Il 1° luglio scorso nella Repubblica Popolare Cinese è entrata in vigore la nuova legge sull’unità etnica e la promozione del progresso.
La stessa vieta atti che «minano l’unità etnica» all’interno del gigante asiatico. Stando alla nuova legge, il mandarino sarà ora applicato ufficialmente come lingua principale all’interno dei contesti pubblici, dagli istituti scolastici agli enti governativi (locali e nazionali).
Secondo le intenzioni ufficiali del Partito comunista cinese (Pcc), il neonato regolamento mira a creare unità e armonia sociale, andando a cementare un’identità nazionale omogenea.
Compito tutt’altro che agevole per un Paese da 1.4 miliardi di persone, che al suo interno ospita ben 56 gruppi etnici differenti, alcuni dei quali con una radicata identità, come gli Uiguri e i tibetani.
