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Spieghiamo a cosa serve la geopolitica

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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

L’Etiopia nei nuovi Brics, un Paese alla ricerca di un nuovo protagonismo
Dopo essere stata dilaniata dalla guerra nel Tigrai, l’Etiopia rischia di ricadere in un nuovo conflitto interno che rischia di destabilizzare una regione cruciale per gli interessi internazionali (inclusa l’Italia).

Il 24 agosto, al termine del vertice annuale dei Brics di Johannesburg, il presidente Sudafricano Ramaphosa ha annunciato la futura adesione di nuovi Paesi membri, tra cui figura l’Etiopia, terza economia africana e seconda nel continente per numero di abitanti.

La scelta sull’Etiopia non è certamente casuale: pur non spiccando a livello economico (rimane l’ultimo Paese per Pil tra tutti i presenti e futuri membri Brics), riveste un ruolo fondamentale nella prospettiva di contrasto all’Occidente per i Paesi del Global South. L’Etiopia è infatti considerata come l’attore responsabile della regione del Corno d’Africa, oltre a rappresentare la capitale diplomatica del continente, essendo sede dell’Unione Africana.

Il Corno D’africa, quella regione che si protende dal Mar Rosso all’Oceano Indiano e che comprende Etiopia, Eritrea, Somalia e Gibuti, è centrale per il controllo dei commerci internazionali. La sua importanza è legata sia all’accesso allo stretto di Bab el-Mandeb, che separa il continente africano dalla penisola arabica, sia dalla capacità di controllo sul canale di Suez, una delle giugulari principali per il commercio mondiale degli idrocarburi.

Basti pensare che il piccolo stato del Gibuti, Paese dalle dimensioni insignificanti ma dall’estrema rilevanza strategica, ospita un numero enorme di basi militari di grandi potenze, tra cui Stati Uniti, Cina, Francia, Italia e Giappone.


Il mosaico etnico della popolazione etiope

Nonostante il Paese abbia sperimentato a partire dagli anni duemila un’accelerazione economica unica nell’Africa Subsahariana, negli ultimi anni è stato travolta da una pluralità di crisi che hanno avuto come loro ragion d’essere il complesso mosaico etnico che ne definisce la popolazione. Tra le oltre 80 etnie in cui si dividono i 120 milioni di abitanti, i gruppi etnici maggioritari sono gli Oromo, gli Ahmara, i Somali e i Tigrini.

Il gruppo etnico in assoluto più popoloso, pari a circa un terzo della popolazione, è costituito dagli Oromo, derivato da un’antica popolazione di pastori nomadi etiopi. La regione Oromia circonda la capitale Addis Abeba e oggi riveste un ruolo centrale negli equilibri del Paese, a partire dal fatto che lo stesso Primo ministro Abiy Ahmed vi appartiene. 

Gli Amhara sono il secondo gruppo etnolinguistico dell’Etiopia e occupano la parte nord-occidentale del Paese, confinante con il Sudan. Per lungo tempo hanno dominato la storia dell’Etiopia, e l’amarico è rimasta la lingua ufficiale nazionale fino agli anni ’90.

I Somali abitano la regione dell’Ogaden, ricca di giacimenti di petrolio e gas naturale, mentre i tigrini occupano la parte settentrionale del Paese, a confine con l’Eritrea. Il legame tra la regione del Tigrè e l’Eritrea è tale che i tigrini si identificano maggiormente con l’etnia eritrea rispetto a quelle etiopi.

Breve storia dell’Etiopia moderna

La conflittualità tra diversi gruppi etnici è sempre stata una costante nella storia dell’Etiopia moderna, e trova le sue radici nella complessa evoluzione degli equilibri politici nella regione. 

La storia recente dell’Etiopia è strettamente legata a quella della vicina Eritrea. Accomunate dal dominio coloniale italiano, nel secondo dopoguerra l’Onu stabilì che l’Eritrea sarebbe dovuta divenire una regione autonoma federata dell’Etiopia, ma nel 1962 fu annessa per decisione unilaterale dell’imperatore etiope Selassiè; ciò provocò l’avvio di una guerra trentennale per l’indipendenza eritrea, che trovò una risoluzione solo nei primi anni ‘90.

Haile Mariam Mengistu (1974) | Wikimedia Commons

Entrambi i Paesi hanno vissuto la caduta dell’impero e l’avvento al potere nel 1974 della dittatura della giunta militare socialista del Derg, guidata dal tenente Mengitsu. Il periodo del “terrore rosso”, come venne poi rinominata la sanguinosa repressione promossa dal governo totalitario di Mengitsu, trovò fine solo a seguito della lotta di ribellione guidata dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai, che nel 1991 portò alla fuga di Mengitsu, all’indipendenza Eritrea (conseguita nel 1993), e alla formazione di una nuova repubblica parlamentare. 

È nella costituzione del 1994, modellata su quella della Jugoslavia, che vanno individuate le origini della conflittualità regionale tipica dell’Etiopia moderna. La costituzione si incentrava sulla promozione del principio di federalismo etnico, e prevedeva una nuova autonomia amministrativa e culturale delle 13 province etiopi, insieme al diritto di secessione.

Gli effetti di tale operazione si concretizzarono in un primo periodo di relativa pace, accompagnata tuttavia dal rafforzamento dei partiti regionali, una maggiore instabilità politica e una maggiore frammentazione interna. 

Le guerre in Eritrea e nel Tigrai

Instaurata la Repubblica, le conflittualità etniche prima occultate dal regime dittatoriale emersero presto in superficie, e si concretizzarono in due dei conflitti più cruenti della storia moderna: la nuova guerra 
etiope-eritrea, e la guerra del Tigrai.

Nonostante l’Eritrea avesse ottenuto l’indipendenza dall’Etiopia a seguito del referendum popolare del 1993, i due Paesi si ritrovarono presto in disaccordo sulla definizione dei confini. Gli scontri sfociarono nel 1998 e si tramutarono in un conflitto che costò la vita a più di centomila persone e lo sfollamento di milioni di civili.

Nel 2000, complice l’intervento dell’Onu, entrambe le parti si accordarono per un cessate il fuoco che prevedeva la fine delle ostilità e la stabilizzazione delle linee di confine. Tuttavia gli scontri proseguirono comunque e sarebbero terminati solo nel 2018, quando le due Nazioni siglarono un nuovo accordo che avrebbe condotto alla definitiva cessazione delle ostilità – accordo che valse il premio Nobel per la pace al neo presidente etiope Abiy Ahmed.

Carro armato T-72 distrutto durante la guerra civile nella regione del Tigrai (2021) | Wikimedia Commons

La proclamazione a primo ministro di Abiy Ahmed nel 2018 rappresentò per molti un punto di svolta nella politica del Paese. Di etnia Oromo, una novità rispetto ai suoi predecessori che erano tipicamente di etnia tigrina e ostili a una riappacificazione con l’Eritrea, ha tentato fin da subito di promuovere una stabilizzazione della regione: oltre a porre definitivamente fine al conflitto eritreo, ha favorito un superamento della frammentazione generata dal federalismo etnico sancito dalla costituzione. Il suo partito, il Partito della Prosperità, è infatti un partito multietnico creato grazie alla fusione di diversi partiti di etnie differenti.

La coalizione guidata da Abiy Ahmed ha però incontrato la forte opposizione del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai, partito di riferimento dei tigrini, i quali con le elezioni del 2018 hanno perso la loro egemonia al governo e hanno visto ridimensionato il proprio ruolo. I tigrini hanno sempre manifestato volontà espansive verso l’Eritrea, mirando all’unificazione di quei territori che comprendono sia l’odierno tigrai etiopico che parte dell’altopiano eritreo di lingua e etnia tigrina.

Il trasferimento del potere dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai al nuovo governo, che è espressione delle élite Ahmara e Oromo, ha aperto la strada a un accordo di pace con l’Eritrea, ma ha trovato l’opposizione tigrina, che vedeva l’accordo come diretto contro gli interessi della sua base elettorale.

Queste dinamiche hanno inevitabilmente portato alla guerra civile che ha presto assunto connotati internazionali, sia per la partecipazione più o meno diretta di altri attori interessati nella regione, ma anche per la portata del conflitto e della crisi umanitaria generata.

A sostegno dell’Etiopia si è schierato l’esercito eritreo, interessato a sedare le mire espansionistiche tigrine, mentre Turchia e Emirati Arabi hanno fornito un supporto determinante soprattutto nella fase conclusiva del conflitto. Invece secondo alcune accuse mosse dal governo etiope, Egitto e Sudan avrebbero sostenuto i ribelli tigrini, soprattutto in chiave diplomatica e logistica. 

L’accordo di cessate il fuoco raggiunto nel novembre 2022, esattamente a due anni dallo scoppio della guerra, ha posto fine a una situazione di crisi particolarmente acuta per l’Etiopia, stremata sul piano militare e economico. La guerra è stata una delle più sanguinose della storia recente, il numero di vittime complessive è incerto, ma si stima che oscilli tra le trecentomila e le ottocentomila.

Il governo si è opposto fermamente alle richieste di indagini indipendenti sulle atrocità verificatosi durante il conflitto, e ha convenientemente puntato verso un processo di giustizia transizionale volto a enfatizzare la riconciliazione e a minimizzare le azioni penali. 

Sull’orlo di una nuova guerra civile?

L’accordo di pace, oltre a sancire di fatto la vittoria militare dell’esercito etiope su quello tigrino, ha lasciato molti interrogativi e punti irrisolti. Nel fronteggiare un esercito tigrino più preparato del previsto, l’Etiopia è dovuta ricorrere ricorrere, oltre al supporto militare eritreo, anche alla collaborazione di milizie etno-nazionaliste regionali, come la milizia Fano per gli Ahmara e Queerroo per gli Oromo.

L’esclusione di questi attori alla partecipazione dell’accordo di cessate il fuoco ha rappresentato una criticità sia per la tenuta dell’accordo stesso che per la stabilità del governo federale.

Miliziani Fano durante la guerra contro le forze tigrine | Solan Kolli – Wikimedia Commons

Il problema che ora deve fronteggiare Abiy Ahmed ha analogie con quanto sperimentato dal governo russo nei confronti del gruppo Wagner. Terminato il conflitto, in aprile il primo ministro ha deciso di integrare le milizie etniche nelle forze di difesa nazionale, ma quasi ovunque ci sono state resistenze. La crisi ha colpito maggiormente la regione Ahmara, dove scontri tra la milizia Fano e le truppe del governo centrale hanno indotto Addis Adeba a dichiarare lo stato d’emergenza nei primi di agosto.

Gli Ahmara rivendicano di aver sostenuto più di tutti i costi militari del conflitto e manifestano avversione per lo strapotere dell’etnia Oromo, oltre che pretendere il controllo sul Wolkait, zona contesa tra Ahmara e tigrini perché economicamente ricca e strategica, dato che garantisce la possibilità di accesso al doppio confine internazionale con Eritrea e Sudan.

La pressione rimane elevata anche con l’Eritrea: dopo l’accordo di pace i rapporti tra Addis Abeba e Asmara si sono decisamente raffreddati e le truppe eritree non si sono ancora ritirate del tutto dalle zone settentrionali dell’Etiopia.

L’Etiopia: i vicini “ingombranti” e i rapporti con l’Italia

L’Etiopia deve anche far fronte alla difficile conciliazione con Egitto e Sudan per quanto riguarda la costruzione della diga Gerd, acronimo di Grand Ethiopian Renaissance DamLa diga è la più grande mai realizzata in Africa e l’Egitto teme che possa drenare il flusso delle acque nel Nilo Blu e quindi determinare un impatto drammatico sulle proprie capacità di flusso.

Il Sudan ha storicamente appoggiato le posizioni egiziane, ma negli ultimi ha iniziato a beneficiare degli effetti di contenimento delle acque, soprattutto per quanto riguarda le frequenti inondazioni della stagione della pioggia.

La posizione del Sudan è quindi mutata nel tempo ed ha assunto una chiave più pragmatica, anche se ora è interessato a una crisi politica interna che non permette di determinare con precisione gli interessi di lungo termine del Paese. I colloqui tra i Paesi sono ripresi dopo che il presidente egiziano al-Sisi e il premier etiope Abiy Ahmed hanno dichiarato di voler raggiungere un’intesa entro quattro mesi, volta a definire come la diga verrà riempita e gestita.

I legami storici segnati dal passato coloniale hanno lasciato un segno tangibile nei rapporti tra l’Italia e la regione del Corno d’Africa. L’Italia ha storicamente avuto un rapporto privilegiato con le componenti tigrine sin da prima della destituzione di Mengitsu nel 1991, e da quando il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai è salito al potere la cooperazione tra i due Paesi ha raggiunto il proprio apice.

L’Italia ha fornito supporto tecnico e conoscenze soprattutto per quanto riguarda il settore idroelettrico. La costruzione della stessa diga Gerd è stata appaltata all’impresa italiana Webuild, segno del ruolo di primo piano del nostro Paese nel settore.

Tuttavia le ripetute crisi regionali dell’ultimo decennio hanno parzialmente frustrato le ambizioni italiane. L’emarginazione dal potere della classe dirigente tigrina ha complicato gli sforzi di Roma in Etiopia, ma rimane una forte volontà del nostro Paese di mantenere un ruolo di primo piano nella regione.

La visita ufficiale di Giorgia Meloni del 14 e 15 aprile scorsi si inserisce in questa direzione di riapertura, insieme alla stipulazione di accordi nell’ambito dell’Ethiopian Italian Cooperation Framework, concentrati soprattutto sull’erogazione dei fondi di sviluppo, oltre al rafforzamento delle infrastrutture idriche e al supporto della filiera del caffè.


L’Italia manifesta quindi la volontà di continuare a rappresentare un partner privilegiato per l’Etiopia, Paese che mantiene una forte frammentazione e conflittualità interna ma le cui potenzialità economiche e strategiche la inseriscono in un quadro di primo piano nella determinazione dei futuri equilibri politici nella regione.

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Andrea Colavecchio

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