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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

Nazionalità e cittadinanza: una riflessione sull’idea di nazione
Teoria ed elementi che determinano le politiche sulla cittadinanza. A lezione da Federico Chabod.

Un dibattito sempre attuale nella società italiana contemporanea verte sui criteri in base ai quali viene acquisita la cittadinanza. I principi teorici della legislazione a riguardo sono da ricercare nella diversa visione che si può avere della nazionalità, concetto nel quale affondano le radici i moderni Stati – detti appunto Stati-nazione – che si sono costituiti a partire dalla Rivoluzione francese.

Storia, lingua, religione, cultura e territorio: intorno alla condivisione di questi elementi le popolazioni hanno costruito un’organizzazione politica comune, utilizzando il conferimento di una cittadinanza per delimitare i “confini” delle nuove collettività e dei gruppi destinatari di norme, diritti civili e politici previsti dalle Carte costituzionali. 

Ai fini di una riflessione su questo dibattito è importante, in primo luogo, definire le nozioni di nazionalità e cittadinanza. Secondo l’Accademia della Crusca, i due termini vengono spesso confusi, non solo nel linguaggio comune, ma anche in quello burocratico e normativo.

Mentre per nazionalità si intende «l’appartenenza di un soggetto a una comunità, o più esattamente a un gruppo» con elementi di aggregazione come il fattore religioso, linguistico, etnico, politico «e, più in generale, quello storico-culturale», la cittadinanza indica, invece, la condizione giuridica di un individuo all’interno di un certo ordinamento.

Si rileva quindi una distinzione terminologica che diventa più o meno ampia a seconda del principio giuridico in base al quale si è o meno cittadini di un certo Paese. Come vedremo, la giurisprudenza distingue generalmente tra due impostazioni: quella dello ius sanguinis e quella dello ius soli.

Nei prossimi paragrafi sarà analizzato come l’idea di nazione possa essere declinata a seconda dei diversi contesti geografici, utilizzando le osservazioni dello storico del secolo scorso Federico Chabod in L’idea di nazione. Ripercorreremo poi le tappe della normativa su questo tema nel nostro Paese a partire dall’Unità d’Italia e, infine, saranno prese in considerazione le esperienze di altre realtà europee e d’oltreoceano.

Due modi di considerare la nazione

Secondo Chabod, sebbene si possano ritrovare nella Svizzera del ‘700 le prime manifestazioni dell’idea di nazione, sorte come sentimenti di avversione all’egemonia francese, il grande cambiamento avviene nel XIX secolo con la scoperta delle «passioni nazionali» da parte della politica, la quale diviene «assai più tumultuosa, torbida, passionale; acquista l’impeto».

È con questo rinnovato pathos che le nazioni passano dall’essere concetto puramente culturale a concetto politico, ovvero dall’essere sentimento ad essere volontà proiettata nel futuro: «La nazione diventa patria: e la patria diviene la nuova divinità del mondo moderno».

Questa premessa è utile per capire la successiva classificazione che l’autore valdostano compie, vale a dire la distinzione tra una concezione di nazione naturalistica ed una volontaristicaCon la prima, un individuo fa parte di una nazione perché appartiene ad un certo gruppo, ossia è accomunato agli altri da sangue e fisionomia. La seconda introduce, invece, un’idea di appartenenza basata su educazione e valori culturali condivisi ed ha una forte connotazione etica e morale: i legami non hanno attributi biologici ma sono, appunto, volontari e da rinnovare quotidianamente. 

Con queste basi, se una certa popolazione sviluppa un’idea volontaristica, il rispettivo Stato ha caratteristiche includenti e tiene conto del contributo e dell’inserimento dei nuovi membri. D’altra parte, il punto di vista naturalistico comporta che lo Stato divenga puro strumento di riconoscimento ed espressione del primato dell’etnia dominante

Quest’ultima prospettiva fisica e materiale ha avuto forte presa nella Germaniapostunitaria: il pensiero tedesco ha privilegiato fattori esteriori quali razza e territorio, con conseguente sviluppo di un forte nazionalismo e la ricerca del Lebensraum, lo “spazio vitale” sognato da parte della classe dirigente tedesca già a partire da fine Ottocento e teorizzato dal geografo Friedrich Ratzel. Sentimenti che sono considerati tra le maggiori cause dei due conflitti mondiali dello scorso secolo.

Secondo Chabod, invece, il pensiero italiano vede la nazione in modo volontaristico. L’idea di Mazzini e di Cavour – rispettivamente la componente democratica e quella moderata del Risorgimento – era quella di istituire una comunità basata su un pensiero comune, un’associazione volontaria senza pretese di supremazia o primato, senza alcun carattere nazionalistico o imperialista. Era questa una concezione più romantica e vicina a quella francese. 

Con il periodo fascista, la tradizione italiana ha perso la vocazione volontaria, passando ad un modello più etnocentrico e conflittuale. Nel programma del Partito nazionale fascista, istituito nel 1921, la nazione viene definita come «la sintesi suprema di tutti i valori materiali e immateriali della stirpe», dunque basata sulla discendenza, collocata in un preciso territorio e distinta dagli altri gruppi etnici. Lo stesso Mussolini, in un discorso del 1921, descrive l’Italia come «una razza, una storia, un orgoglio, una passione; una grandezza del passato, una grandezza più radiosa dell’avvenire».   

Dato che l’attribuzione della cittadinanza è uno dei principali strumenti per costruire una comunità nazionale, si possono ricondurre alle due principali culture giuridiche di questo tema – ius soli ius sanguinis – i due diversi modi di pensare la nazione individuati da Chabod. 

Con lo ius sanguinis «un individuo ha la cittadinanza di uno Stato se uno dei propri genitori o entrambi ne sono in possesso»: è questa un’appartenenza fondata su legami etnici, familiari e quindi collegata alla concezione “naturalistica” di Chabod. 

Lo ius soli prevede, invece, il «fatto di essere nati nel territorio di un determinato Stato» come criterio per essere cittadino, richiamando così l’idea di nazione “volontaristica” dello storico analizzato. 

Cosa dice la legislazione italiana

Nonostante l’interpretazione culturale e democratica data da Federico Chabod circa il pensiero nazionale del nostro Paese – ventennio fascista escluso – le politiche sulla cittadinanza sono inserite in precisi contesti e, nel tempo, hanno dovuto risolvere questioni pratiche, come la necessità di dare una delimitazione accurata delle comunità di nuova formazione e rispondere a fenomeni di emigrazione o immigrazione. 

Con questa premessa, possiamo notare come la normativa sulla cittadinanza in Italia, a partire dall’unificazione, sia incentrata sul «diritto basato sui legami di sangue», col preciso scopo, almeno nei primi decenni, di “fare gli italiani”. 

Il Codice civile del 1865 recita, infatti, nel primo Titolo del primo Libro: «È cittadino il figlio di padre cittadino» (art. 4). La cittadinanza è quindi non solo parentale ma patrilineare, nell’ottica della creazione di una comunità omogenea e leale al neonato Regno. 

La successiva legge che consideriamo – quella del 1912 – è concepita per conservare la cittadinanza dei moltissimi italiani emigrati all’estero e per facilitarne il riacquisto da parte della discendenza, in modo da mantenere legami giuridici con chi si trovava lontano dalla madrepatria. «Il cittadino italiano nato e residente in uno Stato estero, del quale sia ritenuto proprio cittadino per nascita, conserva la cittadinanza (art. 7)». 

Nonostante vengano qui previste possibilità per gli stranieri di diventare cittadini tramite ius soli con il sussistere di alcune condizioni restrittive, come prestare il servizio militare ed avere genitori residenti sul territorio da almeno dieci anni (art. 3), l’impianto complessivo della legge è ancora basato sullo ius sanguinis (art. 1). 

Venendo all’età Repubblicana, la legge cardine di questo tema è la n. 91 del 1992, la quale è inserita nel contesto dei crescenti movimenti migratori in entrata nel Paese. Le disposizioni, oltre a confermare la cittadinanza per gli emigrati all’estero e i loro discendenti (art. 11), rendono più difficile il conferimento della stessa agli stranieri nati in Italia, subordinata adesso ad una manifestazione di volontà da compiere una volta maggiorenni (art. 4). 

Da citare poi che, soprattutto negli ultimi anni, sono in corso tentativi di riforma proponenti, ad esempio, l’inserimento di meccanismi di ius culturae, i quali non hanno finora avuto successo. 

Uno sguardo oltre i confini dell’Italia

Mentre in Italia il dibattito sui criteri di cittadinanza è attuale e vede spesso una forte polarizzazione delle posizioni che si riflettono in schieramenti politici contrapposti, ampliando la visione si può notare come, mentre i Paesi europei adottano lo ius sanguinis o sue varianti, sono gli Stati del Nuovo Mondo ad avere sistemi giuridici basati sullo ius soli. 

Il perché è facilmente intuibile dal modo in cui queste nazioni sono nate, ovvero dall’emigrazione di milioni di persone soprattutto dal Vecchio Continente. L’istituzione di entità statuali composte da individui che non condividevano, tra gli altri, etnia, cultura e religione, ha avuto come conseguenza la concessione della cittadinanza a chiunque fosse nato sul suolo dei nuovi Stati, unico elemento di comunanza tra popoli assai diversi.  

Osservando, ad esempio, la popolazione statunitense, la maggioranza relativa è di origine tedesca. Seguono poi la componente messicana, irlandese, inglese e italiana, oltre alla grande percentuale di provenienza africana. Con questi presupposti, il XIV Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti recita: «Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono». 

Per concludere, è interessante riportare come Chabod individui un legame «indissolubile» tra nazione ed Europa. L’autore scrive il testo preso in considerazione durante le ultime fasi della Seconda guerra mondiale e riflette sulla possibilità di coesistenza pacifica tra Paesi in grado di sviluppare idee di nazione democratiche e non conflittuali; quindi, riconducibili alla concezione volontaristica su cui abbiamo riflettuto: «La nazione è quindi sentita non come valore esclusivistico, a danno altrui, anzi come mezzo per accordarsi e procedere innanzi con gli altri». 

Possiamo ricondurre il concetto di “cittadinanza europea” a questa idea. Secondo l’art. 9 del Trattato sull’Unione Europea «è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell’Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale e non la sostituisce». Per la prima volta, vengono riconosciuti ad individui di Paesi diversi non solo gli stessi diritti e doveri, ma anche una condizione giuridica autonoma rispetto a quella nazionale, presupponendo, inoltre, un collegamento di natura politica tra cittadini europei.

Foto in evidenza: “Porta di Brandeburgo / Brandeburg Gate” by Luigi Rosa is licensed under CC BY-SA 2.0.

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Alessandro Taviani

Alessandro Taviani

Sono nato nel 1998 e abito in provincia di Firenze. Storia è da sempre la mia materia preferita ma da anni studio e mi interesso di politica internazionale, delle relazioni tra Stati e del mondo della diplomazia. Laureato in Scienze Politiche nel 2021, adesso sono laureando presso la magistrale di Studi Internazionali dell'Università di Pisa. Collaboro con Aliseo per il puro piacere di scrivere e approfondire temi inerenti all'attualità.

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