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L’ultimo numero della rivista di Aliseo, dedicato allo studio dei conflitti contemporanei. 14 analisi per capire come sono cambiate le guerre e perchè ci toccano da vicino

Dagli Emirati lezioni geopolitiche per l’Italia
La piccola Sparta del golfo persico è molto abile a giocare bene le proprie limitate carte. Cosa possiamo imparare da loro?

La piccola federazione di Emirati autoritari che si affaccia sul golfo persico, grande appena come ¼ del nostro paese e ricco di risorse naturali, è un esempio globale di buon governo e capacità strategica. Seppur privi di risorse umane, militari e numeriche di elevato impatto gli Emiratini riescono a mantenere una visione geopolitica coerente e a spendere le proprie risorse sempre in maniera efficiente, in un’ottica inserita in un più ampio contesto strategico lineare e produttivo.

James Mattis, ex segretario della difesa degli stati uniti sotto Donald Trump, definì il paese degli emiri “la Piccola Sparta” del golfo per la sua peculiare capacità di utilizzare al massimo le seppur misere capacità militari di cui dispone. Dalla Libia allo Yemen alla Bosnia, la capacità combattiva delle forze dell’emirato non manca di dar bella prova di loro in gran parte dei teatri in cui operano.

Ma non si tratta unicamente di una nazione capace in guerra, ma di una piccola potenza che tramite il controllo strategico del mare punta a molto di più di ciò che ha, specialmente in vista del futuro crollo del prezzo del petrolio. Ma come è possibile che una piccola federazione di stati relativamente piccoli, pressoché totalmente desertici e con meno di 9 milioni di abitanti, possa mantenere in atto una strategia nazionale di così alto livello?

Anche considerando la ricchezza derivata dal petrolio non si potrebbe spiegare come sopperiscono alla tragica mancanza di risorse umane e materiali. Come vedremo più avanti la chiave è nell’essenza stessa di un pensiero strategico ben fatto: utilizzare la forza e le proprie energie nella maniera più efficace possibile, considerando sempre in maniera coerente le possibilità e i limiti delle proprie capacità.

Il migliore dei maestri

C’è una tendenza facilmente osservabile nel mondo, specialmente se si osservano le cose dal punto di vista realista: di norma le nazioni che riescono a dominare il globo sono nazioni che per necessità si spingono per mare, lo governano e ne sfruttano le peculiarità per proiettare la propria potenza. È una lezione che in Italia, penisola letteralmente immersa nel mare ma che lo ripudia, non abbiamo mai imparato. Ad Abu Dhabi hanno avuto però un ottimo maestro, l’impero britannico, che è padre anche dell’attuale dominus globale.

Tuttavia, il controllo marittimo è un gioco molto costoso, sia per la necessaria complicazione logistica derivante dal mantenere basi estere in grado di ospitare le proprie flotte, sia dal costo stesso, proibitivo, delle navi da guerra moderne. Ad oggi la marina Emiratina è molto piccola se paragonata all’ampiezza delle manovre strategiche del paese, composta com’è da meno di una decina di piccole Corvette, ma non dà una chiara visione delle capacità della nazione.

Quando ci si trova in una situazione di carenza si tende infatti a deviare lo scontro su un aspetto diverso da quello su cui si è vulnerabili e la federazione degli emiri è maestra in questo. Non potendo, per ragioni strutturali insite nella natura stessa del loro paese, contare di ampliare in maniera significativa la propria marina gli Emirati hanno deciso un approccio asimmetrico alla corsa al dominio marittimo.

In parte imitando la strategia del vicino Iran, seppur sostanzialmente rivoltandone i modi, gli Emirati hanno cominciato da ormai parecchi anni a condurre quella che potremmo definire una strategia geopolitica ibrida. Con questo intendiamo che gli UAE conducono la propria politica estera utilizzando di concerto l’intero alveo di strumenti disponibili, da quello diplomatico a quello economico, cercando di massimizzare i punti di vantaggio e di annullare gli svantaggi rispetto ai competitors.

Corvetta classe Baynunah, una delle più vecchie della flotta emiratina nonostante abbia solo dieci anni d’utilizzo.

Tra leve economiche e controllo logistico

DP World, una delle più grandi aziende di logistica multinazionale del pianeta, è la longa manus prediletta dal governo di Abu Dhabi per sbrigare i propri affari all’estero. Gestendo più di 70.000 navi che movimentano un carico di TEU, twenty-foot equivalent unit ovvero la misura standard di un container e per questo indicata come unità di misura, che supera i 70 milioni. Il controllo logistico poi si estende in oltre 40 paesi tramite la gestione di circa 80 poli portuali, pressoché tutti in posizioni strategiche per gli interessi del piccolo emirato.

Potremmo definire la catena di controllo logistico messo in piedi dalla multinazionale emiratina come una versione mediorientale del famoso “filo di perle” d’ispirazione cinese. Non dobbiamo infatti farci illusioni su quale sia il dominus che guida la mano degli investimenti portuali della DP World, essendo facilmente riconducibile all’establishment governativo. Non dimentichiamo poi che seppur notoriamente più “liberali” di altre controparti regionali, si tratta comunque di una nazione comporta da una federazione di monarchie tutt’altro che democratiche.

Sul lato del soft power esercitato da Abu Dhabi non possiamo poi non citare l’emittente televisiva panaraba “Al Arabiya”, storica rivale della ben più famosa Al Jazeera e noto dispositivo di potenza qatariota. La strategia di potenza che prevede un uso indiretto e ibrido di potenza militare limitata unita a investimenti e controllo economico all’estero è particolarmente chiara nel caso del Abu Dhabi Investment Council, dispositivo ufficiale del governo che gestisce investimenti strategici all’estero senza neanche la parvenza di far passare il tutto come semplice business.

Tramite un approccio asimmetrico di questo tipo, il piccolo e tuttavia irrilevante paese della penisola arabica si è riuscito a ritagliare una piccola nicchia di potenza a scapito dei suoi principali rivali regionali, tra cui l’amico/nemico saudita, il sempre-mal-visto Qatar e il grande diavolo iraniano. Solidamente ancora su queste basi geopolitiche lo stato degli emiri è riuscito anche ad ingigantire in maniera sconvolgente l’efficacia dei seppur pochi e limitati interventi militari delle proprie forze, fenomeno piuttosto palese non solo in Yemen ma anche nei conflitti a stelle e strisce in Jugoslavia e Afghanistan.

E noi? Molti più mezzi, molta meno intenzione

La piccola Sparta del Medioriente dispone di meno di 1/6 della popolazione italiana, occupa 1/34 della superficie del nostro paese (di cui gran parte è desertica) ed ha un pil che è quasi un decimo del nostro nonostante la massiccia presenza di idrocarburi. Nonostante questi ovvi deficit, anche a livello militare, gli emirati sono riusciti in un progetto geopolitico tutt’altro che banale: creare una rete di porti controllati in maniera indiretta tramite tecniche non-combat e ciò gli permette di gestire il più importante stretto del mondo.

Anche ammesso che non tutto il mar Rosso ricade sotto il controllo emiratino e che comunque le mire del paese devono scontare il notevole deficit numerico e tecnologico della propria marina militare si può pacificamente affermare che l’attuale situazione degli emiri è pressoché unica. Ben pochi paesi al mondo sono capaci di attuare una strategia di lungo periodo così efficiente e, in parte, autorevole con i mezzi che si è trovata a disposizione la piccola federazione. Un paese come il nostro, notevolmente più avvantaggiato, difficilmente centra degli obbiettivi di tale livello, figurarsi adeguati al suo peso demografico e geopolitico.

Cosa possiamo imparare quindi dagli emirati? Cosa può rubare Roma ad Abu Dhabi? Tenendo ben presente che si tratta di due attori che giocano in due leghe ben diverse, la prima è una media potenza mentre la seconda è e rimarrà sempre marginale, possiamo abbozzare delle risposte. In primis probabilmente dovremmo imparare che gran parte della geostrategia di un paese che non può permettersi di essere aggressivo, come nel nostro caso, deve essere portata avanti tramite strategie ibride e indirette, come nel caso di DP World. Fortunatamente per noi abbiamo un utilissimo dispositivo imprenditoriale da usare come proiettore di potenza: Eni.

L’azienda energetica potrebbe diventare, più di quanto non sia già e magari con qualche coordinamento ufficiale, la nostra longa manus estera. Tuttavia, necessitiamo, vista anche la conformazione del nostro paese e le sue peculiarità economiche, di un controllo diretto di alcuni sistemi portuali mediterranei al fine di garantire un’ingerenza in un campo per noi tanto vitale come il commercio marittimo.

Per far ciò probabilmente avremmo bisogno di alcune basi navali off-shore, presumibilmente più vicine possibile al canale di Suez. Verrebbe in mente naturalmente la Libia e il bellissimo porto di Tobruk, attualmente tra le calde mani russe. Prima ancora di fare progetti sui porti bisognerebbe però apprendere la più importante lezione emiratina: non conta con che mezzi inizi a giocare la partita se sai come sfruttarli senza errori e con pragmaticità. Ad Abu Dhabi lo hanno imparato dai migliori, noi ci arriveremo?

foto in evidenza: “Abu Dhabi Marina” by Ghassan Tabet is licensed under CC BY-NC 2.0.

foto nel testo: Mztourist, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

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Leonardo Venanzoni

Leonardo Venanzoni

Laureato in "Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale" presso l'Università Internazionale di Roma, mi occupo di affari militari e politici del Medio Oriente. In particolare, mi concentro sulle dinamiche delle milizie attive nella regione e sulle politiche portate avanti dall'Iran. Collaboro con Aliseo fin dalla nascita del giornale.

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