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Spieghiamo a cosa serve la geopolitica

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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

Considerazioni sulla guerra in Ucraina alle soglie della controffensiva di Kiev
Intervista a Alessandro Verdoliva sulle prospettive del conflitto in Ucraina

A sedici mesi dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, Vincenzo Zito ha intervistato il dott. Alessandro Verdoliva, analista geopolitico e autore di numerosi articoli di politica e relazioni internazionali, con il contributo di Umberto Mastropietro, consulente militare, e Pieralberto Mengozzi, professore di Diritto dell’Unione Europea all’ università di Bologna.

Il 30 settembre Putin ha firmato il protocollo di annessione dei territori ucraini di Donetsk, Luhansk, Zaporizhhia e Kherson. Come possiamo leggere questa mossa?

Durante la sua lunga carriera politica, Vladimir Putin – in ossequio alla prassi occidentale – ha sempre posto massima cura nel ricorrere quanto più possibile ad un quadro di liceità internazionale. Difficilmente prima del 24 febbraio 2022, possiamo trovare nell’operato di Putin, delle sbavature formali.

Sull’etica non entro nel merito. Persino i fatti di Crimea del 2014 possono essere da alcuni letti come tutto sommato diversamente-legittimi o comunque non totalmente illegittimi, solitamente facendo riferimento all’annosa questione del Kosovo come precedente giuridico. 

La sua abilità nel compiere qualsiasi tipo di azione, senza oltrepassare la soglia di non ritorno – in un limbo di assertività equilibrata costantemente al limite della legalità – lo ha contraddistinto come leader particolarmente astuto e cauto.

Tuttavia questa tendenza, che possiamo definire “virtuosa” (forzando un machiavellismo) è stata bruscamente interrotta il febbraio scorso dove secondo nessun tipo di precedente giuridico, neanche sotto forma di prassi internazionale, possono considerarsi lecite le sue azioni. Neanche le azioni discutibili dei tanto inneggiati USA possono equipararsi, né formalmente né sostanzialmente.

Le mosse di annettere le regioni che hai citato sopra, quali Donetsk, Luhansk, Zaporizhia e Kherson, sono un tentativo maldestro, direi quasi postumo, di ritorno alla normalità. Analizziamo bene la ratio dietro una mossa del genere: sotto il diritto internazionale è nulla, in quanto non può essere codificato unilateralmente un vantaggio tratto dal compimento di un illecito internazionale (come ad esempio la conquista territoriale con la forza armata).

Ha più senso, invece, se visto sotto un’ottica strategica in quanto funge da catalizzatore per l’opinione pubblica interna e può servire per esporsi come vittime: mi impossesso di una altrui proprietà e formalizzo il furto davanti a un notaio, così che quando il legittimo possessore vuole riprenderla io posso costituirmi come parte offesa, e posso ricorrere alla “difesa”. La questione delle “difesa” riguarda tutta la seconda parte della strategia russa, la quale ora sottolinea sempre meno le operazioni offensive e dà risalto a quelle difensive.

Questa mossa serve anche a catalizzare l’opinione pubblica interna, la quale ora è di più facile mobilitazione, dopo che il conflitto ha passato il confine con la Russia. Potrebbe essere un prequel atto a giustificare mosse più azzardate.

Va considerato che da quando sono stati dichiarate annesse, i confini sono cambiati ogni mese, vanificando quindi la sostanza del proclamo di annessione. Sarà il campo di battaglia a siglare il prossimo confine.

Il fondatore del Gruppo Wagner, Evgeny Prigozhin, prima dei fatti relativi all’ammutinamento di fine giugno, ha dichiarato che avrebbe consegnato all’esercito russo Bakhmut in funzione di spianare la strada per l’assedio dell'”anello del Donbass”.

Quando si parla di cose militari, una cartina geografica sarebbe obbligatoria. L’Anello del Donbass è quel corollario di piccole cittadine collegate dalla strada H20 lungo una direttrice nord-sud/est, cioè Kramatorsk, Sloviansk, Druzhkovka, Konstantinovka, Chasov Yar. Queste cittadine sono unite fra loro dalla H20, la quale, ovviamente, ne favorisce la cattura in termini ipotetici, dopo la caduta di Bakhmut. Le strade sono sempre un’arma a doppio taglio in guerra. Tuttavia, va ricordata una cosa fondamentale: la logistica militare russa si muove su ferrovia, non su gomma.

Prigozhin ha parlato di una caduta fulminea dell’anello, ma è tutto da dimostrare: per prendere Bakhmut, una piccola cittadina di 60mila abitanti, i corpi d’elites della formazione russa hanno impiegato 10 mesi, iniziando ad agosto 2022 e finendo ora, nel giugno 2023. Se questo è l’andamento, l’anello del Donbass batterebbe bandiera russa fra 25 mesi, ovvero verso luglio del 2025: un lasso di tempo che implica uno sforzo bellico che difficilmente può essere tollerato da una media potenza come la Russia.

Per quel che riguarda, invece, gli equipaggiamenti utilizzati, quali sono le armi e le unità in possesso dalle due fazioni? Chi ha più risorse e chi le sta usando meglio?

Parto con un aneddoto che chiarisce molte cose: la moria di alti ufficiali e di carri armati, sul fronte russo, si è dovuta a due fattori, banali quanto tragici: vista la fatiscenza dei mezzi di comunicazione militare russi, i carristi hanno una sola trasmittente, mentre i carristi in cui è presente un ufficiale di alto rango necessita di due trasmittenti. Ciò comporta che individuare un ufficiale di alto rango risulta incredibilmente facile. Se uniamo ciò alla presenza della ricarica automatica dei T-72 posta in torretta, capiamo meglio quello che molti analisti hanno sottovalutato.

“Russia” ed “efficienza” difficilmente possono andare nella stessa frase. La Russia non hai mai vinto alcuna guerra moderna per via dell’efficienza, ma ha sempre e solo vinto avvalendosi di due grandi fattori: il numero schiacciante e l’utilizzo astuto del territorio.

Ritirarsi, far congelare il nemico nella steppa e poi contrattaccare con un’orda di uomini mal addestrati, la cui vita mai qualcosa è interessata al  ministero della guerra. Ma questi sono tempi diversi: adesso è la Russia ad aggredire, quindi non può avvalersi del suo asso nella manica, cioè il territorio, bensì solo ed esclusivamente di una mole maggiore di soldati, la cui vita è però, oggi, socialmente più importante di quanto lo fosse il secolo scorso.

La Russia possedeva un esercito ampiamente motorizzato, quindi prenderemo i carri armati come punto di riferimento, questi ammontavano a circa 10.000 unità. Cosa molto importante è che il numero non conta. Conta quanti di questi siano marcianti e dispiegabili (circa la metà) e quanti di questi siano in grado di reggere il gap tecnologico: non dimentichiamo che nonostante la riforma militare successiva alla guerra Georgiana del 2008, la Russia eredita una concezione militare datata all’Unione Sovietica.

Una concezione fatta di grandissimi dispiegamenti di carri su un lato e una classe di ufficiali non combattenti dall’altra. Non è un esercito snello che comunica in itinere e che sa sorprendere il nemico con mosse operate in ultima istanza, bensì un esercito lento e grosso concepito per sfruttare grandissimi territori, prettamente in difesa.

Nei mesi scorsi abbiamo visto il dispiegamento dei T54, dei carri la cui concezione precede la vita dei nostri nonni e che oggi, non può che mettere delle toppe nel tentativo di fare massa per tenere il fronte.

L’esercito ucraino rappresenta invece, quasi l’opposto di tutte le caratteristiche che invece vediamo nei russi: un esercito moderno quasi tutto occidentale, una grandissima flessibilità operativa composta di nuclei più piccoli, più addestrati e tecnologicamente più avanzati. Il morale è anche un fattore determinante che non può essere calcolato numericamente.

Gli Ucraini hanno mostrato, quindi, un’efficienza nonché una ferocia patriottica unica nel loro genere, riuscendo a far fruttare in modo eccezionale quelle quattro fionde e quel paio di catapulte che erano rimaste nei vecchi arsenali sovietici. Tuttavia, senza un supporto esterno, Kiev capitolerebbe o verrebbe lentamente erosa; tale supporto esterno nonostante sia in grado di soverchiare le disponibilità russe, è sotto il controllo dell’opinione pubblica occidentale, la quale potrebbe venire meno in qualsiasi momento.

Coglierei l’occasione per sfatare un mito che sentiamo spesso, cioè che le munizioni stiano terminando: difficilmente gli arsenali restano vuoti. Quando si parla di equipaggiamenti si ragiona in termini di rateo, o tassi: si calcola la velocità di consumo di armamenti e sulla base di questo si calcola se ridurre o aumentare la fornitura. La guerra termina sempre molto prima delle munizioni. Questo vale per la Russia come per l’Ucraina: nessuno resta totalmente senza, bisogna far sì che il tasso di armi fornito sia uguale o superiore a quello consumato. Ciò che non è rigenerabile, sono le vite umane.

Ragionando in questi termini, entrambi gli schieramenti non sono messi particolarmente bene.
Prendendo i carrarmati, oggi la Russia ha, in termini prettamente numerici – a parità di ritmo bellico (cioè l’intensità di scontro, che oggi è molto bassa) – due anni di vita rimasti. Fra due anni i carrarmati dovrebbero materialmente terminare.

Questo significa che fra due anni lo scontro terminerà? No. Intanto abbiamo detto che la guerra finisce sempre prima delle munizioni, quindi non si arriverà mai a combattere con l’ultimo carro rimasto.
Inoltre, il termine di scadenza di due anni è relativo al tipo di processo industriale e all’intensità dello scontro. Se Mosca trova un modo alternativo all’Occidente per fornire ai propri carri tecnologia avanzata e trova un modo per tradurre ciò in un aumento della produzione, allora i due anni ovviamente si dilatano. Ma di contro, se l’intensità dello scontro aumenta, anche la velocità con cui i carri armati vengono distrutti aumenta. Come vediamo, ragionare in termini numerici assoluti, è molto fuorviante.

In termini assoluti invece, i due schieramenti presentano delle differenze. Infatti, se da un lato l’Ucraina – leggesi Occidente – ha un bacino ipotetico quantitativamente superiore a quello russo, l’utilizzo di questi armamenti è posto sotto un vincolo che la Russia non conosce: l’opinione pubblica. Questo è un tallone d’Achille per Kiev, motivo per cui Zelensky è continuamente in viaggio per sensibilizzare la nostra opinione pubblica.

La Russia questo problema lo vive in modo irrisorio, in quanto la transizione alla democrazia non è mai avvenuta e l’opinione pubblica ha un peso irrisorio e controllabile. Per Putin la sconfitta del suo esercito significa con quasi tutta probabilità una rivoluzione con annessa la sua esecuzione. Ha tutti gli incentivi per non mollare la presa.

Facendo una scaletta Stato per Stato, chi ha dato di più all’Ucraina in valore economico, sono senz’altro gli USA con armamenti dal valore complessivo, aggiornato ad alcuni mesi fa, era di 75.000 milioni di dollari, a seguire al secondo posto la Germania con armamenti pari a 4.000 milioni di dollari, poi il Regno Unito, la Polonia, il Canada, i Paesi Bassi, la Svezia, l’Italia all’ottavo posto con 470 milioni, poi Lettonia e Turchia, quest’ultima con soli 275 milioni. Ma a contare non è il valore economico ma la capacità d’utilizzo degli armamenti e l’addestramento degli uomini. Per addestrare un pilota di caccia servono anni, qualche tempo in meno serve per addestrare i carristi, i quali hanno il tasso di mortalità più alto fra tutti i domini militari.

Mandare equipaggiamento complesso non ha senso se prima non si provvede all’addestramento. Non voglio essere frainteso: gli armamenti complessi come i caccia e  i carrarmati sono necessari per Kiev, ma mandarne grosse quantità senza prima addestrare gli uomini è perfettamente inutile, anzi dannoso, in quanto ci espone al rischio di reverse engineering.

Gli armamenti più efficaci che abbiamo mandato a Kiev sono stati in primis le informazioni di intelligence e una struttura comunicativa militare molto efficiente, in secondo luogo i droni e gli armamenti da spalla con cui abbiamo vanificato l’aeronautica russa (Mosca non è riuscita né nelle operazioni SEAD quantomeno DEAD) e in ultima istanza i sistemi di difesa missilistica terra-aria e terra-acqua: quest’ultimi hanno costretto la logistica russa a ritirarsi nelle retrovie, comprimendo lo spazio necessario per le manovre militari, rendendole più lente e pesanti da gestire.

Aerei da combattimento e cari rarmati saranno necessari nelle prossime fasi del conflitto, sempre se durerà. Ma come già detto, serve molto tempo per vedere sistemi complessi occidentali schierati ai confini della pianura sarmatica.

Putin annunciò a settembre la mobilitazione parziale, chiamando alle armi 300 000 riservisti russi: sono un pericolo concreto o un mezzo di propaganda?

Sono un mezzo di propaganda sì, ma anche un mezzo concreto. L’utilizzo delle leve ha una funzione essenziale: tenere il fronte. I soldati normali in un anno di addestramento, nel migliore dei casi, imparano ad eseguire correttamente le più basilari formazioni d’assalto e imparano a dare fuoco di saturazione e di copertura. Il loro impiego è funzionale solo ed esclusivamente a: 1) far stancare gli ucraini, 2) operare il ricircolo dei soldati professionisti che non possono stare troppo sul fronte.

In tema di efficienza, l’unica nota positiva dell’esercito russo finora, è stato quello di saper rotare i propri uomini sul campo avvalendosi della grande quantità di soldati, tenendone una parte sul fronte mentre l’altra si addestra e si riposa. Consideriamo anche qui che prima del 2022, il rateo di reclutamento russo era negativo del 3%: significa che ogni anno il 3% in meno riusciva ad essere sostituito. La mobilitazione può essere un’arma a doppio taglio.

Il 25 maggio Mosca ha firmato con la Bielorussia degli accordi per il posizionamento di armi nucleari tattiche all’interno del paese: può essere un pericolo per l’Ucraina o, addirittura, il principio di un’escalation nucleare? Quanto è responsabile la Bielorussia in questo conflitto?

A mio parere, in caso di escalation, l’unico rischio probabile è relativo al corridoio di Suwalki, cioè il confine fra Polonia e Lituania che separa l’enclave di Kaliningrad dalla Bielorussia.

Tuttavia, la responsabilità di Minsk è, a mio parere, prossima allo zero in quanto la sua effettiva sovranità è alquanto discutibile. Da anni Putin cerca stratagemmi per annettere legalmente Minsk a Mosca. Oggi la Bielorussia appartiene alla CSTO e ha più una funzione di clientes di Mosca più che uno Stato nazionale con una propria sovranità piena.

Il suo utilizzo da parte di Mosca è meramente strumentale al fine di spargere quanto più possibile la responsabilità della guerra. La stessa Bielorussia fu creata per avere un seggio in più  all’Assemblea generale dell’Onu. Le forze speciali russe (Spetsnaz) che per prime invasero Kiev, calarono proprio dalla Bielorussia, ma furono presto spazzate via durante i primi raid all’aeroporto di Hostomel.

La Bielorussia presenta un grande vantaggio per Mosca: la sua posizione che penetra il continente europeo. Le armi nucleari vengono spostate da tutti gli schieramenti così come un pavone ostenta il proprio piumaggio. Chi vuole usarle, finora, lo ha fatto senza preavviso. Quando c’è preavviso vuol dire che è il preavviso stesso l’arma, cioè un mezzo psicologico per incuter timore e creare nell’avversario un incentivo alla sottomissione.

La Russia potrebbe voler creare una sorta di stato cuscinetto con l’Ucraina dell’est come già previsto nel 2014? si fermerebbero a Donetsk, Luhansk, Zaporizhhia e Kherson o sarebbero disposti ad annettere tutta l’Ucraina?

Vedendo oggi la situazione sul campo ci si dimentica che l’obiettivo dichiarato da Putin, nonché visibile analizzando lo schieramento militare dei primi giorni di Mosca, era quello di riprendere tutti i territori antecedenti Lenin, partendo dall’Ucraina tutta e mettendo in discussione anche l’indipendenza dei tre Stati Baltici.

Quindi già, mettendo in paragone l’obiettivo iniziale con il risultato a distanza di più di un anno, capiamo le frustrazioni russe. La creazione di uno Stato cuscinetto fantoccio ha i suoi vantaggi, ma vista la posta in gioco e le brutte figure guadagnate, non credo Putin voglia correre il rischio di creare altri Stati.

L’ambizione russa e la realtà corrono su due binari paralleli. Il revanscismo manifesto dai discorsi di Putin alla vigilia dell’invasione, mostra come qualora le cose andassero bene per Mosca, i propositi si estenderebbero ben oltre il confine ucraino. Sono stati messi in discussione diversi trattati di indipendenza e diverse demarcazioni territoriali, dagli Stati Baltici alla Moldavia, per non parlare del Caucaso.

Se all’ambizione russa di riscrivere la Storia e tornare ai vecchi confini precedenti Lenin, corrispondesse un’altrettanta eccellenza militare, allora potremmo star sicuri che l’Ucraina sarebbe solo un piccolo pezzo di un grande disegno bellico russo. Fortunatamente, l’eccellenza militare non è da annoverarsi fra le virtù di Mosca.

Dal punto di vista economico, ci si aspettava che le sanzioni rivolte alla Russia, e in generale le misure introdotte dall’inizio del conflitto, avrebbero portato ad una contrazione del PIL di circa il 10%, mentre in realtà l’effetto è stato un -2,5% in riferimento al 2022 e un leggero rialzo nel 2023. Le sanzioni funzionano?

Posso dire di non essere assolutamente sorpreso. Gli Occidentali vedono le sanzioni come Douhet vedeva i bombardamenti: più si sganciano bombe e più il morale avversario cede e la nazione capitola. Purtroppo l’effetto è quasi sempre l’opposto. Lo Stato bombardato dalle sanzioni si galvanizza e cerca soluzioni alternative, spesso più pericolose.

Credo che questo conflitto abbia dato una potente lezione all’Occidente: noi viviamo in una bolla post storica fatta di benessere ed economia. Non riusciamo a concepire come si possa vivere al di fuori di questi confort e siamo dunque pervasi dall’idea che sanzionare qualcuno economicamente sia una pena terribile che funga da incentivo per riportarlo sulla retta via. La Russia non è una pecorella smarrita che ha bisogno delle nostre lezioni, è un antagonista maturo e conscio di sé.

Non puoi fermare un cartello della droga con delle multe per parcheggio in doppia fila e non puoi fermare un esercito bloccandogli i conti corrente: purtroppo non è così. Sono personalmente stato sempre scettico verso l’efficacia delle sanzioni poiché non fanno altro che inasprire alcuni avversari inducendoli a misure drastiche, come quelle che stiamo vedendo oggi. Le sanzioni hanno nella storia spesso favorito le guerre, raramente dissuaso.

Le sanzioni all’Italia la portarono fra le braccia della Germania nazista, quelle al Giappone lo portarono in rotta di collisione con gli Stati Uniti, le sanzioni verso la Germania crearono un terreno fertile per l’ascesa di Hitler, oggi le sanzioni alla Russia la spingono alla guerra e di certo le sanzioni aggiuntive non ridurranno le ambizioni di Mosca, anzi, possibilmente le fortificheranno. Le sanzioni sono quella punizione tiepida che riporta all’ordine solo le piccole potenze, ma che fanno andare su tutte le furie le collettività più forti e organizzate, come appunto la Russia.

Sarebbe bene ricordarsi che non va sanzionato mai nessuno che con le sanzioni non si piega: la punizione deve essere o devastante o assente: una via di mezzo, fatta di sanzioni blande, aumenta le violenze in un futuro. Una sanzione oggi equivale ad una guerra domani. Forse, se le sanzioni di grande intensità che vediamo oggi, fossero state fatte in modo progressivo e graduale già nel 2008 con la guerra di Georgia, oggi non staremo qui a discutere di Ucraina.

Kiev ha chiesto di entrare nella Nato: bisogna preoccuparsi dell’art.5 del Patto atlantico, che prevede l’intervento in difesa dei Paesi membri? Qual è stata la reazione degli Stati che ne fanno parte?

Kiev non ha mai avuto i requisiti per entrare nella Nato, ma grazie al maldestro intervento russo, forse in futuro, li avrà. Qualora accada, muovere guerra contro un Paese Nato sarebbe improbabile, se non impossibile. Nessuno Stato può fare ingresso nell’Alleanza avendo delle dispute territoriali o essendo in conflitto per questioni di confine. Kiev era definitivamente invalidata già dal 2014 e non aveva i requisiti minimi.

Inoltre, l’ingresso deve recare un vantaggio agli altri membri e richiede un consenso di tutto l’ensemble: non basta la volontà degli Stati Uniti. E’ molto più probabile la via del bilateralismo in cui Stati volontari creeranno una rete di alleanze sussidiarie con Kiev, senza coinvolgere direttamente la Nato.

La Russia poteva fermarsi al 2014, momento in cui aveva ottenuto già delle preziose vittorie strategiche, diventando dominante sul Mar Nero e precludendo a Kiev la possibilità di entrare nella NATO.
Ahimé, Mosca si è sopravvalutata superando il punto di culmine bellico e adesso si ritrova nella condizione che tutti conosciamo.

Paradossalmente, al termine di questa guerra, l’Ucraina potrebbe avere i requisiti per l’ingresso. Infatti, sia che vinca sia che perda, i confini un giorno verranno stabili e la disputa terminerà. Unendo questo al totale rinnovamento in senso occidentale dell’armamento dell’esercito ucraino, potrebbero avere le carte in regola per il definitivo avverarsi dell’incubo di Putin.

Quali sono le posizioni di Usa e Cina? Quali le conseguenze geopolitiche?

Sulla Cina andrebbe aperto un capitolo a parte per quanto grande è la posta in gioco lì. Molti hanno parlato, a personale avviso non conoscendo le principali logiche geopolitiche, di una “amicizia senza limiti” fra Russia e Cina. Non ritengo ci possa essere qualcosa di più falso. Due imperi contigui e confinanti sono per definizione tutto fuorché amici. Gli Stati in generale non fanno amicizia, a meno che non si tratti di Stati le cui collettività siano etno-culturalmente molto prossime.

Qua si parla di due sistemi autoritari divergenti sotto i parametri culturali, quanto economici, quanto geopolitici e oggi che si trovano a condividere un interesse comune: destabilizzare l’Ordine mondiale ed imporne uno nuovo.

Pensiamo a prima della Guerra fredda: sovietici e americani erano morti insieme per un obiettivo comune. Nonostante ciò, raggiunto l’obiettivo – cioè la distruzione della Germania nazista – , abbiamo avuto decenni di terrore. Russi e cinesi non sono mai morti fianco a fianco combattendo per un obiettivo comune, quindi ritengo ancora meno probabile una loro futura e duratura amicizia.

E’ difficile credere che qualora riuscissero nel loro intento, questi due intendano spartirsi equamente la torta in modo pacifico e amichevole. Basti pensare che la Russia, per comprare la non-ostilità della Cina, ha dovuto svendere proprie risorse e concedere l’accesso commerciale al porto di Vladivostok a Pechino. Gli esempi potrebbero essere tanti.

Invece per gli Stati Uniti la partita è di grande importanza poiché pochi sono i fattori che impediscono a Pechino di esercitare un vera forza egemonica, anzi, a dire il vero, sono probabilmente solo due: la prima è la frammentazione fra costa-entroterra che affligge la Cina da sempre e che ne detta i ritmi e le fasi storiche; la seconda è la propensione al mare.

La Cina è una potenza di grande livello ma profondamente tellurica, cioè terrestre. In geopolitica i domini ricoprono uno studio fondamentale. Il dominio terrestre mal si accompagna ad aspirazioni di tipo universalistico-imperiale. Questa aspirazione necessita di una forte padronanza dei domini successivi, principalmente quello marittimo.

Gli USA, in questo contesto, devono impedire che Pechino riesca a imporsi sui mari e per farlo deve dimostrare la sua forza in Ucraina. In questo senso, la partita ucraina e quella taiwanese sono collegate: se Washington lascia la presa su Kiev, apre la porta alle aspirazioni cinesi le quali procederanno nel futuro prossimo all’annessione di Taiwan. Se cade Taiwan, cadrà il sistema liberale mondiale come lo conosciamo oggi.

I russi scavano trincee da sei mesi, il conflitto sembra aver dimostrato che questo genere di fortificazioni resta molto difficile da superare, è vero?

I russi ora giocano in difesa, è più semplice per definizione. Inoltre, gli ucraini stanno attaccando da una pianura verso una vallata. Infatti i russi sono stazionati lungo una linea collinare mentre gli ucraini avanzano dalla pianura, pianura che, con la pioggia diventa un bagno di fango che non fa altro che facilitare il fuoco nemico.

Il conflitto ha insegnato che la guerra non si fa con semplici bombardamenti ma con la fanteria: la fanteria resta il perno insostituibile dell’esercito. Una guerra di attrito, di logoramento, di controllo capillare del territorio, necessita di tantissimi uomini. I russi hanno giocato d’astuzia: vedendo che non riuscivano ad attaccare, la mossa migliore era trincerarsi e giocare di difesa.

Tuttavia non si parla di fortificazioni molto sofisticate: con un abile uso di intelligence (per capire i punti di ingresso e di uscita dalle fortificazioni) e con un abile uso delle APC (trasporto soldati corazzato) o IFV (supporto armato alla fanteria) una fanteria che sa rapidamente schierarsi a ventaglio e fare fuoco di soppressione può, con buona probabilità, catturare le fortificazioni più semplici senza dover ricorrere al supporto aereo e neanche agli MBT.

Gli ucraini hanno messo in contro forti perdite di certo, ma, alla luce del fatto che la controparte può contare su molte più unità, quante se ne possono permettere?

Non molte perdite, ma ricordiamoci che difendono la madrepatria e questo può aumentare notevolmente i rapporti di tollerabilità delle perdite. Gli ucraini stanno sacrificando gli ultimi orpelli del vetusto arsenale sovietico, specie i T-64/T-72, al fine di spianare la via ai più sofisticati dispositivi occidentali, che chiaramente ancora non vengono sfruttati da personale qualificato. Già più di un centinaio di veicoli ucraini sono andati distrutti, fra cui qualcuno dei Leopard tedeschi e alcuni veicoli francesi.

Alcuni dati indicano in realtà poche migliaia di soldati mandati in avanscoperta. Vista l’irrisoria quantità di soldati mandati in attacco credo che anche se dovessero perdersi tutti, questo non sarebbe una sconfitta invalidante militarmente: lo potrebbe tuttavia essere dal punto di vista morale o mediatico.

Una risposta sicura a questa domanda non si può fornire poiché si dovrebbe avere accesso al numero esatto di uomini rimasti, dispiegabili e addestrati. Sono dati altamente contesi, falsificabili e includendo l’addestramento, anche difficilmente misurabili.

Il tasso di attrito è per ora ancora in sfavore della Russia, con un tasso marginale superiore a quello ucraino; come già detto però, la Russia ha anche una riserva maggiore e le perdite tangono meno nonostante siano in rapporto altissime.

Gli attacchi a Zaporizhia sono da intendersi come direttrice principale della controffensiva, oppure rimane sempre la possibilità di un diversivo, con un attacco principale che punterà da un’altra parte?

Ogni azione offensiva, deve tener conto di un rapporto di 3 ad 1 a vantaggio dell’attaccante, il quale fisiologicamente subirà più perdite rispetto al difensore. Inoltre, a seconda della profondità, questo rapporto dovrà aumentare: man mano che si entra in profondità maggiori sono i fianchi da difendere e maggiori saranno i soldati che dovranno saldare le retrovie, il che significa meno uomini sul fronte.

Kiev non ha tutti gli uomini che gli servono, motivo per cui molto probabilmente sceglierà un punto la cui massima profondità è gestibile: credo improbabile che procedano verso est (Donetsk, Luhansk), molto più probabile che l’obiettivo vero sia Mariupol (cioè direzione Zaporizhia). Giunti a Mariupol potrebbero fermarsi e chiudere il fronte sud.

Inoltre, bisogna ricordare un’altra regola: là da dove il nemico attacca è più vulnerabile. Se un fronte è ben fortificato è difficile che da lì giungano attacchi in massa in quanto le fortificazioni e i campi minati debilitano anche chi li ha costruiti. Ecco perché a mio avviso il punto migliore dove gli ucraini possono inserirsi è fra Staromlinivka e Vuhledar: si tratta di uno spazio meno fortificato che porta direttamente a Mariupol grazie alla già citata H20, stavolta la diramazione sud.

Per una questione di occultamento delle proprie intenzioni, non escluderei un colpo grosso. Ma ragionando militarmente è difficile pensare che un’eventuale operazione contro la Crimea avvenga con le risorse a disposizione di Kiev, anche perché dovrebbe attraversare l’istmo di Perekop, che è uno di quei colli di bottiglia che riesci ad attaccare solo ed esclusivamente o con una soverchiante forza militare, o con una costosissima operazione multi-dominio.

Quella ucraina è la prima grande offensiva da parte di un esercito occidentale condotta solo con la componente di terra, senza supporto della marina e senza aerei. Quanto influirà sulla riuscita dell’operazione?

Lo sconsiderato utilizzo della forza aerea già è stato visto fra le righe dei russi. In più di un anno non sono riusciti a compiere operazioni di soppressione delle unità anti aeree e men che meno la distruzione delle stesse (Sead e Dead). Le operazioni multi-dominio devono essere portate avanti da eserciti che oltre a detenere l’arsenale minimo necessario (cosa che Kiev non ha) devono anche disporre di sofisticati metodi di organizzazione e coordinazione (cosa che i russi invece non hanno).

Ovviamente si tratta di una operazione zoppa dettata da una necessità impellente. Adesso tocca agli ucraini dimostrare di non commettere gli stessi errori che i russi hanno commesso all’inizio. Più che sull’essere una controffensiva monodominio, cioè solo terrestre, la cosa che lascia perplessi è la scelta della stagione.

Offensive di grande rilievo dovrebbero aver luogo in estate o subito prima dell’inverno per due motivi, in primis per cristallizzare la vittoria prima dello stazionamento invernale, e in secondo luogo perché con le piogge i mezzi terrestri sono particolarmente vulnerabili, in virtù del fatto che si sta attaccando in una vallata.

Inoltre, gli uomini inviati sono di numero esiguo, sparsi su quattro punti di pressione. A tutti gli effetti sembra in realtà una volontà di sondare il terreno e tenere impegnati quanti più reparti possibili dell’esercito russo.

Credo che questa non sia una vera controffensiva, più probabile un diversivo o l’inizio di una controffensiva più massiccia. Non escluderei un overstretching voluto dell’offensiva tale da mettere in difficoltà la logistica russa: vedasi gli attacchi ucraini in territorio russo, da Mosca a Belgorod.

Cosa possiamo aspettarci dal futuro questo conflitto?

In linea ipotetica, il Cremlino quasi può tirare la corda fino spezzarla dato che il suo sistema politico regge su una opinione pubblica tutto sommato favorevole e da cui oltretutto il governo non dipende direttamente; inoltre questa è grandemente influenzata dal partito al governo. Questa è la grande forza ma anche la grande debolezza del sistema russo.

Tuttavia può appunto succedere che un giorno la corda si spezzi senza dare troppo preavviso, così come è sempre successo in Russia, dalle sommosse del 1861, alla creazione della Duma del 1905 alla rivoluzione bolscevica del 1917 al collasso totale dell’impero sovietico nel 1991. Passaggi di potere morbidi, in Russia, non esistono.

Usciamo dalla logica di trincea e vediamo il tutto con più ampio respiro: l’Ucraina ha terminato il proprio arsenale di origine sovietica. Esclusi gli aiuti esterni, entrambi gli schieramenti stanno raschiando il fondo. Questo comporta però un risvolto fondamentale: da cosa vengono sostituiti gli armamenti terminati?

Gli ucraini, che vincano o meno, a fine conflitto avranno l’arsenale militare più occidentale di tutto il quadrante, sancendo in futuro un fortissimo legame militare tra Kiev e la NATO. In egual modo, noi europei che stiamo supplendo ai loro armamenti, siamo costretti ad aggiornare tutte le nostre riserve, determinando quindi un ammodernamento totale dei nostri arsenali.

La Russia dal campo suo, era solita rifornire altri coi propri armamenti economici; adesso che essa stessa è in difficoltà avrà principalmente tre conseguenze:

  • L’autarchia dell’industria militare dovendo fare a meno della componentistica canadese (lo stesso Prigozhin aveva ipotizzato una Russia sul modello isolato della Corea del Nord)
  • L’agganciamento a sistemi militari di qualità inferiore come quelli iraniani
  • La probabile diminuzione del proprio export bellico, sia per scarso rendimento in battaglia, sia per materiale scarsità di armamenti da esportare.

Permettimi delle conclusioni sul metodo più che sul merito: perché alla tua seconda domanda abbiamo evidenziato alcune somme e altre no? Semplicemente perché il valore economico degli armamenti non è indice di diretta efficacia sul campo di battaglia.

Il contributo americano probabilmente è l’unico in cui vi è una netta correlazione fra valore economico degli armamenti ed efficacia di questi, anche perché stiamo parlando della miglior tecnologia bellica al mondo con ampissimo margine.

Ma in questa scaletta compare anche la Turchia con i suoi 275 milioni di dollari di armamenti, che se rapportati alla loro efficacia, ottengono un valore molto più alto. I droni Bayraktar turchi sono riusciti, dall’alto della loro umile economicità, a svolgere un ruolo fondamentale nel conflitto nei primi mesi, obbligando Mosca ad una inversione di ritmo bellico.

Mosca è passata dal voler prendere tutta l’Ucraina in una guerra lampo (con tanto di pericolosissime allusioni revansciste su altri Stati sovrani), ad un ritiro verso posizioni più sostenibili (il Sud e il Donbass)

Perché questo discorso? Nell’obbligare la Russia a cambiare ritmo bellico, il piccolissimo contributo turco ha fatto la differenza: in guerra il valore economico può dare solo una vaga indicazione, idem vale per i valori numerici empirici espressi in termini assoluti. Attualmente, il nostro team sta lavorando per proporre un nuovo sistema di misurazione delle capacità belliche.

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Vincenzo Zito

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