qualsiasi confessione religiosa o idea politica – ha interesse a cambiare lo status quo, per diverse ragioni. Per Hezbollah (che rappresenta la maggioranza dell’elettorato sciita) è importante che il paese rimanga instabile per favorire l’operato di Teheran sul territorio; per i musulmani sunniti la situazione attuale è favorevole perché il loro rappresentante, il primo ministro Najib Mikati, al momento svolge anche il ruolo di presidente ad interim (con compiti limitati) fintanto che non si risolve l’attuale crisi.

La comunità cristiano-maronita, invece, rappresenta ancora l’élite dominante del paese dal momento che l’attuale partizione confessionale del potere è stata creata sulla base dell’ultimo censimento disponibile, datato 1932, quando quest’ultimo era il gruppo maggioritario. Se venisse svolto un nuovo censimento con tutta probabilità la comunità sciita risulterebbe essere quella più numerosa e ciò aprirebbe il campo alla vittoria definitiva di Hezbollah.

In un tale clima politico è stato impossibile, finora, trovare un’intesa per risolvere gli enormi problemi che affliggono il paese. Nemmeno la crisi economica – causa del crollo del valore della lira libanese e dello stato di povertà di circa tre quarti della popolazione – e le proteste antigovernative del 2019 hanno smosso l’élite dall’immobilismo che sta avvicinando il Libano a un pericoloso punto di non ritorno dalle conseguenze imprevedibili.

In Libano la crisi apre le porte agli attori esterni

Da sempre in paesi dove le istituzioni non riescono a esercitare un effettivo controllo sul territorio aumentano le interferenze straniere, e il Libano ne è l’esempio per eccellenza. Iran, Stati Uniti e Arabia Saudita sono gli esempi più recenti di potenze – regionali e globali – che hanno avuto un ruolo primario nel modellare la politica di Beirut negli ultimi anni.

In quest’ottica, oggi la politica libanese è essenzialmente divisa in due blocchi, nonostante le divisioni settarie sopracitate: da una parte c’è l’Alleanza dell’8 marzo, la coalizione di governo che riunisce Hezbollah e tutte le formazioni alleate del “Partito di Dio”, patrocinata da Teheran; dall’altra parte c’è l’Alleanza del 14 marzo che costituisce il fronte anti-Hezbollah e che è sostenuta da Washington e Riyad.

Hezbollah, al di là delle dinamiche politiche che lo vedono come leader della coalizione di maggioranza, rimane il grande ostacolo alla pace in Libano. Di fatto è la “succursale” libanese dell’Iran – da cui riceve circa 700 milioni di dollari l’anno secondo le ultime stime statunitensi – e possiede un esercito che è più grande e meglio organizzato rispetto alle Forze Armate regolari libanesi. Fintanto che Hassan Nasrallah, leader del “Partito di Dio”, riceverà supporto logistico ed economico degli ayatollah, il paese dei Cedri rimarrà in balìa delle dinamiche regionali che coinvolgono la Repubblica Islamica.

Nonostante Hezbollah e l’Iran siano senza dubbio le entità più influenti all’interno della politica libanese, il loro primato non è assoluto e ci sono diversi indizi che indicano che le cose potrebbero cambiare. Alle ultime elezioni di maggio 2022 ad ottener il maggior numero di seggi in parlamento, a quota 19 su 128, sono state le Forze Libanesi, partito cristiano-maronita dell’Alleanza del 14 marzo. Inoltre, questo risultato elettorale ha tolto la maggioranza parlamentare alla coalizione di Hezbollah, che ora ha ancora maggior interesse a sostenere un candidato alleato per la presidenza, che ancora però non è stato trovato. Ciò complicherà senza dubbio le trattative e allungherà i tempi delle elezioni presidenziali.

Due eventi regionali, inoltre, potrebbero intaccare l’influenza della Repubblica Islamica. In prima istanza, un’eventuale estensione degli Accordi di Abramo (gli accordi con cui Emirati Arabi Uniti e Bahrain hanno normalizzato i rapporti con Israele nel 2020), in particolare all’Arabia Saudita, favorirebbe una generale distensione dei rapporti tra i paesi musulmani della regione con Israele, indebolendo la retorica degli ayatollah sulla guerra contro lo Stato ebraico.

E, in questo senso, qualcosa si è già mosso: i recenti accordi stipulati tra Israele e lo stesso Libano che hanno risolto le dispute territoriali nel Mediterraneo tra i due paesi mostrano come Hezbollah stesso sia dovuto scendere a patti con l’acerrimo nemico mettendo da parte la sua retorica belligerante. In seconda battuta, non è da dimenticare il forte dissenso interno esploso dopo la morte di Mahsa Amini, la cui portata delle conseguenze sul medio-lungo termine è ancora da capire, sia in patria sia all’estero.

Foto in evidenza: “Lebanese flag floating” by Eusebius@Commons is licensed under CC BY 2.0.

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