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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato al futuro degli Stati Uniti. 14 analisi per capire l’America, dalla geopolitica alla crisi interna

Come Teheran ha trasformato Hormuz in un mito nazionale

Come Teheran ha trasformato Hormuz in un mito nazionale

Dal controllo di Hormuz al diritto di arricchire l’uranio: l’Iran ha costruito una narrazione che rende sempre più difficile accettare concessioni

Il testo del Memorandum of Understanding tra Iran e Stati Uniti firmato venerdì 19 giugno, e di fatto violato definitivamente il 7 luglio con la ripresa delle ostilità, ha mostrato le difficoltà e le divergenze nelle trattative tra le due parti.

Sebbene i punti su cui si è dialogato fossero molto vaghi, si possono ipotizzare i dossier più rilevanti per le parti in gioco.

Questi sono per entrambi la questione relativa al controllo dello Stretto di Hormuz, vitale per il dominio americano sui mari e bottino di guerra per la Repubblica Islamica e il tema del programma nuclearecasus belli degli ultimi due conflitti aperti. 

L’analisi della comunicazione dei vertici e dei media iraniani non è un puro esercizio tecnico, ma serve a capire su quali obiettivi punti il governo iraniano per legittimarsi di fronte alla propria popolazione e offre una spiegazione al deragliamento delle trattative.

Come emerso anche dalle lettere dei soldati iraniani durante la guerra con l’Iraq (1980-1988) e oggi in diverse interviste locali, tra i sentimenti prevalenti negli iraniani vi è proprio il nazionalismo e l’amore per la patria, i quali difficilmente perdonerebbero l’accettazione di condizioni assimilabili alla resa.

Il mito della conquista di Hormuz

Dall’inizio del conflitto il 28 febbraio, tra le prime mosse dell’Iran c’è stata la chiusura unilaterale dello Stretto di Hormuz.

Questo è avvenuto il 1° marzo, con l’annuncio da parte della marina Sepah che proibiva il passaggio a navi di qualsiasi tipo attraverso la minaccia dell’uso della forza contro i contravventori.

Non sono pochi i casi di navi commerciali colpite dalla marina dei Pasdaran per aver violato il blocco. Da ultimo, il 18 agosto un proiettile iraniano ha colpito la sala motori di un cargo che transitava presso le acque territoriali omanite.

Col tempo, i Pasdaran hanno costruito un sistema di gestione dello Stretto attraverso la comunicazione di un corridoio sicuro e il passaggio di poche selezionate navi battenti bandiera amica che è stato testato già durante il conflitto aperto e che si è istituzionalizzato a maggio con la creazione del Persian Gulf Straith Authority (Pgsa).

La costituzione dell’ordine giuridico è avvenuta a seguito della conquista militare dello spazio del Golfo Persico, di fatto confermando la regola secondo la quale sono i rapporti di forza a informare il diritto, costruendo un nuovo complesso normativo locale che scavalca quello internazionale. 

Intorno alla “conquista di Hormuz” è stata subito messa in atto una mitizzazione dell’eventoManifesti che celebrano il potere iraniano sul Golfo Persico e la parata del barchino veloce d’assalto Rajab 27 a Piazza Enghelab mostrano una cultura simbolica visuale capace di mitizzare l’impresa militare e legittimare la conquista agli occhi del popolo.

In occasione della festività nazionale della “Giornata del Golfo Persico” che celebra la cacciata dei portoghesi dalla regione a opera dei Safavidi nel 1622, lo scorso 30 aprile, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha affermato che «il futuro del Golfo sarà senza gli Stati Uniti», stabilendo una netta relazione tra l’evento storico e il presente.

Il Teheran Times racconta l’impresa safavide come una vittoria dell’Islam e dei popoli che abitano la regione, in cui Hormuz «è culla di antiche civiltà, un vibrante crocevia culturale e una meraviglia naturale brulicante di vita» e «le isole del Golfo hanno a lungo svolto un ruolo cruciale come avamposti commerciali di collegamento tra Oriente e Occidente, plasmando i destini degli imperi». 

A completare il quadro vi è la maniera in cui viene posta la questione dei pedaggi. Questi vengono smentiti anche dalla stessa Repubblica Islamica, ribrandizzati come tasse per “servizi e protezione ambientale”.

L’inclusione dell’Oman nel Pgsa segnala il tentativo di comunicare il nuovo ordine come basato su caratteri concreti: Hormuz appartiene all’Iran e all’Oman, che ne occupano geograficamente le sponde e il pagamento dei pedaggi è giustificato dall’erogazione dei servizi.

Il diritto ad arricchire uranio

Anche la questione nucleare è stata oggetto di importante narrazione. Sappiamo che il programma atomico iraniano origina già dai tempi dello Shah, ma è dagli anni duemila, in particolare durante la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, che diventa un argomento centrale nel dibattito interno ed esterno.

Ostracizzato da Stati Uniti e Israele, è proprio nel mentre delle ultime due trattative sul nucleare che le due potenze hanno mosso guerra diretta all’Iran.

Per l’Iran, la questione nucleare non si esaurisce esclusivamente in ambito militare, ma è necessaria per mantenere la propria integrità e proiettare l’immagine di grande potenza rispettabile. La frase che viene ripetuta più spesso dai negoziatori iraniani è «l’Iran ha diritto ad arricchire uranio». 

Sebbene possa sembrare un modo per garantirsi il proseguimento del programma nucleare al fine di costruire la bomba, la scelta delle parole segnala il desiderio della Repubblica Islamica di essere finalmente trattata al pari delle altre potenze.

Tali dichiarazioni espongono il governo a una rappresentazione importante di sé, sia nei confronti delle altre potenze mondiali che dei propri cittadini. Piegarsi in maniera umiliante sul programma nucleare, ad esempio cedendo l’uranio agli Stati Uniti, di fatto farebbe perdere ogni credibilità alla Repubblica Islamica.

Il fatto che il governo iraniano celebri e glorifichi a tal punto i successi ottenuti durante il conflitto è un indicatore che sarà molto difficile che questo possa concedere sui due temi.

Le proteste e l’opposizione di una parte della popolazione al MoU, lasciano ancora intendere il carattere massimalista di parte della nazione, che, fiera del successo militare, ora vuole che gli sforzi e la sofferenza siano valsi risultati concreti. 

Alla luce di ciò, le due questioni, sebbene siano presentate insieme come legittime richieste da parte dell’Iran, possono portare l’una all’esclusione dell’altra. La narrazione ideologica, fondamentale per cementificare il potere e il consenso, deve necessariamente fare i conti con il pragmatismo

Sebbene la Repubblica Islamica abbia parecchie carte sul tavolo delle trattative, ciò che conta nel raggiungimento di futuri accordi è la capacità di garantirsi la propria sicurezza.

Date per vuote le promesse statunitensi dopo i due bombardamenti a sorpresa, l’Iran ha compreso la necessità di una deterrenza, che sia quella atomica oppure il controllo di Hormuz, crocevia del commercio mondiale.

Come dichiarato anche dall’attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo Dmitri Medvedev, «Hormuz è l’arma nucleare dell’Iran».

Dalla comunicazione alla realtà

I due obiettivi iraniani si scontrano con gli imperativi statunitensi. La questione della navigabilità di Hormuz è vitale per gli americani ed è quindi difficile pensare che venga concessa l’amministrazione dello Stretto all’Iran.

Al contrario, l’arma nucleare è un dossier meno rilevante per Washington ma vitale per Israele, che risulta sempre un soggetto instabile e propenso alla rottura del cessate il fuoco.

D’altra parte, i vertici della Repubblica Islamica non possono rischiare di mostrarsi deboli di fronte alla propria popolazione. 

A oggi la situazione è estremamente calda. La questione dell’uranio può essere risolta attraverso la diluizione dello stesso da parte degli iraniani, ma il controllo sul Golfo Persico e sullo Stretto, sul quale Teheran sta cercando un accordo con l’Oman, resta un imperativo dell’Iran.

Lo strapotere americano, nonostante la momentanea sconfitta e la carenza di missili intercettori e d’attacco, è sicuramente capace di riprendere le operazioni militari per cercare di riprendere il controllo di Hormuz. D’altra parte, la Repubblica Islamica, che ha dimostrato capacità di resistenza straordinarie, potrebbe rispondere con forza espandendo ulteriormente il conflitto qualora l’intervento statunitense dovesse essere di carattere decisivo.

La breve intensificazione del conflitto dopo il 7 luglio conferma in parte l’incapacità delle parti di arrivare a una soluzione e l’Iran risulta particolarmente ostile a chi osa sfidare il nuovo ordine del Golfo.

L’ostinazione di entrambi gli attori e la necessità da parte dell’Iran di una vittoria quanto meno mediatica lasciano presagire una ripresa degli scontri per la definizione di nuovi equilibri regionali. Sebbene gli Stati Uniti stiano puntando sullo strangolamento economico del nemico attraverso il blocco marittimo, è possibile che la Repubblica Islamica possa ritenere l’embargo statunitense inaccettabile e si stia preparando per una nuova fase di escalation.

La comunicazione dei vertici iraniani toglie spazio alla diplomazia e lascia intendere un atteggiamento marcatamente massimalista, condito da una retorica bellica ricolma di orgoglio nazionale che non permette di accettare un compromesso al ribasso.

Immagine in evidenza: https://en.wikipedia.org/wiki/Pasdar_%28IRGC%29#/media/File:Induction_and_valedictory_ceremony_of_IRGC_Chief_Commander_(069).jpg

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Lorenzo Timitilli

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