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Ceuta e la fragilità del modello europeo di gestione delle migrazioni

Ceuta e la fragilità del modello europeo di gestione delle migrazioni

La crisi di Ceuta riaccende le tensioni tra Madrid e Rabat e solleva interrogativi sulla capacità dell’Europa di gestire i flussi migratori senza dipendere dai partner esterni

La crisi migratoria di Ceuta del 31 luglio ci ricorda quanto sia sottile l’asse di cooperazione tra Rabat e l’Europa, Spagna in primis: la struttura, solo formalmente bilaterale, del meccanismo di gestione dei migranti porta ben presto ad una dinamica di ricattato e ricattatore, in cui le pedine sono, tristemente, esseri umani.

Travagliata è stata la quantificazione numerica del flusso illegalmente penetrato nel territorio sovrano spagnolo sulla costa nord-africana; assestatosi, nella serata dello stesso giorno, sulla cifra dei 60 mila, al termine di una giornata caratterizzata da forte speculazione sull’entità numerica del fenomeno, e in cui le procedure di rimpatrio e gestione dell’ordine pubblico sono ancora parzialmente in corso.

Causa parziale della crisi è stata la sentenza dell’8 luglio 2026 della Corte Suprema spagnola, che ha revisionato un istituto cardine per la conduzione della sicurezza di confine dell’enclave: la politica della “devolución en caliente” (il respingimento immediato, senza procedura di identificazione o valutazione individuale, di chi viene intercettato nell’atto di superare la frontiera) applicata, per interpretazione della Corte, ora ai soli casi di violazione fisica delle barriere e recinzioni, e non a coloro che arrivino via mare aggirando la diga frangiflutti.

La sua assenza ha creato una falla sfruttabile dai singoli migranti e dalle reti di traffico.

Questa distinzione legale pare essere uno dei tasselli che possano spiegare un tale assalto di quella che resta la zona più militarizzata della Spagna.

Diretto è però il collegamento tra la crisi e l’importante visita di Pedro Sanchez ad Algeri del 20 luglioriconciliazione attesa dopo quattro anni di cessazione dei rapporti in seguito all’appoggio spagnolo al riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, riavvicinamento visto come preoccupante dai vertici di Rabat in un periodo di prolungate tensioni tra i due Paesi.

Non è da ignorare, nel merito, la posizione presa dal Marocco: artefice, nei fatti documentati, di un momentaneo rilassamento delle frontiere in direzione spagnola, tramutatosi, in brevissimo tempo, in una fiumana incontrollata di giovani uomini in direzione della rocca più presidiata del Nordafrica.

Non è la prima crisi migratoria intercorsa in questo complesso angolo di Maghreb, che nella storia recente aveva già dato vita a fenomeni di sfondamento di massa dei confini, seppur numericamente più limitati.

È stato il caso dell’irruzione migratoria, sempre a Ceuta, nel 2021, collegata alla presenza del leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali, in Spagna, per ricevere cure mediche, o di quanto accaduto nel giugno 2022 a Melilla, — l’altra enclave spagnola in territorio marocchino —  frutto della malagestione combinata di ambo le autorità di frontiera, che portarono a una strage di migranti nel numero delle decine.

Così il Marocco utilizza lo strumento dell’allentamento (o meno) delle proprie frontiere per operare una pressione politica sui Paesi europei, collegandone l’apertura o meno alle azioni politiche percepite come “ostili” da parte dell’Ue e dei suoi singoli Stati membri (si pensi ai passi verso un riconoscimento politico del popolo Sahrawi o all’espansione delle forniture energetiche algerine).

La migrazione come arma geopolitica

Né si può dire che il Marocco sia stato l’unico Paese, nel recente passato, a condizionare il transito migratorio in direzione europea all’ottenimento di benefici economico-politici: la crisi 2015-2016 al confine tra Turchia e Grecia, risoltasi con un esborso di sei miliardi di euro di fondi europei in favore della Turchia. Un ulteriore precedente fu la riapertura delle frontiere turche decisa da Erdogan il 29 febbraio 2020, che portò a un braccio di ferro con Bruxelles sul rispetto dell’accordo esistente, in cui la Turchia ottenne una rinegoziazione delle previsioni originarie.

O invece la breve, quanto improbabile, crisi migratoria tra Polonia e Bielorussia del 2021, in cui migranti di origine mediorientale furono fatti pervenire in Bielorussia e contestualmente trasportati da Minsk al confine con la Polonia con la falsa promessa di accesso nell’Ue.

Mossa spinta dal mancato riconoscimento internazionale della validità delle elezioni bielorusse di quell’anno, un tentativo di guerra ibrida dichiarata dal dubbio successo strategico, ma particolarmente caotico in un contesto non abituato alla gestione ordinaria dei flussi di migranti come il confine orientale.

Stupisce, invece, la fragilità del sistema migratorio e di transito Schengenopera magna dell’Ue, che ha però visto un complesso percorso di adesione, culminato solo nel 2025 con la sua completa estensione a tutti i 27 Stati membri.

La sua applicazione è negli anni stata alterna: sospeso a più riprese dalla Germania e dai Paesi del Visegrad, nel corso dell’ultimo decennio in concomitanza con il fenomeno migratorio della “rotta dei Balcani”; e adesso unilateralmente sospeso dall’Italia (con Svezia, Finlandia e Repubblica Ceca che valutano soluzioni analoghe) nei confronti della Spagna.

Fatto gravissimo, che oltre ad aver creato una crisi diplomatica immediata tra i due Paesi, rappresenta un unicum nella gestione della questione migratoria europea, che solleva forti preoccupazioni sulla tenuta a lungo termine di un accordo di tale natura, sul rispetto dei patti e della capacità di risposta alle crisi regionali.

Poco importa la natura stessa di Ceuta, esplicitamente non rientrante nell’ambito di applicazione del trattato Schengen, le scelte operate dalle principali capitali europee, (almeno quelle di esse a conduzione conservatrice) sembrano spingere nella direzione di un isolamento politico spagnolo, da tempo trovandosi in controcorrente con gli altri Paesi membri sui principali dossier di interesse nord-atlantico: dall’opposizione di Sanchez al piano di riarmo europeo auspicato dalla Nato, alla forte opposizione del Paese all’azione militare americana in Iran.

Non è mancata la replica del premier spagnolo, dopo aver dichiarato che il massiccio arrivo di migranti irregolari a Ceuta rappresenta una grave crisi per la Spagna e per l’Europa, ha promesso di ristabilire rapidamente l’ordine con il dispiegamento dell’esercito e delle forze di sicurezza, cosa avvenuta.

Sanchez ha altresì risposto su X citando dati Frontex sugli ingressi irregolari 2021-2026 per rotta, con l’Italia (478.600) ben davanti alla Spagna (234.760) come punto di ingresso irregolare.

Nel frattempo, resta il nodo dell’impostazione stessa con cui gli Stati ed organismi europei concepiscono la gestione migratoria, ossia come un “appalto” affidato ai Paesi partner fuori dal blocco, dietro pagamenti o concessioni economiche, politiche o securitarie.

La semplicità con cui questi Paesi rivolgono i flussi migratori come moneta di scambio politica dovrebbe però farci riflettere sulla sostenibilità sul lungo termine di un tale approccio.

Da ultimo resta da scoprire — in piena induttività —, se questa crisi migratoria sia da attribuire a una serie di eventi tra loro sì prodromici e coordinati, o se non vi sia stata qualche forma di accondiscendenza americana sull’operato marocchino, in luce del recente posizionamento politico spagnolo, che risulterebbe anche dalle aspre critiche coordinate alla Spagna da parte dell’amministrazione Trump e di figure di spicco repubblicane, oltre che, ça va sans dire, dei rappresentanti israeliani.

Viene, ossia, da chiedersi se tutto ciò sia il frutto di un tentativo transatlantico di rimettere in linea un suo partner “ribelle”, ricorrendo a una forma di pressione politica rivelatasi particolarmente fruttuosa nel recente passato.

Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4f/Syrian_refugees_having_rest_at_the_floor_of_Keleti_railway_station._Refugee_crisis._Budapest%2C_Hungary%2C_Central_Europe%2C_5_September_2015.jpg

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Mariano Mancone

Mariano Mancone

Studente laureando in Giurisprudenza con focus sui processi giuridici europei ed internazionali. Passione per il giornalismo analitico, specialmente per gli aspetti commerciali e di approviggionamento risorse tra stati, con particolare attenzione alle aree MENA ed ex-Urss. Appassionato di fotografia e viaggi in contesti politici complessi, utilizzo lo strumento geopolitico per raccontare la realtà a cui assisto.

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