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Scopri Il ritorno delle guerre

L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

In Bangladesh sta avvenendo una rivoluzione più grande di quanto pensiamo
Le proteste in Bangladesh come sintomo della crisi della globalizzazione occidentalo-centrica. Dalla foce del Gange un nuovo assetto globale

A pochi mesi dalle elezioni di gennaio il Bangladesh è scosso da proteste sociali a cui fa eco un’ondata repressiva che sembra lasciare poco spazio per un libero esercizio della democrazia rappresentativa, confermando la tendenza autoritaria inaugurata sotto la guida della Prima Ministra Sheikh Hasina.

Eletta nel 2008 alla guida della piccola ma estremamente popolosa (con ben 170 milioni di abitanti è l’ottavo Paese più abitato al mondo) e poverissima (il suo Pil pro capite è la metà di quello del Gabon) nazione affacciata sul Golfo del Bengala, Hasina ha presieduto a un periodo di grande crescita economica del Bangladesh e di forte espansione infrastrutturale, cosa che le ha garantito un vasto consenso.

Allo stesso tempo, però, il suo governo ha iniziato una intensa repressione del maggiore partito di opposizione, il Partito Nazionalista del Bangladesh (Bnp), addensando pesanti sospetti di brogli attorno alle elezioni del 2018.

Lo scontro con l’opposizione ha portato nelle ultime settimane a oltre 10.000 arresti tra i leader e gli attivisti del Bnp (per capire la proporzione, basti pensare che si tratta di un numero superiore alla capacità carceraria del Paese). La stessa leader dell’opposizione, Khaleda Zia, si trova oggi agli arresti domiciliari.

Proteste popolari contro le morti sul lavoro in Bangladesh. Il Paese ha conosciuto una crescente fase di rivendicazioni operai negli ultimi anni.

Il Bangladesh è sempre stato un Paese politicamente instabile (solo nella sua prima legislatura, Hasina è sopravvissuta ad almeno due falliti colpi di stato) ma la repressione odierna va probabilmente legata alla paura che l’arrestarsi della crescita economica scateni la rabbia sociale di una popolazione sempre pericolosamente vicina alla fame.

Dopo anni di crescita infatti, la pesante congiuntura economica internazionale ha determinato l’esplosione dell’inflazione in Bangladesh, impattando in particolare l’esigua classe media bengalese e il proletariato da poco urbanizzatosi in seguito alla conversione dello Stato da un’economia prevalentemente agraria a una più sviluppata. In un Paese dove lo stipendio mensile si aggira sugli 8.000 taka (circa 70 euro) l’aumento dei prezzi si è rapidamente trasformato da problema economico a umanitario e da lì a sociale.

In reazione alla crisi, i sindacati del settore tessile hanno dichiarato la mobilitazione, scontrandosi violentemente con le forze dell’ordine e spingendo il governo a schierare la temuta Guardia di frontiera, un corpo paramilitare noto per la sua brutalità.

Tuttavia, con 4 milioni di lavoratori e un fatturato pari al 16% del Pil bengalese, l’industria tessile (che rende Dhakka il secondo esportatore di capi di abbigliamento dopo la Cina) rappresenta un pilastro troppo importante per potersi permettere di scricchiolare.

Oltre a reprimere le proteste infatti, il governo bengalese ha decretato un aumento del salario minimo del 56%, portandolo a 12.500 taka (circa 110 euro), un intervento che dovrebbe far rientrare i disordini operai. I bassi stipendi avranno anche permesso al Bangladesh di costruirsi un primato nel settore tessile ma le autorità non hanno evidentemente intenzione di schierarsi con le compagnie multinazionali contro i propri lavoratori.

Le tensioni tra i giganti dell’abbigliamento – che effettivamente controllano la catena di produzione – e le fabbriche locali a cui la produzione è subappaltata e che ora chiedono alle prime un adeguato aumento per far fronte all’incremento del costo del lavoro rappresentato dall’innalzamento salariale sono già iniziate. Tuttavia, è un altro caso di come il “Capitalismo Politico” di stampo cinese stia facendo scuola, fenomeno peraltro spontaneo in quanto Pechino non appare interessata a presentarsi come modello ideologico.

Sheikh Hasina, Prima Ministra del Bangladesh dal 2009. Leader della Lega Popolare Awami, il governo Hasina ha visto una grande crescita economica ma anche l’aumento delle tensioni sociali e della repressione politica.

L’emersione del Sud del mondo e la disarticolazione della globalizzazione

L’irrompere di logiche tipiche di un Paese industrializzato denotano le grandi trasformazioni a cui il Bangladesh sta andando incontro ma sono anche la radice della crisi. Il Paese ha potuto crescere economicamente nell’ultime decennio sfruttando la sua grande massa di lavoratori a basso costo, impiegati senza troppi scrupoli dalle multinazionali straniere, per lo più nel settore tessile. La questione salariale è una logica conseguenza delle politiche applicate da queste compagnie, soprattutto occidentali.

L’esplodere della questione sociale in Bangladesh sembra un caso empirico di come la catena della globalizzazione, su cui l’Occidente ha per lungo tempo fatto affidamento per garantirsi la propria prosperità, si sia ormai inceppata, travolta dai cingoli della Storia in marcia.

I Paesi a basso reddito sul cui impiego si basava questo sistema hanno lentamente messo da parte abbastanza per poter intraprendere il sentiero dello sviluppo e ora premono per chiedere stipendi più alti, contribuendo però a far schizzare i prezzi dei beni in Occidente.

Ben prima dell’invasione dell’Ucraina, l’inflazione stava mettendo a dura prova l’economia occidentale, trainata in maniera non secondaria dalla crescita dei salari in Cina. In altre parole, le grandi masse di operai e contadini del Sud Globale hanno iniziato – seguendo il medesimo percorso dei Paesi occidentali del secolo scorso – a potersi permettere i prodotti che prima producevano solamente. Il mercato interno, per esempio, ha già soppiantato la domanda occidentale (che rimane comunque molto rilevante) come forza trainante dell’economia cinese.

Un processo che appare inarrestabile, almeno nel medio periodo. La deriva demografica europea (e, in un futuro prossimo, cinese) sta già creando una penuria di quei lavoratori-consumatori su cui il moderno sistema economico capitalista si è basato fin dai suoi albori. Quella grande fetta di mondo che giace tra Lima e Manila, tra Istanbul e Antananarivo, sta invece emergendo rapidamente come una forza eterogenea ma vivace e dinamica, ambiziosa ed estremamente giovane.

Una piccola rivoluzione copernicana che però nell’immediato ha ricadute pesanti sui rapporti sociali, con la crescita dei costi degli alimentari dovuta al trasferimento dei contadini in città per lavorare nelle industrie e le fluttuazioni legate all’andamento delle compagnie multinazionali sui mercati. Decisa a impedire che questa instabilità possa erodere il suo potere, Hasina opta oggi per serrare i ranghi e lanciarsi in un giro di vite preventivo.

Una fabbrica in Bangladesh, secondo esportatore tessile mondiale. Un tempo uno dei più poveri del mondo, il piccolo ma popoloso Paese asiatico sta muovendo i primi passi sulla via dello sviluppo.

Il Bangladesh cerca la sua strada nel mondo e guarda a Est

Nei confronti del Bangladesh l’Occidente sembra non avere voce in capitolo, come sempre più spesso bisogna constatare nei rapporti col Sud Globale. La leva economica per forzare Dakka a più miti consigli appare spuntata.

Quando la Banca Mondiale ha ritirato il proprio finanziamento al progetto di un imponente (6 chilometri) ponte sul Panda, un affluente del Gange, presentato come un’arteria strategica e il fiore all’occhiello delle ambizioni bengalesi, Hasina non ha esitato a rivolgersi alla Cina e a completare il cantiere con i finanziamenti di Pechino.

Il Bangladesh ha continuato questa politica, lavorando per mantenere ottimi rapporti sia con la Cina che con l’India, oltre che con la Russia. La relazione con Mosca si anzi intensificata dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, quando la Russia ha garantito ai bengalesi l’accesso a petrolio e grano a basso costo.

Postura molto apprezzata, che ha indotto i bengalesi ad astenersi da ogni condanna contro la Russia, in un intervento condito da richiami storici al sostegno sovietico durante la Guerra d’indipendenza bengalese contro il Pakistan (che stava cercando di condurre un genocidio in Bangladesh ed era sostenuto dagli Stati Uniti).

L’attuale crisi interna non ha comunque direttamente a che vedere con lo schieramento internazionale. Da tempo la politica bengalese ha adottato l’approccio indo-sino-russo come direzione geopolitica condivisa trasversalmente, al punto che proprio il Bnp, lo storico partito della fazione anti-indiana, ha da tempo seppellito l’ostilità contro Delhi tanto da farsi promotore di una «visione geopolitica regionale comune con l’India».

Ci si potrebbe anche interrogare su quanto ci sia invece di personale nel braccio di ferro tra il Bnp e il partito della Hasina, la Lega Awani (“Lega del Popolo”), conseguenza quasi inevitabile nella politica estremamente dinastica del Bangladesh.

Il padre di Hasina e fondatore del partito, Sheikh Majibur Rahman, è stato il primo Presidente del Paese ed è considerato il “padre della nazione” bengalese. Fu assassinato, assieme a sua moglie e ai suoi tre figli, in un colpo di stato che portò al potere il generale Ziaur Rahman, la cui vedova, Khaleda Zia, è l’attuale leader dei nazionalisti.

Forse è inevitabile che gli errori e le rivalità dei padri ricadano sui figli o forse no. Quello che però resta incontrovertibile – e quello sui cui tutti i bengalesi sembrano essere d’accordo – è che i figli del Bangladesh stanno crescendo, che i Paesi in via di sviluppo stanno sviluppando una domanda in termini di risorse e spazio e che questo sta mandando in crisi la globalizzazione come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Dalle rive di quella che una volta era la perla dell’egemonia occidentale arriva dunque un segnale di cui i decisori dovrebbero tener conto.

Immagini: “Bangladeshi Spectrum workers protest deaths” by dblackadder is licensed under CC BY-SA 2.0; Sheikh Hasina Gopalganj in 2023 (cropped)” by DelwarHossain is licensed under CC BY-SA 4.0; “Dress Shirt production Line allocation in a RMG factory of Bangladesh” by Fahad Faisal is licensed under CC BY-SA 4.0.; Foto in evidenza: Photo by Rodium Soren Dipu: https://www.pexels.com/photo/flag-of-bangladesh-16134898/

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Federico Sangalli

Federico Sangalli

Milanese atipico trapiantato a Roma, nato negli ultimi scampoli del secolo scorso. Germogliato al Classico e cresciuto all’ombra dei chiostri della Cattolica di Milano, sono un inguaribile appassionato di storia e geopolitica. Dopo varie esperienze in ambito editoriale e diplomatico, collaboro con Aliseo nella convinzione che fare informazione significhi unire la serietà dell'analisi alla facilità d'accesso della divulgazione.

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