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Appunti per capire l’immigrazione

Il fenomeno migratorio è complesso, stratificato, regolato da meccanismi nazionali e internazionali: una guida

Refugees on a boat crossing the Mediterranean sea, heading from Turkish coast to the northeastern Greek island of Lesbos, 29 January 2016.

Sembrava che non dovesse spettare più al tema migratorio l’ingrato compito di infiammare la cronaca quotidiana e gli animi Italiani ed Europei; sembrava che con l’eclissi politica di Salvini sarebbero tramontate tutte le problematiche connesse agli sbarchi. E invece no, il problema c’è, e la soluzione chissà.

Le distorsioni informative sono prassi diffusa e generano senza riguardi banalizzazioni e strumentalizzazioni di un fenomeno estremamente complesso, impossibile da canalizzare in slogan elettorali. Come normale, ciascuna corrente politica propone la propria narrativa, sui social infiammano polemiche e sentimenti poco razionali.

Immigrazione e consapevolezza

C’è bisogno di consapevolezza, e per questo occorre innanzitutto ricordare che gli Stati-nazione, per il fatto stesso di esistere, devono dotarsi di confini, e che tali confini implicano contestualmente un movimento di inclusione e di esclusione: chi sta dentro e chi sta fuori. È dunque perfettamente normale che lo straniero susciti sentimenti di distanza sociale, come la sociologia ha spesso indicato; lo stesso Bauman ha affermato che ogni società produce i suoi stranieri. L’immigrazione è qualcosa che perturba, dunque, l’ordine nazionale, e l’immigrato costituisce indiscutibilmente un valore, per così dire, “disturbante” in relazione al regime costitutivo degli Stati-nazione.

Al fine di evitare fraintendimenti è necessario ricordare che esiste una contrapposizione tradizionale all’interno della politologia: la distinzione tra gli “amici” (gli insider, gli uguali) e i “nemici” (gli outsider, i diversi). La società si aspetta da parte degli insider una lealtà implicita, che gli garantisca loro i diritti che gli spettano in quanto tali; sull’outsider emerge invece la necessità di esercitare un controllo, il che non fa corrispondere un automatismo nella concessione degli stessi diritti e benefici di cui usufruiscono i cittadini.

In termini strettamente giuridici, a seconda di come la posizione dell’immigrato si relaziona con la legge del luogo che lo ospita, costui può essere considerato: un rifugiato politico, un immigrato economico regolare, o un immigrato irregolare.

Le politiche migratorie sono lo strumento attraverso il quale uno Stato stabilisce i criteri per cui i non-cittadini possono entrare e soggiornare in quel Paese. Tendenzialmente ogni Stato stabilisce le proprie politiche migratorie, in virtù della sua sovranità territoriale, sebbene possa decidere di impegnarsi in programmi che coinvolgano più attori all’interno dello scenario internazionale. In Italia, ad esempio, i cittadini dell’Unione Europea non necessitano del permesso di soggiorno se si stabiliscono in un altro Paese dell’Ue.

L’immigrazione in Italia

La legge italiana, in termini di regolamentazione dei flussi migratori, non è molto dissimile da quella degli altri Stati europei: essa prevede che il Governo fissi ogni anno delle quote di ingresso in virtù delle quali è possibile addirittura richiamare persone dall’estero, offrendo posti di lavoro. Non bisogna dimenticare che ci sono stati anni in cui in Italia le quote erano più alte di quelle del Canada, Paese che tradizionalmente investe nell’immigrazione (filtrata all’ingresso però!).

Dopo la crisi economica del 2008, con tutti i problemi di collocamento ad essa connessi, è facile intuire come le quote di ingresso in Italia siano state quasi azzerate, sebbene i governi del momento abbiano deciso di approfittare della situazione per regolarizzare in massa chi si era già stanziato sul territorio in modo irregolare negli anni precedenti; una distorsione del meccanismo che non ha arrestato realmente i flussi e le cui conseguenze funzionali non hanno tardato a farsi sentire.

Per analizzare il fattore “negativo” dell’immigrazione (non in termini di giudizio), corrispondente a quando e perché un migrante va considerato irregolare, è necessario comprenderlo in relazione al fattore “positivo”, corrispondente a quando e perché un immigrato va considerato regolare.

Questa faccia dell’immigrazione può essere ripartita in: immigrazione economica e immigrazione non economica (quest’ultima rappresentata dall’immigrazione di tipo politico e dal “vortice” dei ricongiungimenti familiari). La distinzione tra immigrazione economica e non economica è fondamentale perché la prima rappresenta lo scarto con cui uno Stato può regolare e gestire il numero dei suoi ingressi. Richiedere asilo per ragioni economiche, infatti, non è considerato uno dei diritti fondamentali della persona che le democrazie occidentali si pongono di garantire in chiave universalistica; al contrario lo è, però, il ricongiungimento familiare o la richiesta di protezione internazionale per motivi politici.

Si può tuttavia osservare come, all’atto pratico, un migrante che giunge per ricongiungimento familiare non è così diverso da un migrante economico, e il suo arrivo produce effetti rilevanti sulla società che lo ospita. Per questo, se non viene abilmente regolamentata la politica degli ingressi per ragioni economiche, rischia di innescarsi quel vortice incontrollabile di cui si è accennato poco fa, dal momento che nessuno Stato desidera perdere il controllo sui propri territori, per la tutela e garanzia che, in quanto persona giuridica della comunità che lo costituisce, esso deve ai suoi cittadini.

La convivenza

Proprio in relazione al fatto che in materia migratoria i Paesi non democratici possono (di fatto) permettersi una maggiore arbitrarietà nelle scelte, la concessione del permesso di soggiorno a termine è uno dei modi che ha lo Stato democratico ha per controllare le presenze. In ogni caso, le distinzioni sui tipi di immigrazione non corrispondono veramente alla realtà dei fatti, e tanto meno alla volontà delle persone. Le categorie sono sempre qualcosa di molto utile, ma di estremamente astratto. Quando l’immigrazione di persone sole diviene un’immigrazione di tipo familiare, l’impatto sul Paese ospitante è molto più grande. Sorgono tante problematiche quali l’inclusione nelle scuole, l’accesso al welfare, al mercato del lavoro, la cittadinanza, e così via.

Le questioni più complesse sono perciò quelle che riguardano la convivenza inter-etnica e non quelle relative all’immigrazione “nuda e cruda”. I problemi maggiori interessano quelle che vengono chiamate seconde generazioni, ovvero i bambini che nascono sul territorio nazionale o che arrivano in età scolare o prescolare (seconda generazione detta “impropria”), nonché coloro che raggiungono genitori o parenti tra i 16 e i 17 anni (seconda generazione detta “spuria”), dal momento che a 18 anni è prevista la perdita del diritto al ricongiungimento familiare.

Per comprendere i rivolgimenti, tanto nella società quanto nella coscienza, che interessano questo fenomeno, occorre ricordare che le seconde generazioni non scelgono di vivere in un posto o in un altro, come è stato invece per i loro genitori: la prima generazione tende ad avere uno spirito di sacrificio e adattamento molto più accentuato, poiché le difficoltà costituiscono il frutto di una scelta consapevole; la seconda generazione ha subito le scelte di chi l’ha preceduta e si aspetta un riconoscimento dalla società che molto spesso non arriva, dando luogo a drammatici conflitti identitari nei singoli soggetti.

Tanti modelli di integrazione hanno dimostrato la loro inidoneità proprio nel delicato passaggio tra prima e seconda generazione, che in Francia e Germania ha avuto luogo negli anni ’80, ma che l’Italia sta vivendo proprio in questi anni. Un errore diffuso è quello di chi analizza l’immigrazione da una prospettiva sostanzialmente unilaterale. È fondamentale ricordare che l’immigrato giunto in un luogo, è l’emigrato proveniente da un altro luogo.

Calandosi un momento nei panni dei Paesi di provenienza, si può facilmente comprendere come questi non abbiamo interesse alcuno che l’emigrazione dei propri membri divenga definitiva, specialmente se si tratta di esodi di interi nuclei familiari. Il migrante economico temporaneo che lavora all’estero, infatti, invia nel Paese d’origine cospicue quantità di denaro.

Il “mito del ritorno” è, inoltre, qualcosa di molto presente nelle famiglie immigrate per ragioni economiche, e ciò spiega perché spesso non c’è meno propensione all’integrazione. Il ritorno, tuttavia, dovrebbe avvenire dopo il raggiungimento di un certo grado di successo, pena il divenire sintomo di fallimento e causa di disprezzo da parte della comunità d’origine.

I rifugiati

Sempre nel contesto dell’immigrazione non economica regolare, si inserisce la problematica relativa al rifugio politico. La convenzione di Ginevra del 1951 si è preoccupata di stabilire chi fosse il rifugiato politico, che oggi viene spesso indicato come “richiedente asilo”. L’articolo 1 della Convenzione, come modificata dal protocollo del 1967, stabilisce la seguente definizione di rifugiato:

«Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi».

A prescindere dalla generalizzazione estrema, vizio di forma di molti trattati internazionali del secondo dopoguerra, tale convenzione si inserisce nel contesto della decolonizzazione e della Guerra Fredda. Il rifugiato, al tempo (in una certa misura anche oggi, a partire dall’Ucraina) era tendenzialmente colui che scappava dal blocco sovietico, al quale l’Occidente, pur di sancire la propria superiorità morale e materiale, avrebbe garantito la propria protezione.

Le differenze rispetto alla situazione odierna sono sostanzialmente due: all’epoca, sfuggire al regime di Mosca non era affatto semplice e dunque si trattava di un viaggio quasi esclusivamente individuale, o comunque ristretto a pochi “fortunati” individui. Oggi la migrazione di “rifugiati” è collettiva ed è parte di un meccanismo che si autoalimenta anche per via degli interessi convergenti di più attori (leciti e illeciti, legali e criminali), tanto che si parla di una vera e propria industria dell’immigrazione.

In più, la questione dei diritti umani non fa che complicare inevitabilmente le cose: le democrazie occidentali hanno, infatti, progressivamente allargato lo spettro delle categorie sociali che potenzialmente hanno bisogno di protezione. In alcuni casi l’agente persecutore del richiedente asilo non è il Governo, bensì le famiglie o altri soggetti privati che, secondo la legislazione del Paese d’origine, possono agire e operare indisturbati.

Al contempo, vi sono sempre più casi in cui persone mosse da solidarietà infrangono la legge in virtù di ragioni umanitarie (si ricordi ad esempio i casi italiani del sindaco di Riace o di Carola Rcakete), mettendo in discussione i principi giuridici cardine in base ai quali i Paesi governano i fenomeni migratori. La violazione della legge non solo è usuale, ma è addirittura esibita, in nome di qualcosa che viene giudicato più importante e giusto, capace di sovrastare il Diritto vigente. Si tratta di una vera e propria azione politica condotta spesso da attori non statali, come le organizzazioni non governative.

In conclusione: capire l’immigrazione

Un altro dei rischi cui si va incontro con la retorica dell’accoglienza, è la perdita di vista del caso reale in cui c’è veramente bisogno di asilo politico. La legge italiana, ad esempio, tutela il minore a prescindere, ma il rischio perverso di questa norma è che le famiglie usino il minore per crearsi un varco in un altro Paese, innescando poi il processo dei ricongiungimenti familiari, oggi principale causa di immigrazione nei Paesi europei. Questo spiega bene il motivo per cui le migrazioni hanno la tendenza ad autoperpetuarsi. Le scelte e le non scelte in politica migratoria hanno delle enormi conseguenze sul disvelamento del fenomeno stesso.

La legislazione in materia migratoria e di cittadinanza è ovviamente controversa e complessa, nonché soggetta a potenziali modifiche: ciò che è importante far notare è come non tutti gli immigrati abbiamo nei fatti gli stessi diritti. Ad esempio, chi possiede più passaporti gode certamente di più diritti e opportunità (anche lavorative) in senso assoluto, rispetto a chi ne ha uno solo.

Non c’è un perché in realtà: certamente questo surplus di diritti e opportunità rispetto alla media non è connesso a particolari meriti o a una statura morale superiore. Certe prerogative sono molto spesso accidentali, frutto del caso.

Parlare di diritti in senso assoluto può cambiare dunque tutte le carte in tavola e può risultare piuttosto rischioso; il carattere universalizzante e sovrastatale dei diritti umani, può erodere seriamente il fondamento, la ragion d’essere degli Stati e dei rapporti tra questi costituita dalla “sovranità”. Senza di essa lo Stato è impotente e ingovernabile, inutile e incapace non solo di rispondere alle esigenze dei suoi cittadini ma, paradossalmente, anche alle istanze di coloro che spererebbero o necessiterebbero di essere ospitati.

Foto in evidenza: Mstyslav Chernov/Unframe – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46776361

Lara Montaperto

Specializzata in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale, dopo aver conseguito la laurea triennale in Storia e la magistrale in Relazioni Internazionali. Ha lavorato in ambito editoriale e, più recentemente, in ambito Difesa. Ha studiato a fondo la politica estera della Russia contemporanea.

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