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Spieghiamo a cosa serve la geopolitica

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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

La battaglia per le isole Senkaku, al centro dello scontro tra Cina e Giappone
Il piccolo arcipelago delle Senkaku è centro di un’annosa contesa a tre tra Tokyo, Pechino e Taipei. Il Dragone aumenta le pressioni nelle isole disputate

Le molteplici azioni di disturbo che la Marina e la Guardia Costiera dell’Epl (Esercito Popolare di Liberazione) della Repubblica Popolare Cinese conducono su base quotidiana nel Mar Cinese Meridionale ed Orientale, manifestano una crescente pressione di Pechino nei confronti degli altri Paesi rivieraschi.

Lo scopo annunciato delle azioni del Dragone è ricercare nelle onde il proprio destino manifesto, per ergersi a potenza talassocratica e sfidare gli Stati Uniti per il primato geopolitico globale. A fare i conti con l’ambiziosa assertività cinese, come più volte sottolineato su queste colonne, sono tutti i Paesi non allineati alla geopolitica onnivora cinese, come le Filippine nel Mar Cinese Meridionale e il Giappone in quello Orientale.

Proprio il Paese del Sol Levante nell’anno appena trascorso ha registrato un poco invidiabile record: il 31 dicembre 2023 quattro vascelli della Guardia Costiera Cinese sono stati avvistati al largo delle coste delle isole di Minami-Kojima e Taishojima, facenti parte dell’arcipelago delle Senkaku, portando a 352 il numero di giorni in cui le navi della Marina cinese sono state avvistate lungo la Zona Contigua1 delle isole.

Un primato assoluto in termini di avvistamenti, che ha superato l’anno 2022 dove gli stessi si erano “fermati” a 336. Ma quali sono le ragioni che si celano dietro all’interesse di Pechino nei confronti di questo piccolo arcipelago facente parte della prefettura di Okinawa?

La posizione delle Isole Senkaku nel Mare Cinese Orientale

Le isole Senkaku: un arcipelago conteso

Ubicate nel Mar Cinese Orientale e composte da otto minuscole isole e affiori, estese complessivamente per poco meno di sette chilometri quadrati, le isole Senkaku risultano oggi (quasi)completamente disabitate.

Posto ufficialmente sotto amministrazione giapponese, che lo ha incorporato alla prefettura di Okinawa, il piccolo arcipelago è oggetto di un’annosa contesa tra Tokyo e Pechino; quest’ultima lo considera essenziale per il proprio interesse nazionale e la toponomastica lo annovera con l’appellativo di Diaoyu,. Della disputa territoriale è parte anche la Repubblica di Cina-Taiwan che riconosce l’arcipelago sotto il nome autoctono di Tiaoyutai.

Il Dragone accampa diritti di dominio sulle isole contese, reclamando la sovranità sull’arcipelago disputato per motivi storici, poiché lo stesso fu scoperto da navigatori cinesi durante la dinastia Ming nell’anno 1372. Una posizione non inusuale per Pechino, che spesso sostanzia le sue pretese egemoniche tramite questa linea anche su altri affiori insulari nel Pacifico.

Caso similare per spiegare l’atteggiamento cinese in tal senso è la contesa sulle isole Spratly, dove le rivendicazioni a carattere storico sono state la linea giustificativa di Pechino per reclamare il possesso degli atolli a danno delle Filippine. Posizione sconfessata dal Tribunale Arbitrale Internazionale che, ai sensi dell’Allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare (Unclos), si è pronunciato in favore delle Filippine.

Nel dettaglio l’Arbitrato per il Mar Cinese Meridionale (caso numero 2013-19) ha dichiarato la totale infondatezza delle pretese cinesi sull’arcipelago delle Spratly, bollando come totalmente inefficaci a livello legale le rivendicazioni storiche della Cina sui diritti delle aree contestate.        

Tornando alla contesa sulle isole Senkaku, nel 1534 le isole venivano annoverate da Pechino come il confine esterno della Cina Ming, come parte integrante dell’arcipelago di Formosa anche se ad oggi non vi sono prove che dimostrino che le stesse fossero abitate da genti cinesi all’epoca.

Unità della guardia costiera giapponese nei pressi dell’arcipelago delle Sengaku

Nel 1894, un Giappone in pieno fermento modernizzatore, effetto diretto dell’esterofila rivoluzione Meiji, si lanciava alla conquista di nuovi territori in Asia, reclamando la sua parte di bottino dalla debole Cina dei Ching, già preda della voracità coloniale occidentale. 

Con la vittoria nipponica nella prima guerra sino-giapponese, nel 1895 il Trattato di Shimonoseki garantiva la cessione dell’isola di Formosa e di tutte le sue propaggini insulari a Tokyo.

Proprio dal suddetto Trattato, siglato nella prefettura di Yamaguchi all’interno dell’hotel Shunpanrō, traggono linfa vitale le rivendicazioni taiwanesi sull’arcipelago conteso, avendo l’accordo decretato le Senkaku come parte dell’isola di Formosa.

Tuttavia, la storia che collega il possesso delle Senkaku al Giappone si attesta a dieci anni prima della firma del Trattato di Shimonoseki. I giapponesi nel 1885, per il tramite di specifici rilevamenti, accertarono che le isole erano effettivamente disabitate, qualificandole come Terra Nullius2; ciò diede adito alla rivendicazione dell’arcipelago da parte di Tokyo, essendo quest’ultimo privo di abitanti e non reclamato. Le isole dell’arcipelago vennero incorporate nella prefettura di Okinawa nel 1895, pochi mesi prima della fine del conflitto sino-giapponese e della conseguente firma di Shimonoseki.

L’iter temporale che consentì l’annessione prima della fine della guerra dà tutt’oggi adito al Giappone per sostenere che l’incorporazione sia un atto completamente separato dal trattato di Shimonoseki. Ad avvalorare la posizione nipponica sarà, nel 1951, il trattato di San Francisco.

Un Paese piegato dai due ordigni atomici e dall’occupazione americana firmava il suddetto trattato di pace nella metropoli californiana, che lo avrebbe obbligato a rinunciare definitivamente alle pretese sull’Isola di Taiwan e su tutte le isole minori a quest’ultima collegate in favore della Cina.

L’occasione è propizia sia per Taipei che per Pechino per rivendicare la cessione delle Senkaku/Diaoyu. Tuttavia, Tokyo, in virtù dell’incorporazione delle isole alla prefettura di Okinawa avvenuta antecedentemente alla guerra sino giapponese, sanciva come le stesse fossero di fatto legittimamente giapponesi.

La questione non susciterà particolare interesse, comunque, per Pechino e Taipei per gli anni a venire, complici dossier più impellenti per le due cancellerie e l’occupazione della prefettura di Okinawa, incluse le Senkaku, da parte delle truppe statunitensi.

Fino all’inizio degli anni Settanta, periodo in cui la prefettura di Okinawa sarà restituita al Giappone, la dominazione statunitense sulle Senkaku non sarà mai messa in discussione da Pechino, complice la sproporzione di forze in campo. Parimenti Taipei, aggrappata all’ombrello americano per garantire la propria sopravvivenza, non si intesterà mai battaglie di rivendicazione per le isole contese, nella paura di ingenerare disappunto nell’egemone americano.

Una nave della guardia costiera giapponese di fronte all’isole di Utsuri, la più grande dell’arcipelago

Quanto conta l’arcipelago conteso

La restituzione della prefettura di Okinawa al Giappone da parte degli Stati Uniti negli anni Settanta coincise con il rinnovamento di interesse da parte dei tre attori partecipi del contenzioso insulare, complice anche una rilevazione dell’Onu del 1968, la quale ipotizzava la presenza di riserve di idrocarburi nelle acque prospicienti l’arcipelago.

Approfittando della smobilitazione americana dalla prefettura di Okinawa, nel 1971 la Repubblica Popolare Cinese reclamava nuovamente le isole. Il Giappone respinse prontamente le pretese cinesi sull’arcipelago.

Il valore di quest’ultimo travalica infatti la mera redditività derivante dall’estrazione di idrocarburi ma risiede principalmente nell’alto valore strategico sia marittimo che aerospaziale che le isole conferiscono a chi le possiede.


Per parte cinese l’appropriazione delle Senkaku permetterebbe a Pechino di spezzare l’anello contenitivo statunitense, costruito sulla strategia della Prima Catena di Isole. Architrave difensivo disegnato da Washington al fine di contenere all’interno dei propri mari rivieraschi la Cina, di cui Taiwan e le Senkaku sono anelli fondamentali. Un’eventuale appropriazione dell’arcipelago faciliterebbe sensibilmente la proiezione talassocratica cinese verso gli oceani.

Ancora, una militarizzazione delle isole sarebbe poi funzionale a creare una barriera difensiva per garantire a Pechino ulteriore profondità strategica, allontanando la minaccia della US Navy dalle coste cinesi affacciate sul Mar Cinese Orientale. La costruzione di atolli artificiali da parte di Pechino nel mastodontico progetto della “Grande Muraglia di Sabbia” nel Mar Cinese Meridionale può fornire una panoramica di come Pechino militarizzerebbe gli atolli delle Senkaku.

Infine, il controllo sull’arcipelago garantirebbe la messa in sicurezza delle rotte marittime di approvvigionamento che convogliano merci da e per la Repubblica Popolare, fondamentali per sostentare la macchina economica del Dragone, sempre più minacciata dallo spettro della crisi.

Per parte giapponese invece le Senkaku fungono da cerniera che consente di contenere Pechino all’interno dell’architrave difensivo a trazione statunitense, privando la Cina di profondità strategica.    
Attualmente le isole risultano inabitate e quasi prive di strutture di qualsiasi genere.

Un atollo delle Isole Spratly durante le operazioni di island building (aumento della superficie tramite accumulo di materiale) da parte delle navi-draga cinesi.

Ma in caso di aggravamento della situazione il Giappone potrebbe facilmente militarizzare gli atolli installandovi avamposti militari comprensivi di batterie missilistiche e piste di atterraggio al fine di estendere il proprio raggio difensivo e scoraggiare Pechino da eventuali azioni ostili.

Parimenti importante è il mantenimento della libertà di navigazione nel Mar Cinese Orientale e Meridionale. Il Controllo delle isole Senkaku da parte della Cina conferirebbe a quest’ultima la possibilità di controllare le rotte marittime che dallo stretto di Malacca arrivano in Giappone, minacciando il flusso di merci da e per il Sol Levante, ponendo sotto scacco Tokyo.

In particolare, gli Idrocarburi provenienti dal Golfo Persico, fondamentali per un paese privo di risorse energetiche che vengono annoverati come voce principale di Import, pesando per circa il 20% sul totale delle importazioni nipponiche.

In ultimo i diritti di sfruttamento della Zee (Zona Economica Esclusiva) che contorna le Senkaku. Diritti di pesca e di sfruttamento degli idrocarburi sono un piatto ricco che i tre contendenti sono pronti a intestarsi. Il 5% dei prodotti ittici mondiali provengono dal Mar Cinese Orientale e questo lascia trasparire l’importanza delle isole in questione sia per un paese come la Cina che, con il suo miliardo e mezzo di abitanti è alla continua ricerca di fonti di approvvigionamento, che per il Giappone che è costretto a importare quasi tutto dall’estero, compresi i generi alimentari.

Le riserve stimate di idrocarburi si attestano sui duecento milioni di barili di greggio e sessanta miliardi di piedi cubi di gas, un piatto estremamente ricco per quelli che sono rispettivamente il primo e il quarto importatore di idrocarburi a livello mondiale.

L’escalation della contesa per le Isole Senkaku

Il mantenimento dello status quo risulta la soluzione migliore per evitare l’inasprirsi della contesa. Tuttavia, la postura sempre più aggressiva di Pechino ha portato il Giappone a ripensare il ruolo delle Senkaku. Fino al 2012 le isole erano possedute da privati cittadini giapponesi, ma nel settembre di quell’anno il governo di Tokyo ha deciso di acquistarle direttamente.

La spinta alla progressiva rimilitarizzazione del Premier Shinzo Abe poneva anche le Senkaku come obiettivo strategico e la Cina ha visto come fumo negli occhi l’intervento diretto del governo nell’acquisto delle isole. Come azione di disturbo le imbarcazioni della guardia costiera cinese e della marina dell’Epl hanno iniziato a circumnavigare la zona contigua attorno alle isole in maniera sempre più frequente.

Non solo, Pechino ha proclamato unilateralmente una Adiz (Air Defense Identification Zone) che lambisce le acque antistanti le Senkaku, in diretto contrasto con l’Adiz nipponica. Proprio la dichiarazione cinese portava il Giappone nel 2016 a costruire una stazione radar su una delle Senkaku per rivelare più efficacemente gli aerei cinesi che sorvolavano lo spazio aereo conteso.

Oggi le azioni del Dragone si fanno sempre più spregiudicate nel Mar Cinese Meridionale e Orientale: le continue schermaglie con la Guardia Costiera Filippina, le frequenti incursioni aeree oltre la linea mediana dello Stretto di Taiwan e le pressanti circumnavigazioni delle Senkaku sono eventi ormai conclamati in quel ribollente quadrante.      

Xi Jinping ha recentemente dichiarato la necessità per Pechino di aumentare gli sforzi per salvaguardare la sovranità cinese sulle isole Diaoyu dichiarando che “possiamo muoverci sono in avanti, non all’indietro. Non cederemo nemmeno un millimetro del nostro territorio”.

Declinando in concreto le parole del leader sinico, la Guardia Costiera Cinese sta pianificando un’azione continuativa di disturbo lungo le coste dell’arcipelago conteso, ipotizzando una presenza giornaliera dei propri vascelli per il 2024, andando a interessare anche le acque tra le isole di Yonaguni e Iriomote, le più meridionali della prefettura di Okinawa.


Le crescenti pressioni cinesi lasciano presagire una sicura escalation in un quadrante già ad alta volatilità. La costante presenza di vascelli cinesi lungo le acque contese con gli altri paesi rivieraschi non fa che accrescere esponenzialmente il rischio di episodi di frizione che potrebbero esacerbarsi e trasmutarsi in scontro aperto, in un’area dove molti paesi come il Giappone vantano un trattato di Mutua Difesa con Washington.

Foto in evidenza: By Al Jazeera English – https://www.flickr.com/photos/aljazeeraenglish/8049721755/in/set-72157631653957819, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29515072; Foto nell’articolo: CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43827; By Al Jazeera English – https://www.flickr.com/photos/aljazeeraenglish/8049728158/in/set-72157631653957819, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29515074; By Al Jazeera English – https://www.flickr.com/photos/aljazeeraenglish/8049728422/in/set-72157631653957819, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29515145;


  1. Spazio di mare che si estende per dodici miglia oltre le acque territoriali di un Paese. ↩︎
  2. Locuzione usata per descrivere un territorio mai assoggettato alla sovranità di alcuno Stato ↩︎

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, specializzato nell’area Indopacifica. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce(2017), collaboro con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica, occupandomi soprattutto dei Paesi dell’area asiatica. Sono appassionato di geografia, storia contemporanea e di Estremo Oriente.

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