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Violenza, sradicamento e acque cristalline: la faglia sotterranea che divide Caraibi e America Latina

Dietro le recenti frizioni tra Venezuela e Guyana, paesi apparentemente confinanti ed entrambi collocati in quella parte di costa sudamericana che si affaccia sul Mar dei Caraibi, ritroviamo la faglia culturale che separa due mondi assai distanti, il mondo ispanico e l'area caraibica, il cui passato è stato segnato da diverse storie di sfruttamento e colonizzazione.

Una bellezza troppo perfetta per essere vera

Con i suoi scenari da sogno, l’area di mondo conosciuta con il nome di Caraibi attualmente occupa nell’immaginario collettivo il ruolo di meta turistica per eccellenza, dove prendere il sole al riparo di palme lievemente inclinate dal vento, affondando lo sguardo nel mare color turchese.

Eppure, molti non sanno che tali spiagge sono state per secoli il teatro dello sradicamento e delle sofferenze di centinaia di migliaia di schiavi, per lo più africani, trapiantati in questa regione dai colonizzatori inglesi, francesi e spagnoli per lavorare nelle piantagioni. I loro discendenti oggi abitano queste terre, mescolando tradizioni di origine locale, africana ed europea in quel calderone di identità che è la cultura caraibica.

Nel 1688 nel libro Oroonoko, or the Royal Slave la scrittrice inglese Aphra Behn descrive nei seguenti termini la natura che contraddistingue quelle coste di Sudamerica affacciate sul Mar dei Caraibi: «Vi regna un’eterna primavera ed è sempre come nei mesi di aprile, maggio e giugno; l’ombra non manca mai […]; boschetti di aranci, limoni, cedri, fichi, noce moscata e deliziose piante aromatiche, senza sosta diffondono nell’aria le loro fragranze».

Come si può osservare, la caratterizzazione idilliaca di questa area di mondo non è assolutamente un’invenzione della nostra epoca. Per analogia, naturalmente, tale rappresentazione era poi estesa agli abitanti stessi di quelle terre:

«Costoro apparivano ai miei occhi come l’idea assoluta di quella primigenia condizione di innocenza in cui l’uomo non conosceva ancora il peccato […]: la religione, qui, altro non farebbe che distruggere la serenità che questi uomini posseggono grazie all’ignoranza; le leggi non insegnerebbero loro altro che l’offesa, della quale essi non hanno cognizione alcuna».

Joseph Defour et Cie – Les Sauvages de la Mer Pacifique, Museum Pasifika, Public domain, via Wikimedia Commons

Nonostante nei due passaggi riportati la scrittrice stia teoricamente descrivendo la natura e gli abitanti dell’attuale Suriname, in realtà sta proiettando in essi categorie di pensiero e topoi letterari ben consolidati: è attraverso l’immagine paradisiaca del locus amoenus e il mito del buon selvaggio che la cultura occidentale per secoli è stata solita rappresentare il Nuovo Mondo.

Eppure, è opportuno mettere da parte quell’atteggiamento di tipo “orientalista” di cui parla lo storico Edward Said, e che fin troppo spesso ha trovato applicazione alle nostre latitudini in riferimento alle regioni geografiche più disparate, finendo per sfumare i confini tra aree di mondo anche limitrofe ma incommensurabilmente distanti dal punto di vista culturale. 

La distanza incommensurabile tra i Caraibi e l’America Latina

Infatti, nel nostro caso si rende necessario distinguere tra i territori di quella che oggi chiamiamo America Latina e quelli insulari e continentali affacciati sul Mar dei Caraibi, ai quali gli inglesi sono soliti riferirsi con l’appellativo di Indie Occidentali (in contrapposizione alle famose Indie Orientali costituiti dall’India vera e propria).

Anzitutto, per un non secondario discorso di influenza. I Caraibi, infatti, si suddividono tra Caraibi insulari e continentali. I primi sono costituiti dalle Antille Maggiori (Cuba, Hispaniola, Giamaica e Porto Rico) e dalle Antille Minori, e si presentano caratterizzati essenzialmente da un’influenza spagnola, britannica e in misura minore francese.

Quando nel 1804 Haiti divenne il primo Paese del Nuovo Mondo ad ottenere l’indipendenza dopo gli Stati Uniti, l’eroe rivoluzionario Dessalines la proclamò proprio dai francesi; Dessalines era nato in una piantagione di canna da zucchero e in seguito alle sue imprese militari divenne noto al mondo con l’appellativo di “Napoleone nero”.

Kmusser, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Per quanto riguarda i cosiddetti Caraibi continentali, invece, solitamente si è soliti considerare un’estesa fascia costiera che va dalle coste meridionali del Messico fino alle tre Guyane (quella britannica, la cosiddetta olandese che oggi porta il nome di Suriname, e quella francese che oggi costituisce a tutti gli effetti un dipartimento d’oltremare francese nonché regione ultraperiferica dell’Unione Europea).

Tuttavia, in questo caso la questione si complica, dal momento che in questa zona possiamo individuare alcune regioni, come la costa meridionale del Messico, storicamente appartenenti al Virreinato spagnolo, e altre contese tra numerose potenze occidentali e più propriamente “caraibiche” dal punto di vista culturale.

Infatti, se potessimo tornare indietro nel tempo e contemplare di persona le principali rotte percorse mercantili sull’Atlantico a inizio Seicento, assisteremmo a un imponente incrociarsi di navi dirette a creare nuovi spazi di conquista o a consolidare la presa su conquiste già avvenute.

I Caraibi costituivano infatti uno snodo cruciale nel commercio triangolare tra Europa, Africa e Nuovo Mondo, la seconda come bacino di rifornimento per il commercio degli schiavi, spesso venduti agli europei da popolazioni locali che li avevano sconfitti in battaglia, mentre il terzo come meta dove questi sarebbero stati destinati al lavoro nei campi.

Persino il Granduca di Toscana Ferdinando I nel 1608 inviò una spedizione esplorativa in Guyana, nell’ambito di un ambizioso progetto di colonizzazione che sarebbe presto naufragato in seguito alla sua improvvisa morte.

Questa dinamica ha avuto sulla regione un impatto culturale molto forte i cui segni sono facilmente osservabili ancora oggi. Infatti, se nei Caraibi si è prodotto un ventaglio culturale tutt’altro che scontato, in quella che oggi chiamiamo America Latina per secoli si è registrato il pressoché esclusivo dominio della corona spagnola (fatta eccezione per il Brasile).

Eppure, non è solo una questione di differenti dominatori. In un racconto fantastico dall’evidente piglio ironico, lo scrittore argentino J. L. Borges centra il punto della questione: «Nel 1517 il Padre Bartolomé de las Casas ebbe molta compassione degl’indios che si estenuavano nei laboriosi inferni delle miniere d’oro antillesi e propose all’imperatore Carlo V l’importazione di negri, che si estenuassero nei laboriosi inferni delle miniere d’oro antillesi».

Infatti, nei loro possedimenti continentali gli spagnoli si sono serviti della popolazione indigenza, integrandola nel sistema sociale e dando origine al fenomeno del mestizaje, anche grazie al supporto culturale offerto dalla religione cattolica; si vedano a tal proposito le acute osservazioni riportate dal premio Nobel messicano Octavio Paz ne Il labirinto della solitudine.

Nei Caraibi, invece, l’esigua presenza delle tribù locali è stata subito travolta dalle decine di migliaia di schiavi che nel giro di pochi decenni le potenze coloniali più disparate avrebbero condotto lì dall’Africa. La dinamica, infatti, vedeva l’esistenza di una terra estremamente redditizia combinarsi con una generale mancanza di manodopera.

Degli stimati undici milioni di schiavi trasportati verso le Americhe, per i quali il Nuovo Mondo costituiva tutto meno che una terra da sogno, il 90% sarebbe stato inviato proprio nelle colonie dell’Atlantico centrale e meridionale, anziché in quelle nordamericane (sebbene oggi la storia dei neri statunitensi sia molto più nota).

Un altro intervento tra i più impattanti dal punto di vista demografico e culturale ebbe luogo in Guyana e fu condotto dagli inglesi a partire dal 1838; dopo l’abolizione della schiavitù, infatti, si verificò un abbandono di massa delle piantagioni di canna da zucchero da parte degli ex schiavi neri che non erano più disposti a lavorare lì, nonostante le misure adottate dai britannici per arginare questo esodo. Si trovò quindi la maniera di sostituire gli ex schiavi con lavoratori dal contratto di lavoro vincolato, per lo più provenienti dall’India.

L’arrivo di decine di migliaia di lavoratori indiani portò alla nascita di comunità chiuse che sopravvivono ancora oggi, suscitando un odio razziale all’origine di continue frizioni tra le diverse componenti etniche del Paese, di cui indiani e neri sono le due maggioritarie. Fuori dalla Guyana, nell’isola di Trinidad, lo sguardo dello scrittore indiano V. S. Naipaul registra alcune delle possibili risposte a tale mancanza di dialogo, ossia la chiusura più totale nelle proprie tradizioni o al contrario la cosiddetta mimicry, ossia la tendenza della classe dirigente locale a “scimmiottare” i costumi del dominatore britannico.

Questo è il principale motivo per cui Stati che oggi sorgono sulla costa settentrionale del Sudamerica, come il Suriname di Aphra Behn o la Guyana oggi insidiata dal Venezuela, non devono essere considerati semplicisticamente America Latina, bensì come il risultato di un distinto processo storico e culturale.

Una “faglia” di questo tipo (sulla scia di quelle individuate da Huntington nel suo celebre Lo scontro delle civiltà) si colloca precisamente tra Guyana e Venezuela, due Paesi esponenti rispettivamente dell’anima caraibica e ispano-americana. Nonostante la Guyana sia spesso menzionata come l’unico Stato dell’America Latina in cui si parla inglese, in realtà è più corretto considerare quest’ultima nel novero dei Paesi caraibici.

D’altro canto, la stessa espressione di America Latina altro non è che il prodotto di una fine operazione culturale messa in atto dalla Francia di Napoleone III durante il suo tentativo di conquista del Messico (l’operazione culturale sarebbe stata di gran lunga più efficace di quella militare) per inserirsi tra le potenze occidentali legittimate a esercitare una qualche influenza di tipo politico e militare sull’America centrale e meridionale, tagliando invece fuori l’America anglosassone settentrionale in quanto distante, sempre a detta dei francesi, per lingua, cultura e valori.

Prima era normale riferirsi a quei territori con il nome di Hispanoamérica (America Ispanica), e la linea di demarcazione tra questa e la regione caraibica rende conto della recente disponibilità manifestata dal Regno Unito ad impiegare la Royal Navy per soccorrere la piccola Guyana in caso di un concretizzarsi delle minacce di Nicolás Maduro.

Visita a Brasil del presidente de Venezuela, Nicolás Maduro, durante una declaración a la prensa, en el Palacio Presidencial en Brasilia. Valter Campanato/ABr, CC BY 3.0 BR https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/br/deed.en, via Wikimedia Commons

La nascita in un mondo incontaminato del caraibico come «novello Adamo»

Parlare di un’identità comune caraibica sarebbe altamente impreciso, ma non del tutto scorretto in virtù di un’eredità storica condivisa. Infatti, se da una parte oggi i caraibici tendono a pensarsi distinti in guyanesi, dominicani, giamaicani, dall’altra le West Indies avevano fatto complessivamente parte dell’Impero britannico e sono unite dall’utilizzo dell’inglese come mezzo di comunicazione tra individui appartenenti a comunità molto diverse per lingua e tradizioni.

Non bisogna dimenticare che dopo l’indipendenza ci fu anche il sogno, rapidamente tramontato, di una Federazione delle Indie occidentali. Molte di queste persone, infine, si ritrovarono a vedersi tutte ugualmente caraibiche nel momento in cui, nel secondo Dopoguerra, emigrarono verso l’Inghilterra in cerca di lavoro.

Quelli affrontati sono i motivi per cui i Caraibi, come spiega Jamaica Kincaid in A Small Place (1988), sono anche il luogo dell’ingiustizia, teatro dello sradicamento e dello sfruttamento di intere popolazioni.

I mulatti, «fisico elemento di congiunzione tra una maggioranza africana e una minoranza bianca» (cfr. Bertinetti, Storia della letteratura inglese, Vol. II), nascevano dagli stupri subiti dalle schiave. Dal canto loro, i soldati caraibici di colore che parteciparono alla prima guerra mondiale tra le fila dell’Impero britannico si accorsero di essere discriminati più pesantemente dei neri nell’esercito statunitense e persino dei Senegalesi nell’esercito francese.

Tuttavia, la storia dell’ingiustizia che caratterizza la vita in queste terre non deve essere confinata al passato, poiché proseguita fino al presente. Basti pensare alla situazione di Stati come Haiti, notoriamente il più povero dell’emisfero occidentale. Se sul fronte sociale ancora devono essere fatti importanti passi avanti, in ambito culturale si iniziano a percepire movimenti che sembrano destinati a superare la centenaria storia di conflitto.

Lo scrittore guyanese Wilson Harris vede la ricchezza della scrittura caraibica proprio nella sua multiculturalità, nell’incrocio tra culture diverse, dove il nuovo scaturisce di volta in volta da un ibridismo che scavalca e fonde insieme le diverse componenti specifiche.

Una nota di speranza per il futuro può essere infine rintracciata nel pensiero del poeta Derek Walcott, nato a Santa Lucia. Considerato uno dei maggiori poeti contemporanei di lingua inglese insieme a Seamus Heaney, questi contrappone al «paesaggio» ingombro delle macerie della storia che il poeta europeo ha davanti agli occhi quello illuminato dai lucenti colori della natura caraibica.

Anche lo scrittore caraibico può essere quindi ossessionato dalla distruzione che la storia ha attuato nei confronti del suo passato (come l’«amore delle macerie» di cui parla il filosofo tedesco Walter Benjamin), ma ha la possibilità di trascenderlo, di abitare un mondo «senza storia» che costruisce nella sua immaginazione grazie al rapporto diretto con la natura; e in questo «nuovo» mondo il poeta, simile a un Adamo del linguaggio, «dà un nome alle cose», riappropriandosi dell’amaro ricordo del suo passato per compiere uno slancio del presente.

Foto in evidenza: Par MONNIN Jacques — Campagne de numérisation des Musées départementaux de la Haute-Saône, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29579214

Stefano Dal Canto

Studente di Lingue e letterature straniere presso l’Università di Pisa e allievo del corso ordinario di Filologia, letteratura italiana e linguistica della Scuola Normale Superiore di Pisa. Inseguo un tipo di cultura capace di uscire dai grigi studioli accademici per suscitare un riscontro concreto nella realtà che ci circonda. Per Aliseo scrivo articoli dal taglio prevalentemente storico e sociologico, con una particolare predilezione per l'America Latina.

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