In questo report:
- Come la guerra nel Golfo impatta sull’Asia
- La Cina va a scuola di guerra in Medio Oriente
- Le nuove lezioni sul potere aereo militare
Lo scoppio del conflitto in Medio Oriente è destinato a essere seguito con grande attenzione in Cina, dove i quadri politico-militari si sono dimostrati propensi ad apprendere più lezioni possibili dalla guerra in corso. Le valutazioni sono già iniziate e interesseranno molteplici aspetti: commerciale, diplomatico, politico e, soprattutto, militare.
Un tema senza dubbio centrale nelle considerazioni cinesi sarà la valutazione della performance americana contro l’Iran (e viceversa).
Mentre l’intensa campagna di bombardamenti scatenata dalle forze israelo-statunitensi contro Teheran ha suscitato impressione tra gli osservatori cinesi, un dato positivo per Pechino sta, per il momento, nei numeri impiegati da Washington.
Energia e munizioni, l’Asia alla prova della guerra
L’imponente dispositivo militare americano impiegato contro l’Iran è tale da rendere infatti improbabile per Washington poter combattere due conflitti contemporaneamente. Non solo, ma pone dubbi sulla possibilità di conseguire risultati simili contro un nemico molto più strutturato, moderno e numeroso come la Cina.
Se, per esempio, gli Stati Uniti necessitano di un dispositivo aero-navale così nutrito per avere ragione di un nemico già piegato dalla guerra dei 12 giorni del giugno scorso e deficitario sotto il profilo degli armamenti anti-nave, è lecito domandarsi quali forze Washington dovrebbe schierare per garantirsi il successo contro un nemico ben più temibile quale l’Esercito popolare di liberazione cinese.
Domanda destinata ad aleggiare sui decisori del Pentagono nel prossimo futuro, insieme alle considerazioni se tali forze siano effettivamente disponibili e mantenibili.
Un altro aspetto centrale è l’elevato attrito logistico. Le Forze armate americane stanno infatti “bruciando” materiale militare a un ritmo estremamente sostenuto. In particolare, munizioni di vario genere (bombe, compresi i modelli più sofisticati pensati per eliminare obiettivi sotterranei, e missili) e intercettori anti-missile e anti-drone.
Il Pentagono ha già fatto trapelare le proprie preoccupazioni circa lo svuotamento delle riserve strategiche di questo genere di strumenti bellici, paventando il rischio di aprire lacune pericolose su altri fronti.
Il tema investe anche gli alleati degli Stati Uniti, verso i quali si vocifera che Washington abbia bloccato ogni fornitura per dare la priorità alla difesa propria e di Israele. Con il risultato, però, di lasciare i Paesi arabi del Golfo senza intercettori per poter deflettere sul medio periodo i bombardamenti nemici sul proprio territorio.
Traslando queste considerazioni in Estremo Oriente, gli americani sconteranno il consumo di materiale bellico contro l’Iran almeno per qualche anno. Inoltre, gli alleati dell’America nel Pacifico occidentale – Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Filippine – devono prendere in considerazione la possibilità che gli Stati Uniti non siano in grado di assicurarne la difesa contro possibili aggressioni.
In Corea del Sud è già iniziato un dibattito dopo che è trapelato sulla stampa come Washington avesse sondato il terreno a Seul circa la possibilità di ritirare le proprie batterie anti-missile Thaad nel Paese asiatico per destinarle al Medio Oriente. Lasciando però così un prezioso alleato scoperto di fronte alle minacce cinesi e nordcoreane.
Contemporaneamente, le nazioni asiatiche si scoprono vulnerabili alla crisi della globalizzazione. Cina, Giappone, Corea del Sud, India e altri Paesi hanno emanato direttive d’emergenza nei giorni scorsi per limitare il consumo o le esportazioni di carburante di fronte alla prospettiva che una lunga crisi in Medio Oriente tagli fuori l’Asia orientale dalla sua tradizionale fonte di approvvigionamento energetico.
Pechino, tuttavia, ha lavorato per tempo per tutelarsi contro tale scenario nella prospettiva che un giorno gli Stati Uniti potessero provocare esattamente una situazione di questo tipo.
La Repubblica Popolare ha costruito, dopo il Covid, un vasto “paniere” di riserva di materie prime essenziali, comprese quelle energetiche (sebbene le attuali riserve – stimate attorno ai 900 milioni di barili – siano ancora insufficienti a garantire la piena sicurezza energetica), per poter sostenere un blocco prolungato.
Allo stesso tempo, il rafforzamento dei legami con la Russia offre la garanzia del greggio e del gas siberiani. Lo stesso discorso non vale per le altre nazioni dell’Estremo Oriente. Dagli effetti della crisi in corso, dunque, la Cina trarrà un esempio pratico di quanto possa mettere in difficoltà gli alleati americani nell’Indo-Pacifico la minaccia ai loro i canali di approvvigionamento.
Non solo, ma gli attacchi missilistici contro i Paesi del Golfo Persico – nominalmente neutrali – lasciano presagire cosa accadrebbe nel caso di un conflitto regionale nel Pacifico orientale. Cestinando l’ipotesi – da sempre illusoria – che una guerra per Taiwan possa essere in qualche modo contenuta a livello locale.
Tokyo, Seul e Manila non devono oggi fare i conti con una potenziale crisi commerciale ed energetica, ma anche con la prospettiva concreta che consentire a Washington l’utilizzo del proprio territorio a fini militari possa tradursi in attacchi estesi contro le proprie città e infrastrutture.
La Cina guarda l’Iran ma pensa a Taiwan
Allo stesso tempo, la Cina sta apprendendo ogni lezione militare possibile dal conflitto in corso in Medio Oriente. Già dopo la guerra dei 12 giorni, delegazioni militari straniere – cinesi e nordcoreane, in particolare – avevano ripetutamente visitato l’Iran per poter studiare le operazioni delle forze iraniane contro le difese americane nella regione.
Mentre la guerra è ancora in corso, rendendo le sue lezioni ancora lontane dal depositarsi nella staticità dei manuali di strategia, alcuni degli elementi che senza dubbio saranno attenzionati da Pechino possono essere già definiti. A cominciare dalla performance degli attacchi di Teheran contro le basi americane in Medio Oriente.
Grazie alle immagini satellitari rese pubbliche (anche queste per gentile concessione della stessa Cina), è possibile già constatare l’esteso livello dei danni arrecati alle installazioni americane nel Golfo, in particolare in Kuwait, Bahrain, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Gli attacchi combinati di droni e missili balistici, attuati a ondate, sembrano essere stati in grado di superare le difese delle basi militari americane.
Ancora più significativa è l’apparente precisione degli attacchi. Grazie probabilmente a un intenso lavoro preparatorio per mappare le strutture nella regione, gli iraniani sono riusciti a colpire specifici edifici all’interno di grandi complessi militari, a cominciare in particolare dalle stazioni radar, dai centri di comunicazione e dalle strutture per la guerra elettronica.
Una volta accecate le difese, hanno proceduto a prendere di mira magazzini, centri di comando e avamposti militari. Un comportamento metodico che è riscontrabile apparentemente anche nella ricerca e nella neutralizzazione delle batterie di difesa anti-missile di origine occidentale a disposizione dei Paesi del Golfo.
Mentre la rigida ed efficace censura militare impedirà ancora per molti mesi di aver ragionevoli certezze sugli effetti degli attacchi iraniani in Israele, l’esperienza della guerra dei 12 giorni ha dimostrato come Teheran sia già riuscita a saturare le difese israeliane e a colpire le piste e gli hangar delle basi aeree dello Stato ebraico, pur con effetti non chiari. È verosimile che anche in questo caso possa essere capitato qualcosa di analogo.
La Cina può guardare a questi dati con cauto ottimismo. L’Iran, pur esperto nello sviluppo autonomo di sistemi missilistici, resta un attore con un accesso limitato alla più avanzata tecnologia militare del settore in questione. Pechino, al contrario, può contare su numeri e qualità che gli arsenali di Teheran possono soltanto immaginare.
Se l’Esercito popolare di liberazione trarrà lezioni utili dalla guerra, una di queste sarà l’effettività di poter accecare e distruggere la catena di basi militari americane in Estremo Oriente attraverso attacchi coordinati con vettori di vario tipo. A patto di poter sviluppare un sistema di comando militare integrato ed effettivo e di disporre di un’intelligence adeguata.
In parte, questa lezione è stata già confermata dagli stessi americani: la scelta di Washington di ritirare le proprie forze navali dal Golfo Persico, lasciando sostanzialmente esposti gli alleati arabi per poter mettere in sicurezza i propri asset navali nell’Oceano Indiano, lascia intendere che il Pentagono fosse ben consapevole di non poter garantire la sicurezza della propria quinta Flotta.
Tradotto per l’Estremo Oriente, però, questa lezione inevitabilmente si complica. Innanzitutto, perché la Repubblica Popolare è dotata di moderni missili anti-nave a lungo raggio capaci di allargare considerevolmente la “zona rischio” per la marina statunitense.
In secondo luogo, perché il contenimento della Cina da parte degli Stati Uniti si basa sulla strategia delle tre “Catene di isole”, che corrono l’una parallela alle altre: Taiwan e le isole adiacenti, l’arcipelago delle Ryukyo con Okinawa al centro, le isole Marianne dove si trova la base di Guam.
Un eventuale ritiro americano similare a quello operato nel Golfo consisterebbe in un arretramento delle proprie forze navali a Est della Seconda catena di isole, abbandonando però la prima (vale a dire Taiwan) a Pechino, una scelta evidentemente inaccettabile.
L’imperativo di difendere Formosa mette però le portaerei americane nella condizione di esporsi a un rischio molto elevato, di fronte a un nemico che – a differenza dell’Iran – dispone di un’aeronautica militare e una marina moderne e numerose e capacità satellitari efficienti con cui tracciare gli spostamenti americani.
Come la guerra influenzerà la dottrina aerea cinese
Ancora più notevoli, però, potrebbero essere le lezioni dottrinali che la Cina può apprendere dalla guerra mediorientale, sebbene queste dipendano interamente dall’esito finale del conflitto stesso. In particolare, ciò riguarda l’impiego del potere aereo, il cui intenso ricorso denota l’evidente resistenza statunitense a impiegare forze di terra.
Tuttavia, la sua effettività dipende fortemente dalla capacità di mantenere un’abissale superiorità aerea rispetto all’avversario. Elemento, questo, difficile da conseguire nei confronti di un nemico ben equipaggiato come la Cina.
Il nodo più importante tuttavia è il nesso tra impiego del potere militare, in questo caso aereo, e finalità politica. Se Carl von Clausewitz aveva intuito famosamente come la guerra fosse il prosieguo della politica con altri mezzi, gli obiettivi dell’azione americana sembrano volutamente vaghi. Il che forse già depone a favore dell’idea che il potere aereo non sia sufficiente per conseguirli e dell’assunto che la forza non può sostituire la strategia.
Naturalmente, questa lezione dipenderà fortemente dall’esito – sul breve/medio periodo – della guerra tra Stati Uniti e Iran. Se Teheran fosse effettivamente piegata dalla superiorità aerea statunitense, Pechino sarà costretta a rivedere le proprie valutazioni sulle capacità militari di Washington, cosa che in parte sta già avvenendo.
La Cina dovrà anche fare i conti con la consapevolezza che l’America è entrata in una fase geopolitica molto più aggressiva, anche se tale comportamento è almeno in parte derivato dall’intensificarsi della sua crisi interna ed esterna. Il Dragone dovrà inoltre rivalutare il ruolo del potere aereo nei conflitti moderni, rivedendo le proprie dottrine sulla superiorità aerea e ponendosi come obiettivo prioritario quello di conseguirla nei cieli sopra lo stretto di Formosa.
Ma se il conflitto in Medio Oriente dovesse concludersi con la sopravvivenza politica della Teocrazia, la teoria del potere aereo rischierà di subire un nuovo ridimensionamento. Avendo infatti già patito la constatazione che in Ucraina la superiorità aerea e missilistica russa non sia servita in buona sostanza né a piegare moralmente né a deteriorare materialmente la determinazione di Kiev a resistere.
Come aveva magistralmente intuito Herbert G. Wells nel suo “La guerra dell’aria”, un potere aereo pervasivo può negare il controllo del terreno all’avversario – persino nelle sue stesse città – ma non può costruirne uno sostitutivo. Condannando il territorio in questione a restare sotto il suo governante per default o a divenire terra nullius.
Se ciò è vero, la Cina non potrà partire dal presupposto di sfruttare unicamente le proprie preponderanti forze aeree per piegare Taiwan in un ipotetico conflitto. Col rischio, evitabile, di commettere lo stesso errore di Mosca e di trovarsi invischiato in un lungo assedio insulare contro una superpotenza marittima come quella americana.
Tale considerazione rafforzerà inevitabilmente il focus sulla ricerca di modi per poter conseguire uno sbarco rapido sulle coste taiwanesi, anche a costo di esporsi a perdite elevate contro le difese insulari. Ma, come i russi hanno scoperto nelle redivive trincee del Donbass, la tecnologia non ha ancora cambiato il fatto che nel 21esimo secolo la guerra si combatte ancora – in buona parte – alla vecchia maniera.
Immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80597375; immagini presenti nell’articolo: “WHITE TRADER Crude Oil Tanker, Bosphorus Strait, Istanbul, Turkiye (Ank Kumar, Infosys Limited) 02” by Ank Kumar; “YJ missiles 2025 V-J Parade CNS” by 中国新闻社; “Two J-20s at CCAS2022 (20220827103603)” by N509FZ.
