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Spieghiamo a cosa serve la geopolitica

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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

La Cina spinge il Medio Oriente verso un futuro post-americano
Il ruolo della Cina in Medio Oriente e gli sforzi per accelerare la fine dell'egemonia americana nella regione

Secondo un famoso aneddoto, fu il primo Ministro cinese Zhou Enlai a rispondere a una domanda su cosa pensasse della Rivoluzione francese affermando che fosse “ancora troppo presto per giudicare”. Il mese scorso questa frase sarà probabilmente tornata in mente a qualche osservatore internazionale quando il Ministro degli Esteri di Pechino Qin Gang si è offerto di mediare nell’annoso conflitto israelo-palestinese, un avvertimento a non saltare alle conclusioni di fronte a un evento potenzialmente di grande portata. 

Se la prudenza è d’obbligo quando si parla di una guerra che da decenni si trascina senza apparente soluzione, questo sentimento non può che accompagnarsi alla sorpresa per l’aperto attivismo diplomatico della Cina, che in Medio Oriente ha sempre tenuto un profilo basso, preferendo lasciare l’iniziativa ad altri attori come Stati Uniti, Russia e Unione Europea

La Cina in Medio Oriente

A dare concretezza all’offerta di Qin, che in patria è anche consigliere per la politica estera del Presidente Xi e membro del Consiglio di Stato, è stata l’offensiva diplomatica lanciata da Pechino nella regione. A gennaio, proprio in occasione del suo debutto come Ministro degli Esteri, Qin si è recato in Egitto per riaffermare i legami commerciali tra Pechino e il Cairo, con particolare attenzione alla Zona Economica del Canale di Suez, perno cruciale della Nuova Via della Seta cinese. 

Poi in marzo è arrivata la storica intesa tra Iran e Arabia Saudita, firmata non a caso proprio a Pechino: i due paesi, da secoli rivali regionali e culturali, non solo hanno concordato di riaprire le relazioni diplomatiche dopo anni di ostilità ma anche stabilito di non prendere parte a tentativi, da parte di attori interni o esterni, di rovesciare il governo altrui.

Ancora più importante, Riyadh ha accettato di ritirarsi dal conflitto in Yemen, dove dal 2015 le sue truppe combattevano una lotta sanguinosa contro i ribelli anti-governativi sostenuti da Teheran, e in cambio l’Iran si è fatto garante che il territorio iracheno non sarà utilizzato per compiere azioni offensive contro l’Arabia Saudita. 

Anche se l’intesa è stata ovviamente favorita dalla convergenza di interessi delle due potenze, è difficile ignorare il ruolo cinese nella vicenda. Pechino si è proposta de facto come garante dell’accordo e si è adoperata per proiettarsi come àncora credibile per la stabilità e la prosperità economica regionale

Difficile da dimenticare è anche il viaggio del Presidente cinese Xi Jingping in Arabia Saudita dello scorso dicembre, una visita volta a sottolineare l’importanza dei rapporti tra la Cina Popolare e il mondo arabo non solo in forza delle numerose partnership commerciali firmate ma anche, simbolicamente, per l’invito rivolto ai paesi locali a imitare Riyadh e ad accettare la valuta cinese nelle compravendite di beni energetici. 

Sulla via della de-dollarizzazione

L’affiancamento ai ‘petrodollari’ dei ‘petroyuan’ rappresenta forse l’esempio più evidente dell’evoluzione degli equilibri regionali, un’operazione apparentemente solo economica ma che nasconde in realtà un significato geopolitico di più ampio respiro. Fin da quando il Presidente Franklin Delano Roosevelt dichiarò nel 1943 che la difesa dell’Arabia Saudita era vitale per la difesa degli Stati Uniti, Riyadh ha sempre puntato su Washington per la propria sicurezza, garantendo in cambio l’accesso alle sue vaste riserve energetiche.

Dopo lo Shock Petrolifero del 1973 e la fine del sistema di Bretton Woods, lo scambio tra greggio e protezione militare raggiunse un nuovo livello: le autorità saudite concordarono infatti di accettare pagamenti per il loro petrolio soltanto nella valuta americana.

Poiché Riyadh controlla una parte rilevante del mercato energetico mondiale, tale scelta rese il dollaro la moneta di scambio per eccellenza per le transazioni commerciali e, in breve, una valuta pregiata capace di fungere da bene rifugio per gli investitori internazionali e come bene di garanzia per il governo statunitense davanti al suo crescente indebitamento. 

Questo rapporto di mutuo beneficio ha iniziato a incrinarsi nell’ultimo decennio, quando la combinazione tra gli strascichi degli interventi americani in Medio Oriente e la diminuzione della dipendenza di Washington dal petrolio straniero grazie allo sfruttamento dei propri giacimenti ha reso l’America meno incline al coinvolgimento diretto nella regione, giungendo persino a intavolare una trattativa seria per giungere a un’intesa (poi fallita) con l’antico nemico persiano. 

L’Arabia Saudita ha reagito cercando in una prima fase di elevarsi al rango di potenza regionale, capace di difendere i propri interessi, puntando sulla diversificazione dell’economia per non dipendere esclusivamente dalle esportazioni energetiche e intervenendo militarmente nello Yemen per dimostrare di poter affrontare le mire iraniane anche in autonomia. 

Le ultime iniziative, comunque, sembrano segnalare se non un ripensamento almeno una correzione di rotta della strategia saudita. Il desiderio di mostrarsi come potenza militare rilevante è uscito ridimensionato dalla guerra in Yemen, dove la superiorità tecnologica di Riyadh non è riuscita ad avere ragione delle formazioni ribelli. La diversificazione economica ha inciso, per ora, solo marginalmente sulla dipendenza saudita dai suoi acquirenti petroliferi, che negli ultimi anni si sono spostati in Asia, Cina e India in testa. 

La scelta di mettere in dubbio il dollaro come valuta di riferimento ha dunque un rilevante impatto geopolitico, perché sembra preannunciare la conclusione del rapporto privilegiato tra Washington e Riyadh. La fine della protezione militare americana, unita al fallimento nell’accreditarsi come potenza militare autonoma, ha comportato la necessità di gettare le fondamenta di un nuovo sistema di sicurezza regionale, imperniato su nuovi garanti non occidentali. La fine delle ostilità con l’Iran e il ricorso alla Cina come mediatore sembra segnalare che Pechino abbia accettato di assumere questo ruolo di arbitro regionale a tutela della dinastia al-Saud.

Come si porta la Cina al centro del mondo

Proprio il nuovo attivismo cinese rappresenta un altro trend globale che dall’inizio del 2023, archiviata la lotta al Covid e conclusasi la delicata fase del congresso del Partito con un inedito terzo mandato per il Presidente Xi, si è andato consolidandosi. 

I primi due mandati sono stati votati al completamento della costruzione della potenza cinese in patria e dal compattamento della popolazione dietro all’agenda governativa del “Sogno Cinese”, operazione simboleggiata dall’eradicazione della povertà estrema in occasione del centenario della nascita del Partito e dalla cooptazione di un governo egemonizzato dai fedelissimi di Xi.

Ora il suo terzo mandato sembra invece iniziare sotto il segno della proiezione esterna della ritrovata potenza cinese. Un’operazione che si muove nel solco della penetrazione cinese nel Global South avviata negli ultimi anni ma che riflette anche l’impatto della crisi ucraina su un sistema internazionale già debilitato dalla pandemia. 

Lo scoppio delle ostilità tra Mosca e Kiev e la conseguente “cortina di acciaio” calata a dividere, in senso infrastrutturale – come simboleggia la distruzione del gasdotto Nord Stream – prima ancora che politico, Europa e Russia ha congelato la rotta settentrionale della Nuova Via della Seta cinese, quella che, innestandosi sull’antica traccia transiberiana, avrebbe dovuto rendere reale la promessa di “andare in treno da Pechino a Rotterdam in due giorni”. 

Con la via nordica preclusa, ha assunto una nuova importanza la rotta meridionale, nelle sue due diramazioni: quella terrestre, capace di collegare Cina ed Europa attraverso l’Asia Centrale, l’Iran e la Turchia, e quella marittima, la cosiddetta Via della Perle, che attraverso il Mar Rosso e Suez approda nel Vecchio Continente grazie ai porti di Atene-Pireo e, in teoria, Trieste. Questo cambio di assetto ha reso una priorità strategica per Pechino la riduzione dell’instabilità in Medio Oriente, regione vitale per entrambe le summenzionate rotte. 

L’attività diplomatica cinese nella regione sembra dunque rispondere a evoluzioni tanto locali quando globali. Gli Stati Uniti, appaiono distratti dalla necessità di razionalizzare i teatri in cui impegnarsi per poter affrontare una lotta su due fronti: lo scontro aperto con la Russia in Europa e la competizione sempre più serrata con la Cina nel Pacifico.

Una revisione da portare avanti anche a costo di trascurare un territorio considerato prima sì centrale per Washington ma che oggi suscita pochi entusiasmi in un Occidente uscito ferito dalle disavventure mediorientali e poco desideroso (e ancor meno desiderato) di fronte alla possibilità di un nuovo coinvolgimento. 

Da parte loro i paesi arabi sembrano contemplare un futuro post-americano che ben si coniugherebbe, almeno sulla carta, con il disegno “multipolare” e infrastrutturale cinese. Molte le ragioni che li spingono a guardare benignamente a questo scenario: l’impossibilità di adeguarsi alle sanzioni occidentali contro Mosca, l’attenuarsi dei legami con l’Occidente a fronte di un rafforzamento di quelli con la Cina stessa e l’ascesa di un governo nazionalista radicale in Israele, che sta fornendo una motivazione ideale per giustificare il riavvicinamento in corso tra i diversi paesi mediorientali.

Filo conduttore resta però l’ascesa diplomatica di Pechino. Studiosi come Zhang Wenmu hanno preconizzato che la Cina si atterrà al principio di non perseguire obiettivi geopolitici per i quali non è pronta. Se questo è vero Pechino sembra ormai pronta al suo debutto come grande potenza, ruolo che Zhang immagina possa essere esercitato con prudenza e raziocinio, citando l’esempio del “sistema bismarckiano” come modello di successo di un ordine internazionale fondato da una potenza in ascesa sul multipolarismo. Solo il tempo saprà dirci se questa prospettiva si realizzerà o se resterà solo un pio desiderio.

Foto in evidenza: “Mohammad bin Salman October 2019 (cropped)” by The Presidential Press and Information Office is licensed under CC BY 4.0Eric Prouzet su Unsplash

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Federico Sangalli

Federico Sangalli

Milanese atipico trapiantato a Roma, nato negli ultimi scampoli del secolo scorso. Germogliato al Classico e cresciuto all’ombra dei chiostri della Cattolica di Milano, sono un inguaribile appassionato di storia e geopolitica. Dopo varie esperienze in ambito editoriale e diplomatico, collaboro con Aliseo nella convinzione che fare informazione significhi unire la serietà dell'analisi alla facilità d'accesso della divulgazione.

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