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La corsa del Bangladesh verso la ricchezza e il progresso

La metamorfosi del paese che oggi è il secondo esportatore al mondo di prodotti tessili dopo la Cina

Dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1947, il Bangladesh in mezzo secolo è passato dall’essere uno stato senza peso internazionale, arretrato e in cui l’indice di povertà sfiorava l’80% a diventare uno dei paesi con la più rapida crescita economica degli ultimi decenni, arrivando oggi a registrare un prodotto interno lordo di 400 miliardi e in cui la percentuale di cittadini sotto la soglia di povertà è scesa sotto il 12%. Una crescita di questa portata è da attribuirsi agli enormi sforzi compiuti per conquistare un posto di rilievo nel settore dell’industria tessile.

Ad oggi il Bangladesh è secondo solo alla Cina per esportazione di prodotti tessili e tale settore rappresenta ben l’80% delle entrate dell’intero export nazionale, garantendo inoltre posti di lavoro sicuri a circa 4 milioni di persone, in gran parte donne. Solo nella decade dal 2011 al 2019 le entrate derivate dall’esportazione di prodotti tessili sono più che duplicate, passando da 14 miliardi di dollari annui a circa 31 nel periodo precedente la pandemia. E nonostante la violenza con cui il virus ha colpito il paese e l’intero subcontinente indiano, il trend di crescita non si è arrestato nemmeno durante la pandemia.

Il Bangladesh negli anni ’50 era una regione conosciuta come “Pakistan orientale” e rimase tale fino al 1971, anno in cui la terza guerra indo-pakistana vide trionfare l’India contro i vicini musulmani. Il malcontento dei cittadini bengalesi dopo il conflitto e la strategia politica volta ad indebolire gli stati vicini di Indira Gandhi, allora Primo Ministro in India, furono i fattori che ufficializzarono la scissione col Pakistan e dunque l’indipendenza della regione del Bangladesh. Il padre dei movimenti indipendentisti bengalesi fu Sheikh Mujibur Rahman, leader della Lega Awami, partito nazionalista di stampo socialista, che dopo la scissione col Pakistan divenne premier del neonato stato bengalese.

Negli anni successivi al ’71 la storia del Bangladesh è segnata da una feroce instabilità politica dovuta ad una serie di sanguinosi colpi di stato ad opera dei movimenti nazionalisti più estremi e dell’esercito. La Lega Awami è tornata sotto i riflettori nel 1996, grazie alla figlia di Mujibur, Sheikh Hasina. Considerata oggi una delle donne più potenti del mondo, è anche il Primo Ministro più longevo della storia del paese, avendo governato per 4 decenni dal ’96 al 2001 e poi dal 2009 ad ora. Hasina si è dimostrata un leader carismatico in grado di proporre importanti riforme per lo sviluppo bangladese e al suo governo si deve la rimozione dei tre maggiori ostacoli all’arrivo di ingenti investimenti stranieri.

I tre ostacoli principali agli investimenti stranieri in Bangladesh

La maggior parte degli stati in via di sviluppo che cercano di immettersi nel mercato internazionale concentrano i propri sforzi finanziari su una risorsa locale abbastanza richiesta da garantire esportazioni i cui ricavi possano essere reinvestiti sulla risorsa stessa e così via.

Nel caso del Bangladesh però la competizione con la Cina nel settore tessile sembrava impossibile da vincere negli anni ’80 e ’90 quando, dopo aver aperto al mondo la propria economia nel 1978, il mercato globale era completamente dominato dalle esportazioni cinesi.

Sebbene le intenzioni delle multinazionali erano quelle di diversificare gli investimenti anche in altri paesi, l’opportunità di investimenti stranieri era scoraggiata in primis da un sistema bancario rigido e senza credibilità internazionale che non concedeva prestiti per l’acquisto di macchinari industriali e dalla pesante tassa del 5% da applicare sui prodotti importati e su quelli esportati. L’import tax, anche riuscendo ad acquistare i macchinari, rimaneva dunque il problema principale per i grandi investitori stranieri e i loro profitti.

Infine, un terzo impedimento alla modernizzazione del paese era rappresentato dai frequenti blackout dovuti alle condizioni climatiche che potevano creare cali di produzione e dalla quasi totale assenza di infrastrutture, tra cui autostrade adatte al trasporto delle merci. La risposta del governo a questi problemi fu tempestiva.

Le riforme e il nuovo volto del Bangladesh

Tra i provvedimenti adottati dal governo di Sheikh Hasina vi fu l’attuazione del sistema di garanzia back to back letter of credit. Il sistema prevedeva che le compagnie bangladesi potessero acquistare macchinari da rivenditori stranieri attraverso la mediazione di una terza parte, molto più forte finanziariamente e alla quale viene pagata una commissione sulla transazione, sopperendo così alla mancanza di credibilità internazionale. Ciò, oltre all’arrivo di capitali esteri, ha anche creato solide relazioni diplomatiche con i paesi vicini che hanno fatto da garante durante il processo di crescita del Bangladesh.

In particolare si guardi all’India, che nell’ottica di una competizione aperta col mercato cinese, potrebbe rivelarsi l’alleato politico più solido dei bangladesi. Il secondo provvedimento del governo, per aggirare l’import tax, è stato concedere alle aziende di depositare in siti appositi le merci finite e di sottoporle alla custodia e al controllo statale prima di essere esportate. Le riforme finanziarie sono andate di pari passo con la costruzione d infrastrutture moderne e investimenti nei trasporti e nella logistica.

In appena 30 anni, dal ’71 al 2001, il Bangladesh ha cambiato completamente volto conquistando di diritto il proprio posto nello scacchiere internazionale. La vera e propria competizione nel settore tessile con il colosso cinese nasce negli anni 2000, quando a seguito dell’aumento dei costi della manodopera cinese, molte multinazionali hanno guardato al sud-est asiatico alla ricerca di investimenti più convenienti. Nel 2012 lo stipendio medio di un operaio cinese era di circa 400-500 dollari, contro i circa 70-100 di un operaio bangladese nello stesso periodo.

Va anche sottolineato come la lungimiranza del governo abbia garantito un roseo futuro all’industria tessile bangladese che oggi conta oltre 5000 fabbriche nel paese, contro le circa 2000 dei competitor indonesiani e vietnamiti. In questo scenario il Bangladesh si presenta come il terreno perfetto per investimenti stranieri poiché le fabbriche, oltre che più numerose, sono anche più tecnologiche e costituiscono un’industria colossale che conta circa 3.6 milioni di operai.

Un futuro incerto: il lato oscuro del progresso

Un’ascesa rapida e significativa come quella bangladese è prevedibilmente caratterizzata da ombre sulle quale è doveroso fare luce. Dal punto di vista economico ci sono molti dubbi sulla validità di investimenti a lungo termine in un solo settore, poiché un’improvvisa crisi del tessile significherebbe di fatto il default dell’intera nazione. Inoltre, negli ultimi decenni, il governo è stato spesso interrogato sulla questione del lavoro minorile e ne sono seguite rassicurazioni poco credibili, considerando che si stima che ci siano oltre 1 milione di minori impiegati nelle fabbriche bangladesi.

Un numero enorme che rappresenta una vera e propria emergenza umanitaria se si pensa che le condizioni di lavoro nell’industria tessile sono considerate pessime dalla comunità internazionale. La questione ambientale poi è preoccupante: le fabbriche sono in maggioranza alimentate a carbone e si stima che annualmente le industrie bangladesi producano circa 56 milioni di acqua contaminata che viene riversata nei fiumi e nell’oceano. Lo sfondo di questa tragica situazione è l’instabilità data dalla tensione sociale.

Sebbene ci sia la volontà popolare e del governo di superare definitivamente il secolarismo in favore dell’applicazione della legge islamica è lecito pensare che questo potrebbe inasprire le già numerose persecuzioni su intellettuali, liberi pensatori e minoranze religiose, in particolare sugli indù. Considerando questi aspetti, la crescita economica del Bangladesh sembra dunque una sfrenata corsa verso il progresso e la ricchezza in cui l’ostacolo sul quale inciampare è sempre dietro l’angolo. 

Immagine in evidenza: “Young Bangladeshi women being trained at the Savar Export Processing Zone” by World Bank Photo Collection is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Matteo Borgese

Nato a Roma nel 1996. Ho frequentato il Liceo Classico per poi proseguire in un percorso di crescita e studio delle discipline umanistiche che mi ha avvicinato sempre più alla filosofia orientale. Mi occupo del subcontinente indiano e di tutto quello che riguarda la cultura e la storia antica e contemporanea dell'India. Appassionato di storia delle religioni, di mistica e del rapporto tra l'uomo e il divino nella sua totalità, cerco di scorgere nella politica contemporanea gli echi delle dottrine filosofiche antiche.

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