Il primo novembre scorso, dopo una serie di rinvii nel corso del 2025, è stato riaperto al pubblico il Grand egyptian museum (Gem) del Cairo, il più grande museo egizio al mondo che custodisce una delle più imponenti collezioni archeologiche mai dedicate a una singola civiltà.
Con i suoi 500 mila metri quadrati alle porte delle piramidi di Giza, il Gem non rappresenta soltanto un polo culturale e turistico, bensì costituisce un vero e proprio asset geopolitico, un sofisticato strumento di diplomazia culturale attraverso cui l’Egitto proietta la propria identità e influenza sulla scena internazionale.
Come sottolineato dalle stesse autorità egiziane, il museo non è pensato semplicemente come una vetrina sul passato, ma come una piattaforma globale di dialogo interculturale, capace di raccontare al mondo la storia e la continuità del popolo egiziano e di rafforzare la narrativa di un Paese stabile, moderno e culturalmente centrale nella regione mediorientale.
Con oltre 100 mila reperti che coprono l’intera storia dell’antico Egitto, tra cui la collezione completa dei tesori del Faraone Tutankhamon, esposta insieme per la prima volta dopo anni di restauro, il Gem offre un’esperienza immersiva che unisce autenticità archeologica, tecnologie digitali e installazioni multimediali.
Questa combinazione di tradizione e innovazione non soltanto valorizza un patrimonio unico al mondo, ma consente all’Egitto di utilizzare la propria eredità come leva di soft power, rafforzando la sua immagine di culla della grande civiltà egizia e riaffermando la propria rilevanza strategica nei nuovi equilibri regionali.
La stessa inaugurazione, alla quale il governo ha invitato numerosi ministri del turismo da tutto il mondo, inclusa la presenza italiana del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, dimostra come il Gem venga impiegato come palcoscenico diplomatico, studiato per consolidare relazioni, attrarre investimenti e promuovere un Egitto culturalmente influente e politicamente solido, doti essenziali per rispettare le ambizioni del Cairo di affermarsi come punto di riferimento nella regione.
Il patrimonio archeologico tuttavia, non viene sfruttato unicamente come una delle molte “immagini di copertina” per accrescere lo status dell’Egitto. Infatti, già nei primi anni Duemila sotto la presidenza di Hosni Mubarak, le autorità egiziane, cappeggiate dal famoso egittologo Zahi Hawass, comunicano ufficialmente al British Museum di Londra la volontà di rientrare in possesso della famosissima Stele di Rosetta.
A ciò si uniscono, in periodi più recenti, le richieste avanzate sempre dallo stesso Hawass di ottenere la restituzione di numerosi altri reperti egizi, tra cui figurano: il busto di Nefertiti, il soffitto dello Zodiaco di Dendera e addirittura l’obelisco del Tempio di Luxor, ora posizionato nella centralissima Place de la Concorde di Parigi.
Tali richieste vengono avallate e utilizzate dal Cairo come strumento di pressione contro le ex potenze coloniali, Regno Unito e Francia in testa, in modo tale non solo da presentare l’Egitto come un Paese geloso della propria storia, ma anche come ex nazione colonizzata desiderosa di affrancarsi totalmente dalle passate sottomissioni coloniali occidentali.
Le rivendicazioni dei reperti storici egizi e il Gem sono tuttavia solo una delle componenti di una più ampia strategia attraverso cui l’Egitto trasforma il proprio patrimonio archeologico e culturale in uno strumento di proiezione internazionale.
Cinema, media e istruzione: i pilastri dell’influenza culturale egiziana
Pur non essendo uno dei Paesi economicamente e militarmente più potenti del pianeta, l’Egitto è sempre riuscito a dare una positiva immagine di sé, influenzando favorevolmente la percezione nei propri confronti. Soprattutto nel mondo arabo, ciò è abbastanza evidente grazie al ruolo della florida industria cinematografica, la quale sin dall’inizio del XX secolo, ha conosciuto un certo sviluppo e apprezzamento nella regione.
Le prime proiezioni risalgono addirittura alla fine dell’Ottocento, praticamente in concomitanza con la più sviluppata e tecnologica Europa, mentre il periodo d’oro del cinema egiziano è rappresentato dall’arco temporale che va dagli anni Quaranta fino agli anni Sessanta, quando l’Egitto era in grado di sfornare attori di caratura internazionale come Omar Sharif, Faten Hamama e Soad Hosny, rendendosi inoltre protagonista della produzione di quasi l’80% di tutto il materiale cinematografico arabo del periodo.
Oggi Il Cairo ha perso la propria egemonia in questo settore, scalzato dall’industria delle serie Tv turche, alcune delle quali raggiungono un notevole grado di popolarità e dall’Arabia Saudita la quale, grazie alle superiori dotazioni finanziarie non solo riesce ad attrarre maggiori capitali in campo cinematografico, ma detiene anche il controllo su numerose emittenti satellitari di diffusione regionale come: Mbc, Thikrayat Hd e Rotana.
Nonostante ciò, negli ultimi anni, l’Egitto del Presidente Abdel Fattah Al-Sisi è tornato a investire nella propria industria cinematografica, al fine di presentare al mondo un’immagine moderna e dinamica di sé. Questo grazie alla grande popolarità di numerosi attori egiziani come Ahmed Ezz, Karim Abdel Aziz e Mohamed Ramadan, protagonisti di svariati film e serie Tv d’azione, in grado di presentare una nuova prospettiva dell’Egitto al grande pubblico. Di grande successo, anche fuori dai confini egiziani sono il film El Khaleya uscito nel 2017 e la serie Tv Al Ekhteyar, uscita nel 2020.
Un altro importante strumento di soft power per l’Egitto è indubbiamente l’istruzione. Nel mondo arabo, nonostante la competizione proveniente dai Paesi del Golfo, il comparto accademico egiziano ha sempre rappresentato un importante polo culturale e di formazione altamente rinomato.
Le università egiziane offrono la possibilità di apprendere i fondamenti del pensiero politico arabo contemporaneo e i modelli amministrativi e culturali egiziani. Le eccellenze in campo accademico permettono all’Egitto di attrarre studenti da tutto il Medio Oriente, Africa e “Asia mussulmana” e oltre a ciò, le proprie università offrono numerose borse di studio in facoltà mediche, ingegneristiche e politologiche a studenti di tutto il mondo, provenienti in particolare dal continente africano.
Ciò permette all’Egitto di influenzare la formazione di numerose classi dirigenti, traendone potenziali vantaggi di tipo geopolitico. A ciò non va dimenticato che nel Paese, oltre alle ottime università laiche come la Cairo University, la Alexandria University e la Ain Shams University, risiede una delle più importanti, storiche e famose università non solo del mondo arabo, ma anche di quello mussulmano.
L’Università di Al-Azhar è probabilmente il centro di formazione islamica sunnita più prestigioso al mondo, dal quale vengono formati migliaia di imam, bandite borse di studio e definite le linee dottrinali religiose fondamentali dell’Islam.
Non è un caso che il Presidente Al-Sisi, dopo aver consolidato il proprio potere sul Paese, già nel 2014 ha invitato le istituzioni religiose, compresa l’Università di Al-Azhar a moderare la propria linea di pensiero al fine di contrastare le ideologie estremiste, emerse a seguito delle Crisi egiziana a cavallo tra il 2011 e il 2014.
L’Egitto tra proiezione di stabilità e problematiche interne
In questi ultimi mesi, Il Cairo è stato in prima linea negli sforzi diplomatici per cercare di raggiungere una pace duratura tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. Questo ruolo di mediatore, riconosciuto da entrambe le parti e dalla comunità internazionale, oltre che dagli attori regionali è frutto anche della postura e dell’immagine che l’Egitto è riuscito a dare di sé in questi ultimi anni.
Immagine di un Paese indubbiamente forte, che spende diversi miliardi di dollari all’anno per il rinnovamento delle proprie Forze armate e che è conscio del fatto che il solo soft power non è sufficiente per essere considerato un mediatore e un player credibile nella regione.
Ciò che non va sottovalutato, degli elementi precedentemente presi in esami, è l’incredibile capacità di mascherare gli aspetti più problematici dell’Egitto, lacerato internamente da una popolazione in costante crescita demografica, priva di strutture sanitarie adeguate e fortemente concentrata nella capitale, la quale conta oramai quasi 30 milioni di persone; da una pesantissima crisi economica, accentuata negli ultimi anni dalla Guerra a Gaza; e dalla conseguente instabilità del Mar Rosso, oltre che dalle infiltrazioni jihadiste nella Penisola del Sinai, mai veramente debellate.
Nonostante ciò, le operazioni di image laudering eseguite dal settore archeologico, cinematografico e culturale riescono, insieme ai più noti strumenti di hard power, ad alterare la fotografia dell’Egitto odierno, rendendolo un attore credibile e autorevole in grado di ospitare sul proprio territorio, nello specifico a Sharm El-Sheik, il primo grande vertice internazionale per porre fine alla guerra tra Israele e Hamas.
Nonostante l’assenza degli attori direttamente coinvolti nel conflitto, il vertice è stato un momento di incontro e scambio tra i leader occidentali e del mondo arabo, utile per fissare le basi per un più esteso e strutturato progetto di pace per il Medio Oriente all’interno del quale Il Cairo, insieme a Doha, Ankara e Washington, fungerà da garante politico e securitario. A confermare l’apprezzamento internazionale per il proprio operato, Al-Sisi ha incassato l’endorsment di numerosi leader del mondo arabo e del Presidente americano Donald Trump.
Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/39/Museo_Egipcio%2C_El_Cairo%2C_Egipto%2C_2011-09-25%2C_DD_01.JPG; immagini presenti nell’articolo: 1) https://en.wikipedia.org/wiki/Omar_Sharif#/media/File:Lawrence-of-Arabia-3.png
