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L’Arthashastra di Kautilya: le origini orientali del realismo politico

Il realismo come eredità politica e grande intuizione della filosofia indiana

“Una freccia scagliata da un arciere può uccidere un uomo o non ucciderlo affatto, ma l’intelletto utilizzato da un uomo capace può uccidere anche un bambino nel grembo materno”.
Questa frase attribuita a Kautilya, il primo teorico del realismo politico, è la prova concreta di come un determinato tipo di pensiero possa risultare la più efficace tra le strategie da adoperare per la sopravvivenza di una nazione. Il realismo politico o “realpolitik” si può sintetizzare come la teoria di filosofia politica secondo la quale è centrale il mantenimento concreto del potere.

Per il realismo non sono ammissibili questioni morali, etiche o religiose quando si parla di teoria di governo di un popolo. Il significato più ampio di Realpolitik è tanto chiaro a chi si interessa di geopolitica quanto l’evoluzione che questo termine ha subito nel corso della storia occidentale. Saranno senza dubbio familiari i nomi di Kissinger e Bismark, ma andando ancor più a ritroso nella storia del realismo ci potremmo imbattere in personaggi altrettanto noti che spiccano come esponenti antesignani della realpolitik: Machiavelli, nel Rinascimento, e Tucidide, nella Grecia classica.

Sebbene questi grandi pensatori abbiano definito con le loro idee i concetti che costituiscono il realismo politico ed abbiano goduto in Occidente di grande considerazione, si deve guardare all’Asia meridionale per risalire alle origini, quantomeno letterarie e documentate, della corrente di pensiero realista. Kautilya, conosciuto anche come Chanakya o Vishnugupta, è stato l’autore dell’Arthashastra, termine sanscrito tradotto dal filosofo ed orientalista G. Maggi come “Codice del Potere”, un trattato composto tra il IV e il II secolo a.C. sull’arte del governo che comprende materie come economia, guerra, gestione delle infrastrutture, politica estera e, nel senso moderno dei termini, intelligence e sicurezza.

La figura di Kautilya e il contesto storico

Kautilya visse nell’India settentrionale alla fine del IV secolo a.C. Fu uno studioso in una delle più antiche università del mondo antico nella città di Taxila e gli si attribuisce la fama di “king-maker” poiché depose la dinastia regnante in quegli anni, i Nanda, e fece incoronare sul trono del regno di Magadha il giovane Chandragupta Maurya, del quale divenne mentore, dando di fatto inizio all’epoca dell’impero Maurya. Kautilya divenne il consigliere del sovrano Maurya godendo di una straordinaria influenza sulle decisioni da prendere nella gestione dello stato.

Primo tra gli imperi panindiani, grazie alle direttive di Kautilya, il dominio di Chandragupta si espanse in pochissimo tempo dall’attuale Pakistan al Bangladesh comprendendo l’intera India settentrionale e parte di quella meridionale. Proprio in questo scenario il consigliere dei Maurya ebbe modo di scrivere l’Arthashastra. L’impero di Chandragupta contava circa 50 o 60 milioni di abitanti, all’epoca circa il 35% della popolazione mondiale, e vantava una potenza militare fuori dal comune. Si stima infatti che i soldati fossero oltre 600.000 e che gli elefanti impiegati nell’esercito fossero quasi 10.000.

Questi costituivano la spina dorsale della potenza militare Maurya e la nostra visione della guerra moderna non deve farci sottovalutare l’importanza di questi animali come arma bellica, fondamentali all’epoca quanto potrebbe esserlo oggi la marina o l’aereonautica per le forze armate contemporanee. Ben consapevole della potenza politica e militare dell’impero Maurya, Kautilya si rivelò astuto nel plasmare un modello duraturo proponendo al proprio sovrano un sistema di governo non limitato all’attività bellica ma completo e in linea con un pensiero realista concreto e spregiudicato.

L’Arthashastra, i contenuti del Codice del Potere

Il pensiero di Kautilya è finemente condensato nella sua opera più famosa, l’Arthashastra. Il trattato è di fatto la prima testimonianza letteraria di realpolitik, e non ne voglia il cinese Sun Tzu, le cui massime seppur di immenso valore assumono un sapore quasi filosofico nel momento in cui vengono – a volte forzatamente – estese al di fuori del contesto bellico. Il trattato era noto a molti intellettuali già mentre Kautilya era in vita e divenne una lettura obbligata per i sovrani posteriori all’epoca Maurya, tuttavia il testo venne perduto per molti secoli per essere poi riscoperto solo nel 1904, e oggi può godere di nuovo della fama che merita grazie alle traduzioni moderne.

Per avere un’idea dell’Arthashastra e dei 15 capitoli che lo compongono potremmo accostare all’opera qualcosa che in Occidente ha avuto nel campo del realismo una risonanza straordinaria, come “Il Principe” del già citato filosofo fiorentino Niccolò Machiavelli. Secondo Weber però, nonostante la crudezza del pensiero machiavelliano, in confronto all’Arthashastra l’opera del fiorentino risulta addirittura “innocua”. Kautilya sorprende per la modernità del proprio occhio analitico che vede nel “conquistare o essere conquistati” l’unica regola ai giochi di governo interni e in fatto di politica estera.

Nel trattato il pensatore indiano costruisce una serie di situazioni per cui è necessario mettere mano a strumenti considerati, specialmente nella società dell’epoca, “sleali”: si va dall’impiego di spie, per lo più donne incaricate di omicidi ma anche bambini e mendicanti sotto copertura, alla manipolazione dell’opinione pubblica per mezzo di attività di propaganda fino alla creazione mirata di dissenso e malcontento nei confronti di nemici politici. Nonostante il termine intelligence non compaia mai all’interno del trattato nel suo significato moderno, questo tipo di misure dettagliatamente descritte da Kautilya sono definibili come active measures e cover actions ante litteram.

Notevole importanza è data alla guerra come strumento concreto di risoluzione di conflitti quasi necessario per conseguire la pace e il benessere della nazione. Secondo Kautilya la guerra è di tre tipi: vi è quella aperta, da evitare poiché imprevedibile e dispendiosa, vi è poi la guerriglia, preferibile a quella aperta nonostante palesi nel nemico un’inferiorità delle proprie forze in campo e infine c’è quella basata sull’impiego di spie, assassini e propaganda, di gran lunga più efficace ed economica rispetto alle precedenti. Va evidenziato come Kautilya, secondo alcuni storici, abbia portato all’estremo il controllo dei cittadini attraverso l’utilizzo di spie dell’Impero e che Chandragupta fosse un sovrano temuto, piuttosto che ben voluto, a causa di questa opprimente sorveglianza.

Un quarto tipo di guerra che Kautilya espone viene dalla concezione culturale indù che vede nell’arte della diplomazia uno strumento bellico di inestimabile valore. Per il filosofo indiano infatti nello stringere patti e stipulare trattati si nascondono le intenzioni dei governanti ed è possibile leggere le future azioni degli stessi. Per fare un esempio moderno si pensi al patto Molotov-Ribbentrop, tra la Germania nazista e la Russia sovietica, nel quale era facilmente leggibile tra le righe come il patto fosse adatto più a prendere tempo in vista di una futura rottura piuttosto che rappresentare un accordo solido nel tempo tra due potenze all’epoca per natura in conflitto ideologico e politico.

L’eredità di Kautilya nell’India contemporanea

La fredda capacità di analisi di Kautilya, seppure fuori dal comune per quel tempo, non deve oscurare il contesto culturale del periodo e l’importanza di certi valori religiosi della società indù. L’Arthashastra è carico di una componente etica e morale che a prima vista, senza una conoscenza del complesso apparato culturale che deriva dall’induismo – e dal buddhismo – potrebbe stonare col tenore dato dal realismo estremo dell’opera. La filosofia e la religione indù emergono prepotentemente nel testo quando si arriva alla conclusione che il fine ultimo dell’attività bellica, nonostante mezzi “sleali”, sia la pace e il benessere dei cittadini.

La visione indù di Kautilya, dinamica e in linea con la cultura induista, ammette che la natura dell’uomo sia quella di muovere guerra poiché ogni azione per la sopravvivenza della nazione è un atto bellico, più o meno palese. In questo conflitto perenne il sovrano deve godere delle proprie conquiste, non in maniera edonistica ma piuttosto plasmando il benessere e anelando ad una società migliore per i propri sudditi. Kautilya è anche il padre della mandala theory, un concetto applicabile in politica estera che viene spesso sintetizzato attraverso un diagramma. La teoria parte dall’assunto che due stati vicini, che abbiano quindi territori confinanti, siano nemici per natura.

A questo concetto si fa riferimento quando si cita il proverbio “il nemico del mio nemico è mio amico”, aforisma creduto per molti secoli di origine araba ma che invece trova origine e riscontro letterario proprio nell’Arthashastra. La mandala theory è qualcosa di palese se pensiamo alla politica asiatica degli ultimi decenni. La minaccia pakistana ha infatti spinto l’India ad intensificare i rapporti diplomatici con l’Afghanistan, mentre quella cinese ha spinto il paese verso il blocco occidentale e nel QUAD, l’alleanza quadrilaterale con Giappone, Australia ed USA. In questo scacchiere dove le caselle vicine sono una minaccia alla sicurezza nazionale è chiaro come l’amicizia coltivata da Modi con la Russia di Putin sia di fondamentale importanza.

Sconosciuto per secoli agli occidentali, Kautilya è sempre stato presente nella cultura indiana come maestro di strategia e realismo politico, al punto che è consuetudine dire che “in India tutto è Arthshastra”. Si pensi che gli è stata intitolata la strada, nel centro di Delhi, dove sorgono le sedi dei servizi di intelligence indiani, a sottolineare ancora oggi l’eredità che questa figura ha lasciato all’India contemporanea. La realpolitik non sembra dunque qualcosa che abbia influenzato i sovrani indiani nel corso della storia ma appare invece come un prodotto stesso della cultura indù, dell’arte del governo e di un raffinato pensiero filosofico, fattori legati dal filo rosso della necessità senza tempo di sopravvivenza come cultura e nazione.

Immagine in evidenza: “Mahabharata Rath” by Neetesh Gupta (neeteshg) is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Matteo Borgese

Nato a Roma nel 1996. Ho frequentato il Liceo Classico per poi proseguire in un percorso di crescita e studio delle discipline umanistiche che mi ha avvicinato sempre più alla filosofia orientale. Mi occupo del subcontinente indiano e di tutto quello che riguarda la cultura e la storia antica e contemporanea dell'India. Appassionato di storia delle religioni, di mistica e del rapporto tra l'uomo e il divino nella sua totalità, cerco di scorgere nella politica contemporanea gli echi delle dottrine filosofiche antiche.

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