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Spieghiamo a cosa serve la geopolitica

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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

La Thailandia vota per il cambiamento, ma l’Indocina rimane ambigua su Pechino
Il voto thailandese segna l’inizio di una fase di apertura politica ma difficilmente cambierà il posizionamento del Sud-Est asiatico nello scacchiere globale

Il 14 maggio scorso la Thailandia è stata chiamata al voto per rinnovare il suo Parlamento. Le elezioni hanno visto la risonante vittoria delle forze di opposizione, guidate dal Partito Pheu Thai (“Per i Thailandesi”, PPT) e dal Partito Kao Klai (“Andare avanti”, PKK).

Il Partito della Nazione Unita Thailandese del premier uscente, Generale Prayut Chan-o-Cha, è stato invece relegato al quinto posto. La vittoria segna la fine di nove anni di egemonia dei militari, arrivati al potere con un colpo di stato nel 2014 e riconfermati nel 2019 da elezioni criticate per l’ingerenza del governo. 

La storia recente della Thailandia è strettamente legata al ruolo della sua monarchia e delle forze armate. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la Thailandia ha visto una lunga serie di colpi di stato militari, attuati spesso con il sostegno di Re Rama IX, al secolo Bhumibol Adulyadej, sul trono per sette decadi dal 1946 alla sua morte nel 2016.

La Thailandia tra Re e colpi di Stato

Figura veneratissima, considerato il custode della stabilità nazionale, Re Bhumibol è stato coinvolto in almeno cinque golpe o tentativi di golpe durante il periodo della Guerra Fredda, quando Bangkok era in prima linea come alleato degli Stati Uniti contro il Comunismo in Indocina. 

Nel 1992 però il suo intervento fu decisivo per avviare il paese alla democrazia: la visione del monarca che convoca a palazzo i leader politici e li fa inginocchiare davanti a lui mentre li istruisce di trovare una soluzione pacifica ai problemi del paese fece una profonda impressione sui thailandesi e pose fine alla crisi politica in cui versava allora il Paese, ma allo stesso tempo consolidò il ruolo del sovrano come arbitro della vita politica nazionale. 

Questo è risultato evidente con il colpo di stato del 2006, quando il Re rimosse dal potere il primo Ministro Thaksin Shinawatra, un magnate delle telecomunicazioni entrato in politica con un programma populista, instaurando al suo posto una giunta militare provvisoria. Il partito di Thaksin fu vietato e il leader esiliato ma i suoi sostenitori fondarono il PPT e, guidati dalla sorella dell’imprenditore, Yingluck Shinawatra, vinsero nuovamente le elezioni nel 2011.

Il loro ritorno al potere però riaprì la crisi politica con la monarchia e i militari. Dopo anni di scontri tra i sostenitori degli Shinawatra (le “Giubbe Rosse”, popolari nelle regioni più povere del nord del paese) e i suoi detrattori (le “Giubbe Gialle”, radicate invece tra la borghesia costiera), nel 2014 il Generale Prayut depose nuovamente il governo civile e divenne l’uomo forte di Bangkok, complici anche i problemi di salute del vecchio Re e, dopo la morte del padre nel 2016, l’inesperienza del nuovo monarca Rama X, descritto come più attento al divertimento che alla politica.

La vittoria delle opposizioni conferma l’archiviazione di questa fase. Il PPT, guidato dalla figlia di Thaksin, è arrivato secondo, segno che i thailandesi hanno cercato una terza via premiando il PKKdel giovane imprenditore Pita Limjaroenrat. Le opposizioni dovranno ora mantenere le promesse fatte: limiti al ruolo dei militari, riforme economiche, la fine della leva obbligatoria, la riforma della legge sulla lesa maestà, che prevede 15 anni di carcere per chi offende l’onore reale ed è spesso usata per reprimere il dissenso.

Ma non sarà facile: oltre all’ingombrante presenza del Re e dei generali, il nuovo governo dovrà rapportarsi anche con il Senato, interamente nominato dai militari. Per superare l’ostacolo sarà necessario costruire una coalizione trasversale e negoziare con le forze armate onde evitare una crisi costituzionale.

Lo storico risultato non dovrebbe però avere un impatto rilevante sul posizionamento internazionale della Thailandia. Storico alleato degli Stati Uniti fin dal Comunicato Rusk-Thanat del 1962, con cui Washington si impegnò a difendere Bangkok dal Comunismo, da tempo la Thailandia ha inaugurato una politica di equilibrio che l’ha vista rafforzare i suoi legami con la Repubblica Popolare Cinese, un riposizionamento che apparentemente prescinde dalle divisioni politiche: se fu il governo Thaksin ad avviare le prime importanti partnership commerciali con Pechino, è stato il governo militare a firmare, nel 2017, un accordo per l’acquisto di sottomarini cinesi per la Marina thailandese, nonostante la contrarietà americana. 

Lo stesso premier in pectore Pita l’estate scorsa lamentava come la Thailandia fosse completamente assente dalle priorità di Washington, non lasciando altra scelta a Bangkok che rivolgersi alla Cina per le proprie necessità. Questo equilibrismo è risultato, tra l’altro, anche nell’astensione thailandese al momento della condanna dell’invasione russa dell’Ucraina in sede ONU.

Ma lo slittamento thailandese non è un caso isolato in una regione che Pechino ritiene di suo primario interesse, se non altro per vicinanza geografica, e su cui ancora pesa il fantasma della crisi asiatica degli Anni Novanta, partita proprio dalla Thailandia, che ha gettato un’ombra sulle ricette del Washington Consensus e sui meccanismi dell’ordine internazionale a guida americana.

Laos, Cambogia e Myanmar

Laos e Cambogia sono da tempo allineate sulle posizioni cinesi, con la seconda che è divenuta tassello fondamentale per Pechino dopo la concessione per la costruzione di un porto nella baia di Cam Rahn, base che ufficialmente non potrà essere usata per scopi militari ma che da tempo è sospettata di essere un potenziale punto di appoggio per la Marina cinese.

In Myanmar, dove la difficile transizione verso la democrazia è stata interrotta bruscamente dal golpe nel 2021, il paese è scosso da violenze etniche e dagli scontri tra la giunta al potere e i gruppi ribelli. Questo paese risulta essere strategico per gli interessi cinesi soprattutto per la sua posizione capace di offrire a Pechino un accesso diretto all’Oceano Indiano.

Una possibilità che riecheggia direttamente l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale ,quando il “corridoio birmano” divenne una delle principali vie di rifornimento per le forze cinesi in lotta contro l’Impero Giapponese, la cui potenza navale chiudeva ai cinesi l’accesso all’Oceano Pacifico. 

Oggi che Pechino si confronta con la possibilità di uno scontro con un’altra grande tassalocrazia – gli Stati Uniti – il Myanmar ha trovato nuove possibilità negli interessi cinesi. Per questo la Cina ha confermato gli accordi di cooperazione con le autorità birmane anche dopo il colpo di Stato e allo stesso tempo ne ha stretti di nuovi con i gruppi ribelli, garantendo loro accesso a forniture mediche e militari. Durante la pandemia di Covid ha persino fornito loro i vaccini cinesi, in cambio della protezione delle infrastrutture cinesi nei territori da loro controllati. Questo giocare sui due fronti sembra segnalare un pragmatico disinteresse verso chi debba governare il Paese indocinese purché questi rimanga aperto a Pechino.

Il Vietnam teme la Cina, ma non si fida degli Usa

Meno sensibile all’influenza cinese è il Vietnam, che con Pechino ha dispute marittime rilevanti e ha anche combattuto un breve (ma sanguinoso) conflitto nel 1979. Mentre Hanoi è sempre stata critica delle ambizioni cinesi, la sua tragica esperienza storica gli impone una grande riluttanza a diventare subalterno di un’altra superpotenza, in special modo gli Stati Uniti.

La politica estera vietnamita resta incardinata sul principio dei Quattro No: No alle alleanze militari, No a truppe straniere su suolo vietnamita, No ad allinearsi con una superpotenza per combatterne un’altra, No all’uso della forza nelle relazioni internazionali. 

Se nel 2013 il Vietnam esprimeva il suo appoggio all’azione di bilanciamento regionale della Cina da parte statunitense, dopo lo scoppio della crisi ucraina il tentativo americano di coinvolgere direttamente Hanoi nella strategia di contenimento anti-russa e anti-cinese si è scontrato con le resistenze vietnamite dovute al terzo dei Quattro No. Il Vietnam ha scelto la Russia come principale fornitore di armamenti proprio per non dover dipendere dagli Stati Uniti per la propria difesa e Hanoi ha preferito astenersi nel voto di condanna all’ONU dell’invasione russa dell’Ucraina. 

All’inizio del 2023 il Presidente vietnamita Nguyên Xuân Phúc, giudicato un tecnocrate favorevole ai rapporti con Washington, è stato rimosso dall’incarico a seguito di uno scandalo di corruzione e sostituito da Võ Van Thuong, ritenuto vicino al Segretario Generale del Partito Comunista vietnamita Nguyên Phú Trong. Nelle settimane in cui Phúc veniva arrestato, Trong compiva una visita di stato in Cina, ufficialmente per sottoscrivere accordi commerciali, ma l’inclusione nella delegazione dei massimi vertici militari vietnamiti e la pompa magna con cui Trong è stato accolto dal Presidente Xi ha fatto sospettare a molti che il leader vietnamita fosse lì in realtà per discutere questioni di sicurezza nazionale con Pechino

La visita del Segretario di Stato Blinken in Vietnam l’aprile scorso, come quella contemporanea del Segretario della Difesa Austin in Thailandia, risponde al tentativo americano di compensare l’influenza cinese nella regione: Blinken ha offerto al Vietnam di sostituire la Russia nella fornitura di armi ma gli osservatori dubitano che Hanoi finalizzerà un’intesa in tal senso, col rischio di provocare la Cina, incorrere in gravi problemi logistici dovuti all’adattamento di un esercito addestrato all’uso esclusivamente di armi russe e rimanere dipendenti da Washington in una fase in cui la guerra in Ucraina rende difficile per il Pentagono garantire i rifornimenti di armi anche ai propri alleati storici. 

In conclusione, il voto thailandese segna l’inizio di una fase di apertura politica ma difficilmente cambierà il posizionamento del Sud-Est asiatico nello scacchiere globale. Le speranze americane di poter usare dispute locali per ‘arruolare’ l’Indocina in vista di un potenziale scontro con la Cina su Taiwan, similmente a quanto fatto con i paesi europei nei riguardi della Russia, sembrano destinate a essere deluse davanti alle resistenze dei paesi locali a farsi coinvolgere in un conflitto globale che li vedrebbe inevitabilmente trasformati in un campo di battaglia.

Foto in evidenza: “Pita Limjaroenrat – พิธา ลิ้มเจริญรัตน์” by Prachatai is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. “Thailand” by patrikmloeff is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.   

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Gianluca Paulon

Gianluca Paulon

Lombardo, ma di sangue veneto, classe 1998. Laureato in Storia dell’arte con una tesi in Estetica. Da sempre attento osservatore (fortemente critico) del panorama editoriale italiano, tra i fondatori di Aliseo per cercare di migliorarlo. Mi occupo della gestione dell'immagine del giornale e dei rapporti con le realtà esterne.

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