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Ombre e luci in Israele: il vertice di Aqaba e le sfide di Palestina e Iran

Israele si appresta ad affrontare la minaccia iraniana, venendo a patti con la Palestina a Aqaba. Ma la tensione rischia di mandare in pezzi il fronte interno a Tel Aviv

Lo scorso 26 febbraio, alti funzionari rappresentanti di Giordania, Egitto, Israele, Palestina e Stati Uniti si sono riuniti ad Aqaba, sul Mar Rosso, per discutere della riduzione delle tensioni in Palestina. L’incontro, suggellato da un comunicato congiunto, dimostra la volontà delle parti di confermare lo status quo. In particolare:

  • Israeliani e Palestinesi si impegnano a rispettare i preesistenti accordi vigenti tra le parti. È espressa la necessità di una de-escalation sul terreno;
  • È riconosciuto lo status quo storico nei luoghi sacri di Gerusalemme. Alla Giordania è assegnata la speciale supervisione dell’area;
  • È sancito lo stop alle misure unilaterali intraprese dalle parti (ANP, Israele) nei prossimi mesi. Tra le azioni sanzionate, è prevista l’interruzione di qualsiasi discussione riguardante nuovi insediamenti israeliani in Palestina per i prossimi quattro mesi;
  • I partecipanti ai colloqui assicurano di riunirsi per nuovi colloqui nel mese di marzo, programmati a Sharm El Sheikh, Egitto.

L’aumento delle tensioni nei giorni precedenti

Il meeting di Aqaba rappresenta la conclusione di una concitata fase dei rapporti diplomatici tra Israele e Palestina. Il 22 febbraio, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno effettuato un’importante operazione antiterrorismo, irrompendo in numerose abitazioni della città palestinese di Nablus, che ha causato la morte di 11 persone.

La risposta palestinese non si è fatta attendere. La notte successiva al raid di Nablus, diversi missili sono stati sparati dalla Striscia di Gaza verso le città israeliane di Sderot e Ashkelon. In seguito, l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) ha minacciato di presentare la questione alle Nazioni Unite. Scenario evitato solamente grazie alla mediazione statunitense e la successiva organizzazione dell’incontro ad Aqaba.

L’accordo raggiunto tra Anp e funzionari israeliani non rappresenta però la situazione sul campo. Da parte palestinese, l’incontro è stato favorevolmente accolto dall’ala governativa di Fatah, mentre Hamas (che controlla Gaza) lo ha etichettato come “insignificante”. Da parte israeliana, il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha dichiarato di non aver intenzione di fermare la creazione di nuovi insediamenti in Palestina.

Israele affronta la scarsa coesione sociale

A poche ore dai colloqui, un palestinese ha aperto il fuoco contro una vettura a Huwara, nei pressi di Nablus, uccidendo due israeliani. L’attacco terroristico ha generato un’ondata di proteste tra i coloni israeliani, presto sfociata in reazione violenta. Durante la notte, i coloni hanno appiccato il fuoco a decine di abitazioni e automobili palestinesi.

Le Forze di difesa israeliane sono state costrette ad intervenire per disperdere i coloni in rivolta. L’utilizzo della milizia contro i cittadini che essa stessa dovrebbe proteggere ha però contribuito a volgere il malcontento anche verso il ministero della Difesa.

Nelle seguenti manifestazioni popolari contro la riforma giudiziaria voluta dal governo, la folla ha inneggiato al mancato intervento delle Idf a Huwara. Sintomo di una coesione sociale ai minimi storici. L”esercito, da sempre simbolo di unità per Israele, pare distanziarsi dalle altre parti sociali. Alcuni riservisti hanno dichiarato di voler boicottare delle esercitazioni in segno di protesta contro il governo.

La riforma giudiziaria contestata renderebbe le decisioni della Corte Costituzionale passibili di abolizione da parte del parlamento israeliano. Questo potrebbe, con un voto a maggioranza semplice, rimuovere il controllo sull’aderenza ai principi costituzionali delle leggi varate dal parlamento.

Il significato di Aqaba nella partita con l’Iran

Mentre la situazione politica interna ribolle tra tensioni partitiche, civili ed etniche, il governo Netanyahu cerca di dirigere l’attenzione pubblica sulla minaccia iraniana. Il 28 febbraio, un ufficiale ha affermato che a Teheran basterebbero dodici giorni per arricchire l’uranio necessario ad ottenere la sua prima arma atomica. Tuttavia, l’Iran non avrebbe ancora la capacità di costruire un missile adatto a contenere l’ordigno nucleare.

“L’Iran è più vicino che mai alla produzione di un’arma nucleare e ha quasi raggiunto la linea rossa. Non permetteremo che ciò accada: tutte le opzioni sono sul tavolo. Il nostro dovere è difendere lo Stato di Israele e il popolo ebraico”

Yoav Gallant, ministro della Difesa israeliano, 28 febbraio 2023

Alla luce della crescente assertività israeliana verso il recidivo piano nucleare iraniano, il meeting di Aqaba assume un significato squisitamente geopolitico. Cercare l’acquiescenza dei partner regionali (Giordania ed Egitto) sui delicati dossier interni per poter orientare la propria politica estera.

Due sfide per il governo Netanyahu e Israele. L’ombra di un’incombente guerra civile o di una nuova intifada e la minaccia nucleare iraniana. Probabile che i decisori politici israeliani si concentreranno su quest’ultima. Con il doppio effetto (sperato) di sventare la maggiore minaccia all’esistenza del Paese e di compattare l’opinione pubblica contro il nemico comune.

Giulio Caravaggio

Pescarese di nascita, attualmente studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Alma Mater di Bologna. Mi interesso di analisi e ricerca geopolitica e militare, con un focus particolare sul continente africano e sul conflitto russo-ucraino.

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