La geopolitica è lo studio della distribuzione di potere nello spazio come risultato e causa delle interazioni tra esseri umani organizzati in collettività politiche e mossi da fattori materiali e immateriali. Da quando il termine geopolitica è stato coniato dal politologo svedese Kjellén nel 1899, questa materia si è concentrata in primis sullo studio degli Stati, principale forma di organizzazione del potere politico nell’allora area geografica più importante del pianeta, l’Europa, e poi man mano affermatasi a livello globale nel XX secolo.
Quando si osserva il contienitene africano, la dimensione geopolitica è sfuggente e di difficile comprensione, soprattutto dalla prospettiva occidentale. In effetti, nel continente africano le dinamiche geopolitiche, ovvero le interazioni tra soggetti politici che sono il riflesso delle comunità che li compongono, non sono inquadrabili nella dimensione statocentrica propria del mondo occidentale, o almeno non del tutto.
Non è un caso che, quando si pensa all’Africa, vengono alla mente immagini come la povertà endemica, i conflitti civili ed etnici, l’incapacità di sfruttare le risorse naturali, la carenza di strade, acquedotti, scuole e ospedali, i regimi personalistici lontani dalle comunità locali o espressione di un singolo gruppo etnico, le organizzazioni criminali o terroristiche che controllano intere regioni e combattono contro il governo centrale, i gruppi etnici e linguistici che vivono a cavallo dei confini nazionali. In altre parole, lo Stato sembra essere un elemento assente in Africa.
Dopo un’attenta osservazione della storia africana, si nota inevitabilmente che, dei cinque principali conflitti africani nella seconda metà del ‘900, ovvero Guerra civile somala, Guerra civile nigeriana, Guerra civile ruandese, Insurrezione del Lord’s Resistance Army in Uganda, e Guerra tra Etiopia ed Eritrea, solo l’ultimo è stato un confronto diretto tra Stati. Tradotto, in Africa la maggior parte delle guerre avviene dentro gli Stati e non tra gli Stati. Una dissonanza netta rispetto all’Europa, teatro di innumerevoli conflitti tra Stati.
La domanda sorge spontanea, perché questa differenza? Le motivazioni di questo iato sono da ricercare nell’evoluzione dello stato come concetto teorico e come soggetto storico. L’attributo fondamentale di uno Stato è la sovranità. Un’entità politica territoriale non sovrana, come una colonia, non è uno Stato. Sovranità significa potere supremo, la più alta espressione del potere decisionale incarnata dallo Stato e che lo rende indipendente ed eguale rispetto agli altri Stati.
La sovranità ha tre principali caratteristiche, è legale, assoluta, e unitaria. Legale perché lo Stato è de jure indipendente ed eguale agli altri Stati. Assoluta perché un soggetto politico o la possiede o non la possiede, non esiste via di mezzo. Unitaria perché lo Stato incarna l’autorità suprema all’interno della sua giurisdizione, questa dimensione fa dello Stato stesso una singola unità nelle sue interazioni esterne con gli altri Stati.
Storicamente, lo Stato sovrano è il risultato di un preciso processo empirico – e solo in secondo luogo giuridico – proprio del continente europeo. Gli Stati sono emersi nel Sedicesimo secolo in Europa, all’epoca un ambiente competitivo e conflittuale, a danno di altre entità politiche territoriali. Queste ultime non capaci di espletare quattro funzioni fondamentali, ovvero arginare l’opposizione interna, combattere i nemici esterni, proteggere alleati e clienti, e tassare la popolazione. In altre parole, incapaci di sopravvivere.
Solamente con la Pace di Westfalia del 1648, gli Stati europei hanno assunto natura legale e si sono legittimati, riconoscendosi eguali tra loro, intestandosi la sovranità assoluta sui propri territori e garantendosi l’un l’altro la non-ingerenza. Questa cesura ha segnato il passaggio dallo Stato come entità empirica allo Stato come persona giuridica, ma, in ogni caso, immersa in una dimensione competitiva e conflittuale seppur regolata dal diritto.
Se questa dinamica valesse al giorno d’oggi, sicuramente molti stati africani e non solo non esisterebbero. Infatti, il fenomeno che ha definitivamente cambiato la natura della sovranità è la decolonizzazione, il graduale abbandono delle colonie e dei protettorati extra-europei da parte delle potenze coloniali del Vecchio continente. Le entità colonizzate cessarono di essere soggetti territoriali non-sovrani e vennero riconosciuti come Stati sovrani.
Questa traiettoria ebbe una direzione opposta rispetto alla dinamica di formazione degli Stati europei. Infatti, se in Europa gli Stati erano emersi attraverso un processo di competizione e sopraffazione, intestandosi la cosiddetta sovranità positiva; nel mondo extra-europeo alle ex-colonie fu garantito e riconosciuto passivamente lo status di Stati sovrani, in un regime di sovranità negativa.
Per comprendere i due regimi di sovranità si può ragionare nei termini di un gioco. Ogni gioco ha delle regole che definiscono i giocatori, le azioni proibite, le mosse consentite, il campo da gioco, gli obiettivi. Nel regime di sovranità positiva gli attori sono preesistenti al gioco e alle regole, quindi partono da differenti livelli di vantaggio o svantaggio, le regole servono a regolare le interazioni tra i giocatori, limitano e regolano lo scontro, ma non garantiscono la partecipazione al gioco e lo status di giocatore, in altre parole, si può essere eliminati, di conseguenza i giocatori puntano a sopravvivere e ad aumentare il loro vantaggio sugli altri, infine, come in ogni altro gioco, c’è chi bara o almeno ci prova.
Dopo la Seconda guerra mondiale, con la decolonizzazione, le regole del gioco sono cambiate. È stato introdotto un elemento di novità, questa volta non di carattere empirico ma di natura morale: il diritto all’autodeterminazione delle ex-colonie, l’elemento fondamentale del nuovo regime di sovranità negativa. Questo diritto ha garantito artificialmente alle ex-colonie la qualifica di Stati sovrani e l’inviolabilità dei loro confini.
Con le nuove regole, i giocatori non avevano più bisogno di affermarsi attivamente e competere per rimanere in gioco. Ne sono risultati Stati deboli e inefficienti, perciò incapaci di garantire alle proprie popolazioni condizioni di vita adeguate, controllare il loro territorio e assicurarsi il monopolio della forza legittima. Inoltre, il diritto di rivendicare l’indipendenza è stato precluso a gruppi etno-nazionali e linguistici non considerati popoli coloniali, generando guerre civili e conflitti secessionisti interni a quegli Stati che, paradossalmente, ricalcano i confini tracciati dalle potenze coloniali.
Questo fenomeno ha caratterizzato tutto il mondo extra-europeo con gradazioni diverse. L’Africa contemporanea è la massima espressione degli effetti della sovranità negativa frutto della decolonizzazione. Un continente che, per essere compreso, deve essere osservato alla luce delle limitate capacità degli Stati e del ruolo centrale degli attori non-statali.
Fonti:
Jackson, R. H. (1993). Quasi-states: sovereignty, international relations, and the Third World
Tilly, C. (1985). War Making and State Making as Organized Crime

