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La nuova base spaziale della Cina a Gibuti
Pechino sceglie il piccolo Stato africano per il suo nuovo hub spaziale, l'unica base per satelliti straniera attiva in Africa 

Ad inizio 2023 Gibuti ha siglato un accordo con la Hong Kong Aerospace Techonology Group per la progettazione, costruzione e la gestione di una piattaforma di lancio spaziale nella regione costiera di Obock. Si tratta del punto più settentrionale del Corno d’Africa che si affaccia direttamente sul golfo di Tagiura, di fronte alle coste yemenite. Ad annunciarlo è stato proprio il presidente della Repubblica di Gibuti, Ismaël Omar Guelleh con un post su Twitter. 

Il presidente dello Stato africano ha firmato poi il memorandum d’intesa insieme al Ministro dell’Istruzione superiore e della Ricerca Nabil Mohamed Ahmed, l’ambasciatore di Gibuti in Cina, Abdallah Abdillahi Miguil, e l’amministratore delegato della compagnia di Pechino, Wilson Lau Wai Hang. Se il piano dovesse concludersi senza ostacoli, rappresenterebbe l’unico hub spaziale attivo in Africa, attualmente l’unico continente che non dispone di un sito di lancio operativo. 

Il progetto avrà un costo di circa un miliardo di dollari ed una durata di cinque anni. I lavori dovrebbero iniziare entro il 2023 con la costruzione della prima rampa di lancio operativa verso la fine del 2024. Il piano infrastrutturale completo di tutte e sette le piattaforme dovrebbe concludersi all’incirca nel 2027. In cambio Gibuti avrà il dovere di dare in locazione 10 chilometri quadrati di terra per un periodo minimo di 35 anni

Il presidente cinese Xi jinping incontra l’omologo gibutiano Ismail Omar Guelleh a Riyadh (dicembre 2022) | china-embassy.gov.cn

Secondo quanto riferisce in un comunicato la presidenza di Gibuti, l’accordo “prevede la concessione definitiva dell’infrastruttura aerospaziale alla parte gibutiana, al termine di un periodo di co-gestione di 30 anni, che dovrebbe portare a un processo di trasferimento di competenze e professionalità”. La gestione del progetto, stando quindi ai termini e alle condizioni dell’accordo, tornerà ad essere di proprietà di Gibuti solo dopo 30 anni. 

La futura rampa di lancio spaziale necessità però della realizzazione e della modernizzazione di nuove infrastrutture nel Paese africano. Come riportato dal quotidiano locale La Nation, la messa in atto del progetto implica che lo Stato si doti di impianti per la fornitura di corrente elettrica e di acqua fino ad un nuovo porto ad Obock. La regione di Gibuti si dovrà dotare anche di un’autostrada per il trasporto della merce e dei materiali utili per la costruzione dell’hub spaziale. 

Alla fine del progetto il Governo del Paese dovrà garantire la sicurezza e la praticità della base di lancio. Sempre secondo il giornale locale, il progetto consentirebbe anche la creazione di numerosi posti di lavoro, permettendo lo sviluppo economico della regione dell’Obock e dell’intero Stato di Gibuti. 


Investimenti, infrastrutture e basi militari: la Cina a Gibuti

La futura base di lancio spaziale, tuttavia, non è l’unica che ha visto la luce nel continente nero. Durante gli anni Sessanta fu costruito in Kenya il Centro spaziale Luigi Broglio, di proprietà dell’università Sapienza di Roma e gestito dall’Agenzia Spaziale Italiana. Dalla sua costruzione fino al 1988 sono stati lanciati ben 23 satelliti in orbita, ora invece si occupa solamente del tracciamento di numerosi satelliti di varie agenzie, tra cui l’Agenzia Spaziale cinese. 

Gibuti, per la finalizzazione del progetto, risulta il Paese africano preferito dalla Repubblica Popolare Cinese. Ciò viene palesato principalmente da due motivi: posizione geografica ideale per l’accesso allo spazio e la presenza di una base militare cinese nello Stato dal 2017

Di fatti, in termini di tracciamento dei satelliti e di ricezione, il continente africano è il meglio posizionato a livello geografico, data la sua vicinanza all’equatore. In secondo luogo, per il governo di Pechino Gibuti risulta ideale in quanto nel territorio si trova già una propria base militare, l’unica attiva al di fuori del suolo nazionale cinese. 

Il Paese africano, nonostante le dimensioni ridotte, vede l’enorme presenza di attori internazionali quali Stati Uniti, Giappone, Arabia Saudita, Italia, Francia e Cina che negli anni hanno portato alla luce la costruzione di diverse installazioni militari. Tredici volte più piccolo della Penisola italiana ma con un’alta rilevanza geopolitica, Gibuti si è posto al centro delle agende politiche dei principali attori internazionali, data la sua posizione strategica per il traffico marittimo e, in questo caso, per il lancio di satelliti in orbita. 

Non è la prima volta che la Repubblica Popolare Cinese guarda lo Stato africano con grande interesse. Oltre al progetto da un miliardo di dollari per la costruzione dell’hub spaziale, la Cina in precedenza ha mosso anche interessi militari in Africa, tanto da investire 15 miliardi di dollari per lo sviluppo del porto di Doraleh, strategico per il controllo del traffico marino e per l’istituzione della prima base militare al di fuori del territorio nazionale cinese a Gibuti.

Tramite questo accordo il governo di Pechino continua la sua linea di politica estera in Africa, basata sull’enorme interesse per le risorse e per lo sfruttamento di terreno. La Cina nel corso dell’ultimo ventennio ha assunto il ruolo di principale finanziatore dei Paesi africani, favorendo una rilevante crescita economica, soprattutto nell’ambito infrastrutturale. Da sempre i rapporti tra il continente e la Cina si sono caratterizzati dal principio “do ut des”, il quale si basa sull’interscambio di risorse naturali e di materie prime in cambio di grandi finanziamenti. 

L’interscambio tra il governo del Dragone e i principali Stati del continente africano secondo i dati delle dogane di Pechino, nel 2022 ha raggiunto l’ammontare di 282 miliardi di dollari. I prestiti finanziari però sono risultati in molteplici casi dannosi per il continente africano, criticati dai governi occidentali per la poca sostenibilità e trasparenza degli affari

Terminal container del Porto di Doraleh, Gibuti, la cui modernizzazione si deve in buona parte agli investimenti cinesi | Wikimedia Commons

Il problema principale riguarda il sistema utilizzato dalla RPC per concedere prestiti. Infatti, essi non si basano su un fondo perduto. Il governo di Pechino per garantirsi la restituzione ha imposto clausole che per il debitore in molteplici casi hanno solo che aggravato il proprio deficit finanziario. 

Esemplificative sono alcune clausole di garanzia utilizzate dalla Repubblica Popolare nel caso degli investimenti diretti al porto di Doraleh sotto il controllo di Gibuti. In caso di inadempienza del riparamento dei prestiti, Gibuti sarebbe costretto a cedere il controllo del porto. Ad oggi la Rpc detiene l’82% del debito estero del Paese. 


La Cina ancora una volta conferma la sua presenza nel territorio africano, specialmente nel piccolo Stato di Gibuti. Il nuovo progetto per la finalizzazione dell’hub spaziale sembrerebbe legare quindi i rapporti tra le due potenze per i prossimi 30 anni. 

Foto un evidenza: “Chinese Satellite” by Gary Lee Todd, Ph.D. is marked with CC0 1.0.

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