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Al crocevia tra grecità e romanità, la Cristianità

Il monismo Greco o la nascita della Filosofia

La filosofia nasce certamente nell’alveo della cultura greca. E’ un nuovo modo di pensare l’uomo, il suo posto nel mondo, l’universo in cui abita, il Dio che lo ha messo al mondo.

La metafisica ha per padre Parmenide (515 a.C-?), l’essere è e non può non essere, la molteplicità e il divenire? Illusione!

È insieme fondato sul Principio di non contraddizione un supremo positivo l’essere che non ammette differenzialitá alcuna. E come la mettiamo col dato dell’esperienza che attesta invece il non essere degli enti che divengono in un flusso che ammette al suo interno il prima e il poi, un non essere più e un non essere ancora?

Per Parmenide il divenire è un’ombra illusoria. C’è solo l’Essere e che fine fanno gli enti finiti, corruttibili, divenienti? Parmenide concede qualcosa all’esperienza, c’è un sentiero della luce l’essere e uno dell’ombra il divenire dell’esperienza.

Comunque la realtà empirica rimane qualcosa che non è pienamente reale. C’é un livello di leggere la Realtà che è quello corretto per l’Eleate ed è quello dell’Essere. Il divenire è l’esperienza restano apparenza. Quello dell’Eleate é un immanentismo come quello del suo moderno epigono Severino, non si ammette un piano di realtà ulteriore all’unità dell’Essere.

È un monismo, quello parmenideo, un monismo che si attaglia perfettamente alla mentalità Greca. 

Cosí come é un Monismo l’Apeiron di Anassimandro (610-436 a.C), compattezza originaria indistinta da cui ogni coa viene e cui ogni cosa deve ritornar e allo stesso modo quello Eracliteo c’é un’unità sottostante al divenire e quello é l’originario. In questo Eraclito (535-475 a.C) preannuncia in qualche modo il monismo dinamico hegeliano.

Platonismo o dell’Impersonale all’origine

Allo stesso modo, sempre nella grecità, abbiamo il Platonismo che da un lato sembra cedere al dualismo tra mondo delle Idee e la mutevole molteplicità dell’esperienza. Dall’altro se letto correttamente come nella lettura che ne diede un suo illustre studioso, Giovanni Reale, é teso tra l’unità originaria, il Bene per Platone, e la Diade per cui si struttura la molteplicità.

Le idee sono per Platone (428-348 a.C ca) impersonali e il Bene che è alla sommità delle Idee è al di là dell’Essere è anche al di là del Pensiero e quindi della coscienza. L’individualità deve morire nell’universale per il Platonismo.

Chi radicalizzerà questo punto di vista sarà Plotino (203-270 d.C) che sostituirà al Bene la Somma unità al di là del Pensiero e dell’essere, principio ineffabile ed indicibile. Tutto ciò che è al di sotto del Bene risente della divisione soggetto-oggetto.

Il principio del Bene è quindi Impersonale, la Weil (1909-1943) lo nota in “la persona e il Sacro”: ciascuno di noi si domanda perché gli venga fatto del bene e del male e quella parte che in noi che invoca questa richiesta è oltre la coscienza soggettiva.

L’ultima figura della Grecità che analizzeremo è quella che ci permette il salto alla Romanità: è Aristotele (384-322 a.C). Quest’ultimo si situa senza saperlo al crocevia tra le due tradizioni. Il fulcro del suo pensiero è certamente il concetto di sostanza come essere sussistente, un essere che può avere natura vegetativa come le piante, natura sensitiva come gli animali o natura razionale come gli uomini.

Aristotele come via media tra Grecità e Romanità

La sostanza prima è il Primo Motore immobile, forma pura priva di potenzialità, Atto Puro. Il problema del divenire è risolto da Aristotele con la famosa coppia potenza-atto, tutto è in un certo qual modo potenziale rispetto all’atto puro e per quanto concerne le realtà terrene è anche corruttibile.

Sulla base della metafisica della sostanza è la Politica di Aristotele per cui da una parte lo Stato è più importante delle parti che lo compongono. Le persone libere hanno però diritto di partecipare alla vita pubblica (e non solo i sapienti come in parte ci fa credere Platone) perché per usare una metafora di Aristotele nel caso della costruzione della casa chi è chiamato a giudicare non è l’architetto ma chi la abita.

Per Aristotele la migliore forma di governo è la politia, una via intermedia tra democrazia, oligarchia e monarchia, in cui sono gli aventi diritto di voto a delegare dei rappresentanti, dopo un confronto pubblico, magari anche molto acceso come quello della democrazia ateniese. Non molto lontano dal nostro concetto di democrazia, nonostante poi sarà proprio Aristotele ad istruire la figura del monarca illuminato Alessandro Magno (una figura comunque non trascurata dalla sua filosofia politica).

Le idee metafische e politiche di Aristotele ci consentono di passare dal principio Greco a quello romano. Roma, un posto in cui Antigone talora aveva più strumenti per far valere la propria opinione su Creonte, patriarca del moderno statalismo hegeliano.

Romanità ovvero la Legge positiva

La romanità ha luogo da un fratricidio, la famosa storia di Romolo e Remo che porta alla fondazione della città Eterna, tradizionalmente situata il 753 a.C.. Sempre tradizionalmente, a seguito delle prepotenze del re Tarquinio, un regno sotto cui Roma ottiene  comunque prestigio in Italia e anche oltre, viene deposto il Re e fondata la Repubblica.

Proprio lo strumento della giurisprudenza plasmerà la stessa filosofia romana e infatti spesso gli uomini di cultura venivano proprio dalle file dei cultori della materia, un esempio su tutti, Marco Tullio Cicerone (106-43 A.C).

Questo elemento della società romana è stato ben colto nella filosofia moderna da Giambattista Vico. Quest’ultimo nella sua Scienza Nuova, evidenzia come a Roma più che in altre luoghi dell’antichità vi sia stato un processo dall’età degli Dei (divinizzazione di alcune categorie sociali e di riti collettivi), a quella degli eroi, a quella degli uomini (la razionalizzazione del mondo) ma senza mai dimenticare alcuno di questi processi e finire nella “boria dei dotti“, la barbarie dell’intelligenza che tutto vuol sottomettere alla sua regola.

Cosa invece avvenuta, per esempio nell’Atene Periclea, tanto orgogliosa del proprio fiorire culturale, filosofico e mercantile quanto incapace di pensare oltre il proprio modo di vedere il mondo, a proposito è bello leggere le Satire di Aristofane su questi temi.

Repubblica Romana

La Repubblica Romana portò alla compenetrazione tra i poteri, poi spazzata via dal cesarismo come per esempio nota Virgilio nella sua Eneide (come le critiche alle redistribuzioni più o meno indiscriminate dello stesso Ottaviano), e da un populismo volto all’innovazione autoritaria imposta dai tempi e spesso corredata di una presunta carica emancipatrice nei confronti dei ceti più deboli ma connotata da un ampio sostegno delle forze mercantili dell’Urbe.

Se guardiamo allo spirito filosofico romano possiamo notare fin dall’epoca degli Scipioni un certo eclettismo filosofico che avrà luogo tanto nella letteratura, da Livio Andronico che portò i classici greci nel gusto romano (280-200 a.C) a Plauto (250-184 a.C.) e a Terenzio (190-159 a.C), quanto nella filosofia. Basti pensare alla sintesi di elementi platonici, aristotelici e stoici nel pensiero di Cicerone o all’influsso Epicureo compenetrato dalla romanità in Lucrezio (98-55 a.C).

La Storia di Roma certamente insegna come sia possibile integrare all’interno del proprio apparato giuridico e amministrativo culture e popoli molto diversi tra loro. Mostra come il diritto possa essere un importante collante sociale se compenetrato da un ethos comune. Ethos, apparato valoriale interclassista del mos maiorum (condanna del libertinaggio, della decadenza morale, giustizia e pace per i più deboli, senso del dovere, matrimonio e famiglia), che comincia a sgretolarsi col golpe fallito di Catilina, prosegue con l’involuzione autoritaria imposta da Cesare (100-44 a.C).

Con questa viene liquidata la centralità del mos maiorum, sostituito dalla fluidità valoriale del ceto mercantile che a quest’ultimo e continua, seppur con qualche moderazione di tenero repubblicano col primo imperatore Ottaviano(63 a.C-14 d.C.).

Dal disfacimento della civiltà greco-romana, il Principio Cristiano

Come notó Agostino (354-430 d.C) nel Tardo Impero Roma aveva raggiunto una profonda consapevolezza del valore della libertà personale, dell’azione del singolo e del suo contributo, meno assorbito dal meccanismo sociale di quanto non fosse in Grecia. Il cristianesimo, una volta affermatosi dopo Costantino, non perde la sua vena critica nei confronti del potere.

Basti pensare all’intemerata del Santo Ambrogio contro Teodosio (24 dicembre del 390 d.C), che da imperatore cristiano, fece massacrare la folla a Tessalonica, che ricorda da vicino quelle Alcuino (735-804 d.C) contro Carlo Magno(742-814 d.C), reo di aver tentato la via della conversione forzata dei Sassoni o quella di Gregorio VIII a Enrico IV.

La Chiesa ha sempre tenuto alta la testa contro quella “Cristianità stabilita” per usare un termine di Kierkegaard cercava di strumentalizzare il messaggio di Cristo. In questo senso per Hegel lo Stato era l’immanentizzazione politica dell’Assoluto e per Marx era strumento necessario per l’avvio di una nuova età non più segnata dal male sociale e morale.

Kierkegaard l’individuo responsabile delle sue azioni, anche se lo Stato tende a ridurlo a numero. È nell’interiorità il tragico moderno, che però rischia di perdere il contatto con Ció che gli è più intimo di sè stesso.

Proprio il singolo ha una portata essenziale per il Cristianesimo e per le metafisiche di trascendenza che ad essa si rifanno, è il bersaglio invece degli organicismi affermatisi in seno alla modernità. 

Una radice immanentistica era già nell’unità dell’intelletto tanto agente quanto potenziale per tutta la specie come in Averroé, al singolo uomo rimaneva solo la sensazione.

La via di trascendenza e singolorità come alternativa all’immanentismo di ritorno

Le suggestioni panspichiste non hanno smesso di suggestionare l’Europa. Dall’averroismo latino si è arrivato al monismo di Spinoza(1632-1667), per cui ogni ente è modo degli attributi di pensiero ed estensione, che infiniti, caratterizzano l’assoluto. Tali suggestioni, se esplicitamente rifiutate da Kant nel rifiuto stesso di una metafisica come scienza, sono state raccolte da Hegel(1770-1831), per cui il finito deve morire nell’infinito e di per sè non ha alcuna realtà. 

Sembra perduta tutta quell’attenzione che il pensiero cristiano all’individualità, al pensiero e alla volontà e su questo punto la reazione moderna sarà quella di Kierkegaard(1813-1855) che rivendicherà la centrale importanza del singolo come inafferrabile tensione mai afferrabile in una sintesi che lo superi, laddove invece in Hegel ogni opposizione bene-male, vero-falso carne-spirito è risolto nella mediazione sempre operante e già da sempre operata dallo Spirito Assoluto.

Per il cristianesimo coerente il dolore deve rimanere non conciliato ma è proprio nel non senso che può aprirsi una fessura per un Senso più grande che elevi l’uomo al dialogo con Dio.

In questo senso per Tommaso(1225-1274) è il singolo uomo con l’intelletto(cfr. Trattato dell’unità dell’intelletto contra averroistas) che conosce i vari enti dando a ciascuno la ragione di Vero, ed essi sono intenzionalmente nell’intelletto al modo della presenza. Chiaramente la verità delle cose è una nell’intelletto divino che conosce tutto con un unico atto di intellezione mentre viene condizionata dalla mutevolezza delle cose nell’intelletto umano che ha diverse cognizioni rispetto alla molteplicità delle cose conoscibili e diversi modi di conoscere.

Dato il limite della corporeità può limitarsi ad astrarre la forma dalla materia e quindi arrivare ad una illuminazione il più possibile accurata della conoscenza sensibile. Solo una volta liberato dal limite della corporeità corruttibile, l’uomo potrà guardare faccia a faccia l’Essere che l’ha creato ed intuirne l’essenza che in Lui coincide con l’esistenza. 

Tommaso ovvero la Via dell’Amore

In Tommaso è l’atto d’amore dell’uomo verso Dio, cui apre la strada il dono della virtù della Carità, ad aprire la strada in questa vita alla conoscenza della fede alimentata dalla Speranza e nell’altra alla visione di Dio. 

Tutto ciò che è inferiore all’uomo viene nobilitato dalla di lui conoscenza va amata più che conosciuta. C’è una perfetta circolarità tra amore e conoscenza, l’uomo desidera conoscere, conosce e poi ritorna con amore su ciò che ha conosciuto.

La beatitudine si persegue con un atto intuitivo dell’anima, Dio è qualcosa di esterno che si presta a questa intimità conoscitiva, al modo della presenza, in una piena adeguazione e compenetrazione di soggetto e oggetto, il conosciuto riceve la ragione della sua verità dal soggetto conoscente come emerge nella Quaestio 1 De Veritate. Il conoscere dell’anima razionale che è “in qualche modo tutte le cose, è in un orizzonte trascendentale, la scena intenzionale su cui il soggetto-ontico empirico e l’oggetto si stagliano.

La coscienza dell’uomo poi è pienamente libera anche di fronte al Bene Sommo, qualora essa dicesse che Dio non è il Bene supremo, se la volontà non le desse corda farebbe e sembra un paradosso della libertà, il male. L’intelletto dell’uomo è quindi pienamente libero anche di fronte al Sommo Bene e alla Somma Verità, l’uomo di natura razionale è libero di dire di sí o di no di fronte a Dio o alle false idee di Dio che si è fatto come è evidente nella quaestio della prima secundae 19 art 5 della summa Theologiae.

Che un Dio vi sia anche l’immanentismo lo afferma, ma che Dio sia trascendente e per di più si sia fatto uomo solo la fede cristiana lo può attestare ed una fede passata al vaglio della coscienza. La volontà dell’uomo come è allettata ma non necessitata dai beni sensibili. Essa può essere sedotta ma non costretta dal demonio che cerca di far leva sulle potenze occulte dell’immaginario, così non è necessitata da Dio che non vede come emerge nelle prime questioni del De Malo.

Cristianesimo ovvero della Libertà al suo compimento

Questa la grande libertà che sancisce il Cristianesimo, al crocevia tra il monismo del pensiero greco (eccetto Aristotele) e l’idea di libertà della Romanità, c’è il Cristianesimo per cui il singolo ha un valore il finito e in cui ognuno è chiamato per nome, pensato e amato da un Dio infinitamente buono e sommamente vero. Libertà e Verità si incrociano fino a fondersi in un abbraccio.

Una libertà che è garantita dal rapporto di partecipazione ontologica che lega L’Essere agli enti e che permette una sintesi non contradditoria tra l’esperienza che attesta il divenire e la logica che attesta la permanenza dell’essere. Dio, una sostanza in Tre Persone, crea in unico atto in cui potenza sostanziale, intelligenza progettante e volontà operante (Padre, Figlio,generato dell’amore) e Spirito Santo, Trinità in cui nessuna delle tre Persone è senza l’altra.) sono fuse insieme.

Di segno opposto la modernità, in cui l’empirismo ha sancito l’esplosione del soggetto umano in un flusso di percezioni, senza ben capire (e qui basta seguire il PNCD nella sua versione più semplice, nello stesso tempo e sotto il medesimo rispetto) a cosa queste percezioni ineriscano. Così anche il dato cartesiano del solipsismo introdotto da Cartesio (1596-1650) e che ha poi interessato lo stesso Hume (1711-1776) sembra non rendere giustizia ai principi della logica come alla natura umana.

Nella modernità sembra aver trionfato l’immanentismo con Nietzche (1844-1900), grande interprete di Spinoza. Secondo cui se Dio non esiste in senso trascendente, tutto deve essere divino. A queste considerazioni, radicalizzando l’hegelismo arrivò anche Gentile (1875-1944) per cui in un Atto unico è posto l’in sé molteplice (però un in sé rimane ed è la stessa attività posizionale) inconsciamente, in maniera a-razionale e a-contradditoria.

Recuperare la Trascendenza

Correttamente Heidegger (1899-1976) nel suo “Nietzche” ha intravisto nella parabola della modernità il dispiegarsi di una volontà di potenza, al suo punto più alto in Nietzche. Però forse la soluzione per salvare l’Essere dalle tenaglie dell’umano razionalista non è rinnegare heideggerianamente la Metafisica.

Invece è intendere una distinzione di piani sul piano ontologico come quella sancita dalla metafisica aristotelico-tomista nella differenza tra un Essere Sommo concepito come Atto Puro (aristotelicamente) e gli enti affetti da potenzialità come gli angeli (da distinzioni essenza-esistenza, sostanza accidenti) o da distinzioni di materia e forma (e diverse altre cfr ST quaestio 3) come gli altri enti creati. E tutto questo all’interno dell’Essere, che polivoco e analogico, non ammette al suo interno differenzialità alcuna (tomisticamente differentiae entis sunt ens).

Col principio di creazione Dio è responsabile tanto dell’essenza quanto dell’esistenza di ogni ente, è loro inizio e fine.

E ogni singolarità, specie se umana (gli angeli hanno tomisticamente ognuno una specie a sè) è preservata nel suo valore infinito, capacità di stare nella sua individualità di autocoscienza, come di aprirsi allo spazio infinito dell’Essere.

Giacomo Bonetti

Sono Giacomo Bonetti classe 2000 vengo da Fermo, splendida cittadina immersa tra le colline marchigiane. Studio Filosofia all'Università Cattolica di Milano.
Mi interesso di filosofia politica, morale, metafisica, letteratura e cinema. Tutto ciò che é umano mi appassiona.

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