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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

L’Iran dopo le proteste
I riflettori sulle proteste in Iran si sono ormai spenti da un paio di mesi, le dichiarazioni dei politici vertono su altri argomenti ed i giornali hanno voltato pagina nelle loro attenzioni.

I riflettori sulle proteste in Iran si sono ormai spenti da un paio di mesi, le dichiarazioni dei politici vertono su altri argomenti ed i giornali hanno voltato pagina nelle loro attenzioni. Anche perché di notizie significative non ce ne sono: tutto tace e si ha l’impressione che sia tornato alla normalità.

Le uniche conquiste tangibili alla fine delle proteste si condensano in una certa tolleranza sull’uso del velo da parte delle ragazze, soprattutto nei locali pubblici. Ben poca cosa rispetto agli alti costi pagati. Il decesso di Mahsa Amini nello scorso settembre aveva scatenato crescenti ondate di proteste nel Paese, a cui si era unita l’influente diaspora tramite i social ed iniziative locali. I primi focolai erano divampati in veri e propri incendi, tali da costringere le pigre cancellerie dei Paesi democratici ad assumere una posizione in loro favore.

Il braccio di ferro fra la piazza ed il potere è andato avanti per almeno sei mesi, con una dimensione che ha superato ogni precedente. Ma la base popolare da sola poco ha potuto contro la forza del regime, mentre lo stato profondo non si è schierato o se l’ha fatto è stato quantomeno ambiguo. Così le istanze per ottenere qualche libertà (idealmente identificate con la caduta del velo obbligatorio) sono state via via represse in tutti i modi possibili: dagli oltre 15.000 arresti fino all’impiccagione di chi si sarebbe macchiato dei reati più gravi, almeno 300 esecuzioni, talvolta eseguite in pubblico per creare un ulteriore clima di deterrenza.

Oltre a disincentivare le adesioni con la forza, più implicitamente, chi si batteva contro il potere finiva per perdere i già pochi diritti acquisiti: il lavoro nel caso dei molti dipendenti pubblici piuttosto che un aperto boicottaggio nel caso di attività private. In una contingenza di perenne e profonda crisi indotta dalle sanzioni, dall’isolamento internazionale e dall’elevata inflazione, la leva economica finisce per avere risvolti drammatici se attuata con efficacia.


I giovani scesi in piazza rappresentano la punta di un iceberg neanche tanto profondo, poiché fuori dalle città permane una mentalità conservatrice poco incline ai cambiamenti. Al tempo stesso la crisi colpisce maggiormente i ceti il cui status socioeconomico precario porta con sé differenti orizzonti culturali e possono essere più facilmente convinti che la causa principale delle difficoltà vadano ricercate all’estero, in particolare negli Stati Uniti e nell’Occidente globale. 

Le élite politiche e militari non hanno voluto assecondare l’ondata come pretesto per rimuovere la teocrazia; è possibile che attendano la sua fine per autoconsunzione, dal momento che la classe dirigente religiosa è composta soprattutto da ottuagenari e la successione della guida suprema Ali Khamenei si presenta alquanto complicata. Internamente la religione rappresenta più un ostacolo che un elemento di coesione, la lunga commistione col potere porta a percepirla quale meramente strumentale ad esso. Basti pensare che chi frequenta le moschee non supera il 10% della popolazione, una percentuale significativamente bassa per un Paese a base islamica.

A seconda dei casi la religione può rappresentare la liberazione, l’oppio o il tritolo dei popoli: in Iran si tratta di un maglio o una pressa che si avvita sempre più sulla società civile, utile per tenere in vita il regime. Teologicamente, ma anche politicamente parlando, il credo sciita rappresenta un elemento di distinzione all’interno del mondo islamico, restituendo una peculiarità religiosa che pur con diverse sfumature facilita le relazioni verso Iraq e Azerbaijan, le cui maggioranze appartengono alla stessa corrente.

Anche in virtù di ciò nel suo intrinseco l’Iran continua ad immaginarsi come Persia imperiale ed il regime cerca di far presa sull’orgoglio nazionale: lungo i verdi spartitraffico centrali all’ingresso delle città campeggiano file di foto o gigantografie dei militari deceduti durante la guerra (di difesa in quell’occasione) con l’Iraq fra il 1980 e il 1988, costata la vita ad 800.000 persone. Anche nei villaggi più piccoli i martiri vengono ricordati allo stesso modo. 

Nella sua storia l’Iran è stato invaso tre volte e sempre da imperi che hanno lasciato il segno nei libri di storia: da Alessandro Magno in epoca Achemenide, dagli arabi successivamente all’introduzione dell’islam e la terza dai Mongoli di Gengis Khan; la conquista di Tamerlano viene considerata come un’appendice di questi ultimi, in quanto il condottiero uzbeco giungeva al seguito dei mongoli, inoltre l’Uzbekistan all’epoca veniva visto come parte della Persia. Il nome Iran deriva da Paese degli Ariani ed ha sostituito la storica dizione Persia solo con l’avvento dell’ultima dinastia nel secolo scorso: sentendosi gli epigoni di un mondo evoluto già nell’antichità, gli abitanti di oggi ne vanno fieri e rimarcano le differenze con i loro vicini, in particolare gli arabi considerati gente di cultura rozza. 

Le attuali politiche assertive nel quadrante mediorientale ne fanno una potenza quasi nucleare nella regione ed anche oltre; tendendo a guardare all’esterno si finisce per sviare l’attenzione dai problemi interni, dove i rischi implosivi provocati da un’anarchia istituzionale legata all’eterogeneità etnica sono sempre latenti. La cementificazione teocratica della società potrebbe presentare delle crepe, la situazione è più complessa di quanto dica la retorica o i preconcetti, che vanno opportunamente filtrati per far emergere la realtà.

 Gli iraniani (intesi come persiani doc) non sono critici verso la loro nazione in quanto tale, i giovani desiderano emigrare per approfondire gli studi e trovare un lavoro, ma sarebbero disposti a tornare a fronte di maggiori aperture libertarie. Non per nulla il sito archeologico di Pasargade dove si trova la tomba di Ciro il Grande è diventato il simbolo ispiratore dei manifestanti nelle recenti occasioni; in un’enfasi non sciovinista quanto di orgoglio nazionale che vuole attingere alle sue radici più profonde, come se gli italiani vedessero nell’Impero Romano la fonte di coesione, peraltro più recente di almeno 500 anni. 

La multietnicità può fungere da detonatore: i persiani veri sono circa il 60%, mentre il resto della popolazione è suddiviso in etnie anche molto diverse fra loro: basti citare i curdi (discendenti della civiltà dei Medi e di orientamento in maggioranza sunnita), oltre agli azeri nel nord (sciiti anche loro) o i baluci del sud-est, che vivono in regioni dove i ritmi dell’economia sono scanditi dal contrabbando e traffici illeciti favoriti dalla contiguità con i porosi confini di Afghanistan e Pakistan. Da qui passano droga, armi e bevande alcooliche; queste ultime proibite in pubblico ma di cui si fa frequente uso fra le mura domestiche, in una sorta di tacito accordo ipocrita in base al quale ciò che non si vede non esiste. 

Pur considerando che il traffico di droga viene punito con la pena capitale va detto che esistono zone franche dove le autorità non è riescono mantenere il controllo. Inoltre, gli abitanti del Balucistan si sentono da sempre maltrattati dal governo centrale e trattati come cittadini di seconda categoria. La balcanizzazione del Paese non è pertanto un un’ipotesi remota e gli interessi affinché ciò accada sono forti tanto all’interno che all’esterno della Repubblica Islamica. Finora Ali Khamenei (peraltro di etnia azera) è riuscito con il pugno duro ad impedire derive autonomiste.

Ali Khamenei

La SEPA, ovvero i Pasdaran, rappresenta una sorta di lobby volta a difendere interessi reciproci degli ayatollah e dello Stato profondo, dispone di potenti ha tentacoli da tutte le parti e al momento si presenta fedele nella sua missione. Il tutto si muove sopra un filo sul quale il triplice potere rappresentato da politici, militari e religiosi deve camminare con equilibrio e prudenza, e dove risulta troppo rischioso assecondare i pur comprensibili richiami della piazza.

Dal punto di vista internazionale il momento non sembra particolarmente ostico. Se finora le relazioni con i Paesi Arabi nella migliore delle ipotesi sono state improntate alla non ostilità ed hanno obbligato ad una guardia permanentemente alta, la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita pur con i suoi limiti ha significato una tregua allo status di tensione: le divisioni sono ataviche (oltre ad essere sunniti i sauditi appartengono alla corrente wahabita) e non basterà uno scambio di ambasciatori per sanare interessi confliggenti. 

Tuttavia, il solo fatto di non avere una simile spina nel fianco, che a sua volta portava con sé l’ostilità degli Emirati e del Bahrein, rappresenta un principio di rottura dell’isolamento. La fornitura dei droni HESA Shahed 136 (detti Geran) alla Russia significherà non solo riconoscenza ma anche delle contropartite. Dialoghi per ora a distanza con la Turchia sulla questione siriana sono sul tavolo.

La Cina infine resta il principale partner economico e strategico lungo le rotte di una Via della Seta rinnovata, che proprio qui trovava in origine il suo sviluppo occidentale e di cui rimangono numerosi caravanserragli quale testimonianza storica. Sistemando ove possibile le relazioni esterne, Raisi riesce ad affrontare con maggiore serenità le difficoltà interne perpetuando uno status quo non ideale ma col quale l’Iran ha imparato a convivere da tempo: dal parziale aggiramento delle sanzioni ai pagamenti triangolari conseguenti all’esclusione dal sistema SWIFT.

La pacificazione sociale forzata può ormai considerarsi un dato di fatto e a poco serve invocare (o implorare) una forma democratica di stile occidentale. La tradizione culturale non va in tal senso ed anche i giovani manifestanti in nessuna occasione hanno espresso l’aspirazione di un aggancio ai valori euroamericani. Nel medio termine i rischi sembrano maggiormente legati alla tenuta di un sistema tanto monolitico quanto passibile di sgretolamento a causa di divergenze interne politiche ed etniche, il secondo punto in particolare rappresenta un pericolo non risolvibile proprio perché intrinseco. 


Per il momento la cortina del rigore morale e civile che unisce idealmente le città sante da Qom a Mashhad regge e tiene su l’impalcatura statale con le sue regole ferree, veli sul capo e proibizioni.

Una satrapia illuminata potrebbe rappresentare il comune denominatore risolutivo di fronte ad intrecci ed incertezze che si stagliano all’orizzonte, non fosse che i due termini ai giorni nostri confliggono a tal punto da diventare incompatibili fra loro. L’esempio dell’Oman che si affaccia sull’altro versante del Golfo appare come una soluzione inapplicabile.

Foto in evidenza: By Brett Morrison from Los Angeles, CA, USA – Santa Barbara Freedom for Iran Protest 2022, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=123690905, “Ayatollah Ali Khamenei” by Khamenei.ir is licensed under CC BY 4.0.

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Luigi Lanfranco

Luigi Lanfranco

Viaggiatore per passione e professione. Interessato da sempre a quanto accade nel mondo, cerco di leggere attualità e tendenze interpretando le comunità locali in quella che con un’espressione felice è stata definita la “geopolitica pedonale”.

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