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Le relazioni tra Cina e Vaticano: dall’inverno alla (quasi) primavera diplomatica?

Le relazioni tra Cina e Vaticano: dall’inverno alla (quasi) primavera diplomatica?

Le relazioni tra Cina e Vaticano passano per le sfide della questione taiwanese, l'accordo sulla nomina dei vescovi e la condizione dei cristiani

Da tempo immemore, la Santa Sede intesse relazioni diplomatiche. Da tempo immemore, l’ars diplomatica pontificia, poliedrica e sui generis, come sovente viene definita, si declina attraverso l’attività dei suoi messaggeri.

Da tempo immemore, plasmando e adattandosi al mutevole mare magnum internazionale, essa perpetua ed esporta la sua missione spirituale originaria: modellare una pace durevole attraverso il dialogo, la comprensione e la cooperazione fra i popoli.

Attualmente la Santa Sede cura relazioni ufficiali di tipo bilaterale con 184 Stati, e nel novero non è inclusa la Cina. L’assenza di una formale conciliazione fra il Vaticano e la Terra del Dragone ha rappresentato per decenni, e rappresenta ancora, seppur in maniera più sfumata, motivo di tedio per i due attori, a tal punto da generare una dicotomia fra due dimensioni all’apparenza inaccostabili.

Spiegare le ragioni addotte in merito equivale a fare un’analisi multilivello permeando molteplici settori: culturale, religioso, politico-diplomatico, geopolitico. L’analisi che segue, infatti, si pone come scopo precipuo quello di scandagliare le primarie cause di frizione fra le parti e far intendere, ora come ora, quanto sia importante non chiudere il canale dell’ascolto a favore di un mutuo riavvicinamento fra Occidente e Oriente.


Taiwan e le relazioni tra Cina e Vaticano

Definito nel 1949, il “Principio di una sola Cina”, alla luce del quale l’indissolubilità del Paese è qualcosa di ineluttabile, determina tuttora una stancante triangolazione fra Santa Sede, Taiwan e Cina continentale. Classificato come “Stato fantasma”, Taiwan viene ufficialmente riconosciuto dalla Santa Sede nella quale vede l’unico solidale interlocutore a livello europeo da più di 80 anni.

Il lontano, ma non troppo, 1971 registra la perdita, per l’isola, del seggio all’Onu rimpiazzato con quello della Repubblica Popolare Cinese, istigando la stessa Santa Sede a degradare il rango della missione diplomatica presente a Taipei, ponendovi alla testa non più un nunzio, bensì un incaricato d’affari ad interim. Da allora la situazione rimane inalterata.

Se si tiene a mente, inoltre, che sino a oggi nessun Papa nella storia è mai approdato sull’isola, si avverte come tenere le redini taiwanesi, da un lato, e quelle cinesi dall’altro, sia diventata una “sfacchinata diplomatica” da parte dello Stato Pontificio. In effetti, si è segnalato sovente un timore diffuso in merito al destino a cui Taiwan potrebbe andare incontro qualora le relazioni sino-vaticane dovessero ulteriormente distendersi. 

Timore che viene subito dissipato se si considera, in primis, che questa sorta di “entente cordiale” con la Cina procede, ma fortemente a rilento, non priva di battute di arresto; in secundis l’Accordo Provvisorio sulla nomina dei vescovi, siglato nel 2018, ha un carattere esclusivamente religioso e non diplomatico; in tertiis, abbandonare Formosa equivarrebbe, per il Vaticano, a rinnegare un lungo passato di intima collaborazione con la stessa.

La provincia ribelle è un potpourri di religioni, testimonianza di un vincente quanto salubre connubio fra democrazia e libertà di culto, quest’ultima peraltro fissata dalla stessa Costituzione. Condizione, questa, che potrebbe rivelarsi vantaggiosa, almeno negli auspici della Santa Sede, facendo di Taiwan un modello da esportare anche verso il Celeste Impero. Ma nella pratica vale il contrario.

La lettera dei buoni auspici

In disparte dal coefficiente prettamente geopolitico, inopinabile in virtù anche di una più aggressiva retorica cinese in merito, ciò che è nella sostanza il “tallone d’Achille” per ambedue le parti – e che pesa maggiormente sul piatto della bilancia – riguarda le nomine episcopali.

“Il Papa, quando concede il mandato apostolico per la nomina di un Vescovo, esercita la sua suprema autorità spirituale: autorità ed intervento, che rimangono strettamente nell’ambito religioso. Non si tratta quindi di un’autorità politica, che si intromette indebitamente negli affari interni di uno stato e ne lede la sovranità”. Così è riportato nella lettera del 2007 di Papa Benedetto XVI indirizzata ai cattolici cinesi, limpida espressione della buona volontà di avviare un “dialogo rispettoso e costruttivo” con la Terra di Mezzo.

In tre righe emergono tre direttrici fondamentali: la rivendicazione pontificia della propria potestà di nomina, lo sgomento cinese in merito alla potenziale ingerenza negli affari interni dello Stato e l’esclusione dell’accezione politica nell’operato papale.

Ed è soprattutto quest’ultimo punto ad essere rimarcato. Per la sua anatomia atipica, la diplomazia pontificia si trova su un piano differente rispetto a quello della diplomazia degli Stati, e in virtù di ciò esclude qualsivoglia competenza politica.

Nel “Discorso di Sua Santità Paolo VI ai componenti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede” pronunciato il 12 gennaio 1970, si legge: “La Chiesa per questa sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le varie comunità umane e le diverse nazioni, purché queste abbiano fiducia in lei e riconoscano lealmente la vera sua libertà in ordine al compimento della sua missione”.

L’Accordo Provvisorio sulla Nomina dei Vescovi del 2018, rinnovabile ogni due anni, il cui testo ancora rimane sconosciuto, sotto il pontificato di Papa Francesco si pone come inveramento di quanto palesato 17 anni prima in quella lettera. Seppur disatteso più volte dalla Cina, che ha nominato arbitrariamente i vescovi senza il placet pontificio, complessivamente la sua impalcatura dimostra di aver retto alle onde d’urto. Prossimo alla scadenza, al momento non sussistono condizioni tali per cui non debba essere rinnovato.

I cattolici di Cina e gli scenari futuri

Il fattore Taiwan e il fattore sulle nomine episcopali sono quelli che maggiormente rallentano la comprensione fra i due attori. Ma sono solo due delle tante tessere che compongono il mosaico. L’attuale coabitazione fra una Chiesa ufficiale, fedelissima a Xi Jinping, e una Chiesa “underground”, riconosciuta dal Vaticano, che si traduce in una costrizione alla clandestinità di quest’ultima, è un altro problema pendente.

Il processo di sinizzazione funge da strumento con il quale l’ossessiva morsa del Partito Comunista stringe la presa: l’organizzazione internazionale cristiana China Aid annualmente, attraverso dettagliati report, dipinge il cagionevole stato di salute delle comunità religiose in Cina, perennemente vittime di brutali abusi.

Per il 2023 ha pubblicato un rapporto in cui raggruppa i dieci casi più significativi di persecuzioni religiose, il cui minimo comun denominatore è la gravità che le caratterizza. E la Santa Sede continua a manifestare la sua apprensione in merito.

La consonanza fra le prospettive rimarrà ancora un cantiere aperto, luogo in cui le due parti dovranno sforzarsi di comprendersi l’un l’altra. Al momento non si può parlare di “primavera” e né tantomeno di “primavera prettamente diplomatica”. L’inverno è ormai passato ma, in questa fase, pare più corretto parlare di stagione autunnale.


Per quanto la Cina ambisca a delle formali relazioni diplomatiche con la Santa Sede, questa opzione non è attualmente contemplabile. Il terreno non è abbastanza fertile e mancano le premesse per far sì che ciò avvenga. Di conseguenza l’incontro fra i due mondi può verificarsi solo con il dialogo e una discreta dose di buona volontà.

Foto in evidenza: By Karelj – Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15046171

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Ilaria Valle

Ilaria Valle

Nata a Sassari nel 2001, nel 2020 decido di addentrarmi nel mondo diplomatico, laureandomi tre anni dopo in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna. Attualmente frequento il secondo anno del corso magistrale in Relazioni Internazionali all'Università Sapienza di Roma. Sono una grande appassionata di geopolitica e di diplomazia: la prima è una chiave di lettura del mondo che scava ben oltre la superficie; la seconda rende la parola uno strumento estremamente potente di conciliazione. Attraverso la scrittura, cerco di nobilitare due discipline che ancora oggi sono vittime di pregiudizi.

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