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Dietro alla crisi tra Italia e Francia c’è un sistema che non funziona

Il fallimento del meccanismo di redistribuzione dei migranti. Per Roma si apre il tema delle alleanze a Bruxelles

Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron stringe la mano alla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Credits: Governo Italiano

A meno di un mese dall’insediamento del nuovo governo è arrivata la prima gatta da pelare internazionale per Giorgia Meloni. Il tema riguarda l’immigrazione e l’avversario è la Francia di Emmanuel Macron, il Paese a cui Roma si era più avvicinata durante la premiership di Mario Draghi. Oltre al discorso politico però, c’è un sistema comunitario nella gestione dei flussi migratori deficitario e che stenta a decollare.

Il caso Ocean Viking e lo scontro tra Italia e Francia 

I dissapori tra Roma e Parigi iniziano nella giornata di martedì 8 novembre. Il governo Meloni, desideroso di riaffermare una linea di maggiore fermezza nei confronti delle Ong che operano nel Mediterraneo centrale, non dà l’autorizzazione a sbarcare alla nave Ocean Viking, carica di 234 migranti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito la sua linea di «umanità e fermezza»: possono sbarcare solo le persone fragili. 

A questo punto scatta un incredibile qui pro quo: l’agenzia Ansa scrive che la Francia ha acconsentito ad aprire il porto di Marsiglia per la nave dell’ Ong Sos Méditerranée. Pochi minuti dopo il leader della Lega e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini twitta «Francia apre porto? Bene così, l’aria è cambiata». Parigi però non aveva autorizzato nulla di simile (né apparentemente il governo di Roma si era premurato di controllare la notizia battuta da Ansa, o se l’ha fatto ha deciso di mettere la Francia davanti al fatto compiuto) e parla di «comportamento inaccettabile» dell’Italia. Nella giornata di giovedì 10 novembre, la Francia autorizza «in via eccezionale» la Ocean Viking a sbarcare nel porto di Tolone.

Le regole europee sull’immigrazione

Sempre giovedì il ministro dell’interno transalpino Gérald Darmanin tiene una conferenza stampa e i toni nei confronti del nostro Paese non sono concilianti. Poi la bordata: Parigi annuncia la sospensione della propria adesione al meccanismo di redistribuzione dei migranti a livello europeo. Ma in cosa consiste? É un accordo su base volontaria firmato nel giugno 2022 da 23 Paesi per cui gli Stati firmatari si impegnano ad aiutare quelli di primo approdo con la redistribuzione di almeno 10mila migranti. L’aiuto può avvenire sia accogliendo effettivamente gli immigrati (non solo i richiedenti asilo, anche quelli economici) sul loro territorio oppure finanziando i Paesi di confine. L’Italia è il principale beneficiario dell’accordo.

La Francia era stata, insieme a Germania e Irlanda, uno dei 3 firmatari che avevano fissato un numero di persone da accogliere in un anno: 3500. Dopo i fatti della Ocean Viking non lo farà e ha invece potenziato i controlli al confine con l’Italia a Ventimiglia. Tuttavia il meccanismo di redistribuzione dei migranti, definito «storico» dalla commissaria europea per gli Affari Interni Ylva Johansson, non ha mai davvero funzionato: dall’Italia sarebbero stati ricollocati solamente 117 migranti in questi 5 mesi. L’applicazione è farraginosa, con gli ispettori dei Paesi di destinazione che vanno in visita nei centri di accoglienza di quelli costieri e scelgono chi accogliere secondo criteri di utilità lavorativa e di facilità di integrazione.

Certo il meccanismo di redistribuzione dei migranti poteva essere considerato un primo passo e si può obiettare che, per non far sbarcare 234 persone, l’Italia si ritrova ora senza aiuti da parte del suo principale vicino, perlomeno a livello formale. Bisogna però anche dire che Olanda e Lussemburgo hanno dichiarato che resteranno nell’accordo firmato a giugno e che quest’ultimo non è il primo che risulta essere formalmente generoso con i Paesi di primo approdo, ma che nei fatti si avvicina alla lettera morta. 

Prendiamo per esempio la Convenzione di Dublino. Al momento della sua firma nel 1990, prevedeva che fosse il Paese di primo approdo a farsi carico dell’accoglienza e dell’esame di una domanda di protezione internazionale presentata dagli extracomunitari. L’accordo è stato modificato su pressione principalmente dell’Italia nel 2013 e oggi prevede che, prima dello Stato di primo approdo, sono competenti lo “Stato membro dove può meglio realizzarsi il ricongiungimento familiare” e “lo Stato membro che ha rilasciato al richiedente un titolo di soggiorno o un visto d’ingresso in corso di validità”. Nei fatti le norme sono praticamente inapplicabili e la pressione rimane sui Paesi di confine. 

Le prospettive di Meloni in Europa

Il governo Meloni ha dunque deciso di lanciare un segnale (non privo di rischi) a livello europeo, oltre che ad uso interno dopo le promesse elettorali di fermezza e blocco navale. Anche Macron ha avuto un interesse domestico nell’alzare la voce contro l’Italia: il suo partito non ha la maggioranza in parlamento e sta trattando per avere i voti del centrodestra dei Républicains per approvare il bilancio. L’inquilino dell’Eliseo non può permettersi il rischio di rimanere invischiato nella questione migratoria del Mediterraneo, perché lo esporrebbe a facili attacchi sia da destra che da sinistra. 

La tensione tra Roma e Parigi si è affievolita dopo l’annuncio congiunto della telefonata tra Macron e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in cui è stata riaffermata la grande importanza delle relazioni tra la Francia e l’Italia e sottolineata la necessità di mettere insieme le condizioni per una piena cooperazione in tutti i settori. Resteranno tuttavia le cicatrici di uno scontro con quello che era stato il Paese al quale Mario Draghi si era più impegnato ad avvicinarsi, culminato con la firma del Trattato del Quirinale

Per Giorgia Meloni invece è il primo vero test di politica internazionale. La presidente del Consiglio, che  ha un recente passato anti-Ue ed è presidente degli euroscettici del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei, sembrava essersi posta in maniera collaborativa, sia con Francia e Germania sia con le istituzioni di Bruxelles. Le distanze però rimangono ampie. Roma sembra esplorare altre strade: sabato 12 novembre, nel pieno del caso Ocean Viking, l’Italia ha firmato una dichiarazione congiunta con Grecia, Cipro e Malta in cui esprime la propria delusione sulla scarsa implementazione del meccanismo di redistribuzione dei migranti. 

A questi quattro Paesi costieri non si è però voluta aggiungere l’altro grande Stato di primo approdo, la Spagna. Madrid ha fatto sapere che «non può sostenere proposte che premierebbero i Paesi che non rispettano i loro obblighi in termini di diritto marittimo internazionale». L’Italia si è dunque trovata allineata solo a Paesi marginali il principale dei quali, la Grecia, è alle prese con un grosso scandalo di spionaggio che colpisce il suo governo.

Meloni dovrà decidere se tornare a puntare sulla tradizionale vicinanza con Francia e Germania, oppure se tentare vie alternative. Queste potrebbero essere più semplici dal punto di vista politico, come ad esempio un asse con la Polonia e altri Paesi dell’est e del sud del continente, ma rischiano di condannare l’Italia all’isolamento nelle istituzioni comunitarie.

Rodolfo Fabbri

Giornalista, da sempre affascinato da storia, geografia e politica. Milanese con esperienze in giro per l'Europa, ho una passione che sfiora la maniacalità per mappe e dati. L'obiettivo che mi pongo è quello di raccontare con equilibrio quel che ci succede intorno. Perché se è vero che nel giornalismo l'oggettività non esiste, ritengo che il nostro dovere sia di fare tutto il possibile per avvicinarvisi

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