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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

Perchè l’ “asse” di Arabia Saudita, Russia e Cina sul petrolio preoccupa gli USA
L'Opec taglia la produzione di petrolio, venendo incontro a Mosca e ignorando le rimostranze americane. Lo yuan insidia il dollaro, ma la strada è ancora lunga

In questi giorni sentiamo molto parlare di banche, tassi, banche centrali e stabilità del sistema finanziario. Dopo un marzo difficile per i mercati in questo aprile arriva una nuova grana: l’Opec+, guidato da Arabia Saudita e Russia, ha deciso come un fulmine a ciel sereno di ridurre la produzione di petrolio di 1,6 milioni di barili al giorno.

La notizia, arrivata domenica 2 aprile, ha spinto al rialzo i prezzi del petrolio di quasi il 6%. Il Brent, il petrolio del mare del nord, noto benchmark europeo, è salito del 5,3% a 84,1 dollari al barile; mentre il Wti, il petrolio texano riferimento per il mercato statunitense, è cresciuto del 5,4%, a 79,8 dollari.

Da quasi un anno non avevamo a che fare con impennate così repentine. Questa progressiva riduzione nell’offerta di greggio cambia l’andamento dei mercati successivo al fallimento della Silicon Valley Bank negli Stati Uniti. I timori per la stabilità del sistema finanziario, gravato dalla politica sempre più restrittiva delle banche centrali, avevano portato i prezzi del Brent e del Wti a scendere rispettivamente a 73 e 67 dollari al barile.

Questo mutamento nel mercato energetico comporta un’inversione di tendenza dell’inflazione. Fino ad ora abbiamo goduto di prezzi delle commodities energetiche in calo, ma il cambio di marcia potrebbe determinare un più lungo periodo di inflazione alta. Se la pressione sul prezzo dovesse continuare, i mercati potrebbero scontare pesanti ribassi, consapevoli che le banche centrali dovranno estendere o rafforzare i rialzi dei tassi di interesse. Verosimilmente, tornare al caro vecchio 2% diventa sempre di più un obiettivo utopico.

L’Opec + contro Washington

La “riduzione volontaria” nella produzione di greggio annunciata dai sauditi segue quella già decisa dall’Opec+ l’ottobre scorso. I paesi produttori di petrolio si erano accordati per ridurre la produzione di due milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita ridurrà la sua produzione di un ulteriore mezzo milione di barili al giorno. L’Iraq, un altro membro dell’OPEC, la taglierà 211mila barili al giorno. Gli Emirati Arabi Uniti 144mila barili; il Kuwait di 128mila; l’Algeria di 48mila; l’Oman di 40mila.

I sauditi hanno cercato di motivare il taglio descrivendolo come una mossa precauzionale che ha lo scopo di dare stabilità al mercato petrolifero, ma alla Casa Bianca non sono dello stesso avviso; non pensano che la motivazione dietro ai tagli sia strettamente economica, come sostengono nel Golfo, ma che invece sia una scelta geopolitica.

A preoccupare di più gli apparati americani non è però la possibile crescita dell’inflazione – che resta una possibilità – quanto il fatto che uno degli storici alleati nella regione si emancipi dalla tutela di Washington. Un timore più che giustificato alla luce della normalizzazione dei rapporti tra Riyad e Teheran, cui ha fatto seguito una nuova tornata di accordi firmata a Pechino il 6 aprile.

Certo l’Opec + si dimostra sempre più irriverente alle rimostranze degli Stati Uniti, che si erano già opposti ai tagli dello scorso ottobre. Tuttavia, sembra che il cartello dei produttori capeggiato da Arabia Saudita e Russia sia sordo alle minacce della Casa Bianca, specie quando a queste non fanno seguito azioni concrete. Addirittura, potremmo dire che la decisione dei maggiori paesi produttori segue la scelta già fatta dalla Russia di ridurre la produzione di 500mila barili al giorno fino alla fine del 2023 come ritorsione per le sanzioni europee e americane. 

Nel grande gioco del petrolio Washington non deve fare i conti solo con russi e sauditi, perché anche Pechino ha carte da giocare. Il Celeste Impero sta lavorando alacremente per pagare il greggio russo e saudita in yuan, tramando per insidiare il dollaro, sovrano indiscusso del commercio globale. I tentativi cinesi di scalzare il biglietto verde non sono cosa nuova, ma le difficili manovre perpetrate da Pechino sono ancora ben lontane dal mettere in discussione il ruolo del dollaro.

La lunga strada verso la de-dollarizzazione

Ormai da qualche tempo la Cina paga parte del petrolio che acquista dalla Federazione russa in yuan, ma la quasi totalità degli scambi di oro nero avviene ancora in valuta americana. In aiuto alle macchinazioni cinesi potrebbero arrivare però i sauditi, che dal viaggio del presidente Xi in Arabia Saudita stanno valutando la possibilità di regolare le vendite di petrolio alla Cina in yuan anziché in dollari. Decisione che determinerebbe una rottura forse irreparabile con Washington, se aggiunta alle intese con Mosca in sede Opec+. 

La predominanza del dollaro significa unipolarismo e in Asia i tentativi di costruire un mondo multipolare non mancano. Russia, Cina e Iran, ma anche l’ambigua India, stanno cercando di insidiare il primato delle valuta statunitense per favorire le valute nazionali e le rispettive ambizioni di potenza. Le sanzioni occidentali alla Russia hanno portato Mosca e Pechino ad accordarsi per utilizzare anche lo yuan nell’interscambio di idrocarburi.

Va detto che un ricorso sempre più frequente alle sanzioni da parte dell’impero americano spinge sempre più paesi ad avere paura di incorrere in contrasti con gli Stati Uniti, in quanto le loro riserve di valuta pregiata, quasi sempre custodite nelle banche centrali occidentali, potrebbero venire congelate.

Per tornare all’oro nero, i sauditi vendono a Pechino 1,7 milioni di barili di greggio al giorno, per un controvalore di circa 46 miliardi di euro all’anno, anche se tutti i contratti venissero regolati in yuan, la quota dei contratti future sul petrolio denominati nella divisa cinese passerebbe dal 5% al 15-20% del totale globale. Il resto sarebbe ancora denominato in dollari Usa. Sembra chiaro che siamo ben lungi dal vedere il dollaro scalzato dallo yuan, inoltre occorre avere ben presente che per quanto molti operatori al di fuori dell’Occidente possano provare un certo astio per lo strapotere del dollaro, non è affatto detto che troverebbero un porto sicuro nella “moneta del popolo”.

Il valore del dollaro non è determinato solamente dalla sua diffusione, dall’essere una sicura riserva di valore ma da tutto l’apparato politico, militare e finanche ideologico che lo sorregge. L’uso del dollaro garantisce di avere a che fare con un sistema in cui vige la rule of law, così non è nell’opacità del sistema di potere cinese.

Foto in evidenza: “Yuan / RMB” by adkorte is licensed under CC BY 2.0.”Oil Barrels” by blizzy78 is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

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Alessandro Gorgoni

Alessandro Gorgoni

Giurista di formazione, ho sviluppato conoscenze trasversali tra economia e diritto sviluppando un’accurata conoscenza della Pubblica Amministrazione e del settore energetico. Sono dottore di ricerca del Dottorato di Interesse Nazionale per la Pa presso l’Università del Salento e lavoro in un’impresa statale.

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