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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

Un giardino in fiamme: il tragico destino del Kashmir
Storia e geopolitica del Kashmir, una regione ricca di cultura, stretta tra terrorismo islamico e il pugno di ferro di Delhi

La regione al centro dell’Asia antica, crocevia di popoli e culture

La storia del Kashmir è raccontata con brillante raffinatezza dal poeta indiano Kalhana, vissuto a cavallo del XII secolo, nella propria opera magna, la Rajatarangini (“La fiumana dei re”). L’autore descrive eventi e sovrani di una delle regioni più importanti per l’arte, la letteratura e la filosofia non solo dell’India, ma dell’intero subcontinente indiano e della vicina Asia centrale.

In questa cronistoria del Kashmir, Kalhana ripercorre circa due millenni di vicende legate alle monarchie locali, arricchendo la straordinaria documentazione storico-geografica con una narrazione poetica che caratterizza la lunga tradizione della letteratura kashmira.

È curioso, alla luce degli eventi che hanno caratterizzato il Kashmir dalla partition in poi, che nella Rajatarangini, il poeta sottolinei come, durante i secoli da lui analizzati, la weltanschauung della regione sia sempre stata segnata dalla tolleranza e dalla convivenza, insolitamente pacifica, di culture e tradizioni religiose differenti. Il primato del Kashmir come crocevia di innumerevoli sapienti e centro per le scuole delle più note e prolifiche correnti religiose asiatiche è ineguagliato.

La regione, infatti, nel corso dei secoli ha ospitato, tra gli altri, i maggiori esponenti delle scuole tantriche legate al culto di Shiva, alcuni tra i più riveriti monasteri delle maggiori correnti buddhiste e ha subito le influenze culturali sia dell’ortodossia islamica che di alcuni tra i più illustri sapienti sufi legati alla tradizione eterodossa musulmana.

Divisioni amministrative nell’India settentrionale | da Wikimedia Commons

La storia del Kashmir è stata una marea fatta di onde e risacche, per utilizzare una metafora talassica tanto comune quanto cara alle correnti dottrinali appena citate, che è scivolata su un sostrato, un fondale potremmo dire, di tradizioni estremamente radicate nel background culturale di tutti i popoli kashmiri: l’induismo. Infatti, la variegata ed eclettica tradizione indù è sempre stata nella mente e nello spirito delle genti che hanno abitato la regione.

Proprio la natura malleabile dell’induismo, checché ne dica oggi la destra indiana, ha permesso a differenti dottrine di dialogare, e a tratti assimilare le innovative e ben più frizzanti idee, “pericolose” per l’ordine brahmanico che ha sempre temuto di essere messo in discussione, che nel corso dei secoli si sono affacciate nella regione.

Se intorno al IV secolo a.C. la regione, annessa all’impero del grande Ashoka, è stata ammantata dall’egida del buddhismo, nei secoli successivi alla caduta dell’impero Maurya, la matrice indù in Kashmir è straordinariamente sopravvissuta alle invasioni dei popoli del centro Asia: da quella dell’impero dei kushana, caratterizzato da forti influssi della cultura greco-romana, fino a quella ben più temibile del popolo mongolo, che, giunta fino all’attuale Pakistan, alle porte di Lahore, minacciava la stabilità dell’intera regione nord-occidentale del subcontinente.

Dal XII secolo fino alla metà del XVIII la regione ha dovuto infine accettare la dominazione islamica, tanto fiorente per lo sviluppo economico della regione quanto, specialmente sotto i più noti governanti moghul (primo tra tutti Aurangzeb), macchiata da una sistematica oppressione nei confronti dei cittadini dell’impero di fede indù.

Nonostante la riconquista del Kashmir da parte di principi Sikh e l’annessione britannica durante il periodo coloniale, la popolazione della regione è ad oggi per oltre il 96% di fede musulmana. Un’isola islamica dunque. Una preoccupazione per il governo centrale indiano, che pur essendo laico ha ormai assunto, nell’era del nazionalismo di Modi iniziata nel 2014, una piega decisamente tradizionalista che spinge sul ritorno prepotente dell’induismo nella vita sociale e politica della nazione.

Il Kashmir tra India e Pakistan e l’ombra della Cina

Ottenuta l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947, all’India restava da sbrogliare la complessa matassa degli stati principeschi, ovvero quei territori abbastanza estesi da godere di una certa autonomia e centralizzati sotto il governo di un Maharaja. Tra i maggiori stati principeschi, il più rilevante era senza dubbio proprio il regno del Kashmir.

La regione si trovava infatti, già nel ’47, incasellata tra il Pakistan, parte dell’Afghanistan, l’India e il Tibet, oggi occupato e annesso dalla Cina. Sebbene il governatore di Jammu e Kashmir Hari Singh fosse di fede indù, la popolazione era per la quasi totalità musulmana e ciò spinse, insieme ad interessi strategici, il neonato stato pakistano a muovere guerra alle truppe locali del principato nel tentativo di annettere definitivamente l’intera provincia.

Costretto, Singh approvò l’annessione all’India in cerca di protezione e a seguito della firma del trattato le forze militari indiani furono dispiegate a Srinagar. Quest’ultime in una serie di operazioni ancora oggi osannate dai nazionalisti indiani, riuscirono a respingere l’esercito dei Pak e porre fine, seppur non in maniera netta, alla prima guerra Indo-Pakistana. Tuttavia, solo due anni dopo l’armistizio, il Kashmir era ancora al centro delle dispute territoriali nel subcontinente.

Infatti, nel 1914 Henry McMahon, ministro degli esteri del governo coloniale, aveva cercato di risolvere la questione legata ai confini settentrionali col Tibet dialogando, con inaspettato successo, col governo di Lhasa e arrivando a tracciare di suo pugno una linea che comprendeva l’altopiano tibetano dal Bhutan alla Birmania.

Questa spartizione territoriale, tuttavia, non venne mai effettivamente approvata dalla Cina, la quale, temendo una sorta di complotto ai propri danni da parte dei governi di Lhasa e Delhi, nel novembre 1950 invase e occupò l’altopiano del Tibet. Proprio l’utilizzo di ingenti quantità di truppe nel Kashmir fu la causa, insieme alle politiche di tolleranza di Nehru sulle questioni internazionali, di un mancato intervento armato delle forze armate indiane a Lhasa in risposta all’invasione cinese.

La centralità delle operazioni in Kashmir, dunque, è sembrata al governo di Delhi una priorità strategica maggiore rispetto alle mosse di Pechino sull’altopiano himalayano. Sebbene la minaccia pakistana sia di fatto ben più consistente, il via libera obbligato alle operazioni cinesi è costato all’India la concessione, dopo il breve ma devastante confitto nel 1962, dell’altopiano dell’Aksai Chin, nel territorio kashmiro, rivendicato tutt’ora dal governo indiano e teatro, fin troppo spesso, di schermaglie sanguinarie tra le due nazioni.

Soldati indiani durante il conflitto con la Cina del 1962 | da Wikimedia Commons

La quasi impossibilità di un’escalation in grado di sfociare in un vero e proprio conflitto diretto permette a entrambe le parti di riscrivere continuamente un confine incerto e sul quale l’espansionismo si gioca chilometro dopo chilometro in pittoreschi ma violenti scontri all’arma bianca, come vuole la convenzione tra le due nazioni nella regione di Ladakh, a sud dell’Aksai Chin.

Ad oggi quindi circa un terzo della regione del Jammu e Kashmir è controllato dalla Cina, che non ha interesse in un conflitto con l’India e riceve il tacito supporto dell’altro grande, e scomodo, pretendente: il Pakistan. Le ostilità con i vicini pakistani, infatti, non si sono certo fermate alla prima guerra indo-pakistana, poiché tra il ’63 e il ’64 il dittatore pakistano Ayub Khan decise di provocare l’India e scatenare un secondo conflitto ad alta intensità, il maggiore mai verificatosi dalla Seconda guerra mondiale alla guerra arabo-israeliana del 1967.

La schiacciante sconfitta del Pakistan riuscì non solo a scoraggiare temporaneamente le ambizioni del paese musulmano in Kashmir, ma anche a far ritrovare il morale all’esercito indiano all’indomani della sconfitta subita nel conflitto con i vicini cinesi.

Le rivendicazioni pakistane sui territori occidentali, e non solo, kashmiri tornarono presto a riaccendere gli animi tra le due nazioni. Dapprima nel ’71, quando l’India, favorendo l’indipendenza del Bangladesh, sconfisse di nuovo il Pakistan indebolendo notevolmente la minaccia del paese islamico, e poi negli anni ’80 e ’90, caratterizzati da scontri di lieve intensità ma che tengono ancora oggi i riflettori di Delhi puntati sulla regione.

Il pugno di ferro dell’India contro il terrorismo in Kashmir

La diplomazia conciliatoria di Narendra Modi non trova sempre il proprio corrispettivo sulle questioni di natura interna. Sebbene infatti la regione kashmira sia lo scenario di un’irrisolta questione territoriale non solo tra due ma, come abbiamo visto, ben tre potenze nucleari, l’attuale Primo Ministro ha deciso di agire col pugno di ferro, di fatto creando un vero e proprio stato di polizia. Il governo ha infatti mobilitato ad oggi oltre mezzo milione di militari dispiegati nell’Azad Kashmir, denominato POK (“Pakistan occupied Kashmir”) dal governo indiano, in una regione che conta circa sette milioni di abitanti.

Nella notte del 4 agosto 2019 linee telefoniche e connessioni ad internet sono state tagliate improvvisamente e il giorno seguente i cittadini kashmiri hanno aperto gli occhi trovandosi sotto un rigidissimo coprifuoco che li ha visti costretti in casa. Il 6 agosto, infine, è stata attuata la manovra che ha riscritto lo stato amministrativo kashmiro: la regione settentrionale di Jammu e Kashmir è stata separata dallo stato di Ladakh, di fatto revocando lo status speciale e l’autonomia di cui l’area aveva goduto da prima della formazione dello stato indiano. Stessa sorte per il neonato stato di Ladakh, il quale ora risponde direttamente al governo centrale di Delhi.

Da allora la situazione non si è distesa molto nonostante lo stesso Modi abbia recentemente dichiarato come sia le attività commerciali locali che l’affluenza di turisti siano in rigogliosa crescita. Il leader del BJP è arrivato addirittura, in quella che risulta essere l’ennesima mossa propagandistica, a definire quasi salvifica per il futuro dell’India la strategia di sicurezza operata dal proprio governo nell’intera regione. La tensione, checché ne dica Modi, è alle stelle, e i report di attacchi terroristici e abusi sulle comunità, sia quella musulmana che quella indù, sono all’ordine del giorno.

Numerosissime sono state e sono tutt’ora le operazioni di antiterrorismo messe in atto dalle forze armate indiane nel territorio occupato. Centinaia di persone sono state arrestate dal 2019 ad oggi accusate di aver attuato violenti attacchi contro cittadini di fede indù, da semplici negozianti torturati e assassinati brutalmente, ad omicidi mirati che prendono di mira i riveriti pandit che abitano da secoli la regione e detengono la maggior parte della sapienza letteraria, rituale e filosofica della tradizione indù.

Vittima dell’attacco più recente, nel febbraio 2023, un pandit del Kashmir meridionale ucciso da un terrorista appartenuto in passato al gruppo Hizbul Mujahideen, noto gruppo di fondamentalisti islamici operante proprio in Kashmir e perseguito dal governo indiano.

Operazione della polizia indiana contro una celebrazione musulmana a Muharram (2017) | da Wikimedia Commons

Tuttavia, numerosi giornalisti locali hanno denunciato i mezzi poco ortodossi dei militari nei confronti della popolazione musulmana e sostengono come ormai nemmeno il diritto di libertà di stampa e d’espressione sia garantito a chi non si allinea all’ideologia di Delhi. Non capita di rado, inoltre, che alcuni cittadini dissidenti vengano arrestati con l’accusa di sospette attività terroristiche, spesso senza alcuna prova.

Solo pochi giorni dopo l’inizio dell’occupazione militare circa 10mila persone hanno subito questa sorte, e il numero è notevolmente cresciuto in questi ultimi quattro anni. Altrettante famiglie sono state sfollate dalle proprie abitazioni con l’accusa di aver costruito gli immobili abusivamente, in una macabra operazione di pulizia tragicamente spettacolarizzata dal BJP con bulldozer e politici trionfanti sulle macerie.

Le politiche repressive della destra indiana e la lotta violenta dei fondamentalisti non fanno altro che alimentare le fiamme in una regione che un tempo era il rigoglioso giardino nel quale, come fiori, sbocciavano dottrine e pensieri di incomparabile bellezza. Un giardino nel quale ogni albero era un sapiente che con sé portava, come in un ecosistema, il proprio contributo di saggezza perfettamente in linea con la delicata armonia locale. Eppure, il Kashmir brucia da decenni, oggi più che mai, privato del proprio splendore e, soprattutto, della propria fama di terra accogliente, crocevia di popoli e culture.

Immagine in evidenza: By Panky2sharma – Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9588697By Unknown author – https://www.ajk.gov.pk/, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73428637

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Matteo Borgese

Matteo Borgese

Nato a Roma nel 1996. Ho frequentato il Liceo Classico per poi proseguire in un percorso di crescita e studio delle discipline umanistiche che mi ha avvicinato sempre più alla filosofia orientale. Mi occupo del subcontinente indiano e di tutto quello che riguarda la cultura e la storia antica e contemporanea dell'India. Appassionato di storia delle religioni, di mistica e del rapporto tra l'uomo e il divino nella sua totalità, cerco di scorgere nella politica contemporanea gli echi delle dottrine filosofiche antiche.

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