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Dal Covid al Salario Minimo, come siamo cambiati

Possiamo trovare una connessione tra la discussione sul salario minimo, il Covid, il fenomeno delle grandi dimissioni e la riscoperta dell’importanza della sanità mentale? La società è innegabilmente cambiata dall’inizio della pandemia, ma è possibile tornare indietro? Il dibattito sulla mancanza di manodopera in Italia ha come protagonisti imprenditori e politici che accusano il reddito di cittadinanza. Come conseguenza il Governo prepara il decreto flussi per accogliere 70.000 migranti come lavoratori stagionali in Italia. C’è un fil rouge che collega tutti questi fenomeni. Ma perché proprio in questo periodo storico (durante una guerra) è iniziata la discussione su questi temi e come questi sono interconnessi tra loro e direttamente figli del Covid?

È iniziata una nuova fase storica e il fenomeno della “Great Resignation” non ha avviato una fase di cambiamento sociale, ma ne è la manifestazione più palese.

Seguendo quello che è il manifesto ideale di Aliseo, cioè l’obiettivo di promuovere uno slow journalism che favorisca l’analisi e lo studio dei fenomeni, senza rincorrere le notizie, cominciamo questo percorso ripercorrendo gli avvenimenti degli ultimi anni e analizzando come questi influenzeranno il nostro futuro.

Le grandi dimissioni in Italia e la strada verso il salario minimo

In Italia, secondo l’analisi svolta dall’Osservatorio HR del Politecnico di Milano, il 45% degli occupati oggetto del campione di studio, ha dichiarato di aver cambiato lavoro nell’ultimo anno, o di volerlo cambiare nei 18 mesi successivi; il 46% è in cerca di maggiori benefici economici, il 35% è mosso invece dalla ricerca di opportunità di carriera e addirittura il 25% invece cambia lavoro per la ricerca di una maggiore salute fisica o mentale.

Ed è proprio questo aspetto ad essere destinato ad avere un maggiore impatto sull’organizzazione delle nostre società; si tratta di una vera e propria polveriera, pronta ad esplodere e minare l’efficienza di tutti i comparti produttivi del Paese. Se poi rivolgiamo il nostro sguardo al mondo dei più giovani, possiamo vedere come fra i Millennials e la Generazione Z sia in forte crescita il fenomeno della “Yolo Economy” (you live once economy) che ha come obiettivo quello di cercare un’adeguata soddisfazione personale nel lavoro, in cui diventa centrale il well-being, ovvero il bilanciamento tra tempo dedicato al lavoro e alla vita privata. E in questo aspetto la previsione di un salario minimo risulta fondamentale.

Ma la questione è davvero solo relativa ad un bilanciamento tempo libero-lavoro o esiste anche l’esigenza dei giovani di sentirsi apprezzati all’interno della propria organizzazione, rispettati da colleghi e superiori e, non per ultimo, la mancanza di una piena inclusione nell’ambiente lavorativo?

Il deficit di senso di appartenenza non è un aspetto da sottovalutare in una società sempre più asociale.

L’emersione del disagio psicologico

Fonte: Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi

Secondo il Rapporto UNICEF del 2022 sullo stato di salute mentale degli adolescenti, già prima del Covid-19 più di 1 su 7 nel mondo viveva con un disagio psicologico già diagnosticato. Stiamo parlando del futuro di 89 milioni di ragazzi e 77 milioni di ragazze. L’ansia e la depressione rappresentano il 40% delle difficoltà mentali diagnosticate e l’Europa occidentale è fra le aree più colpite da questo fenomeno.

Attenzione però, in questo caso parliamo di un disagio già diagnosticato, rendendo evidente come il fenomeno (considerando anche i casi non diagnosticati) sia molto più ampio. L’Italia è uno dei paesi maggiormente colpiti: un’analisi pubblicata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) ha calcolato che su 5.621 psicologi italiani si è registrato un aumento, nel solo 2021, del 31% di pazienti con età inferiore ai 18 anni. È la fascia fra i 18 e i 24 anni però a soffrire maggiormente in Italia e ad aver richiesto maggiormente un supporto psicologico; infatti i giovani in età universitaria o all’inizio del percorso lavorativo registra un aumento del 36% di pazienti in cura. Ma perché? Probabilmente perché l’impatto con un mondo del lavoro disastrato fa crollare molte delle certezze dei giovani. C’è una domanda da farsi: il ruolo delle famiglie è sempre di supporto o sono le stesse ad essere un motivo di ansia e pressione sociale? E con quale spirito un ragazzo/a che vive già una situazione di disagio psichico può affrontare il mondo del lavoro, spesso non gratificante e senza prospettive?

Ne siamo usciti dal punto di vista sanitario? Molto probabilmente no. Ne siamo usciti dal punto di vista psicologico? Sicuramente no. Anzi, abbiamo vissuto quello che in Psicologia si definisce come un trauma collettivo, paragonabile alle guerre. Non è un caso che proprio nel 2022 sia stato introdotto il bonus psicologo, facendo cadere quel velo di ipocrisia e provincialismo che nega l’esistenza di un disagio psicologico e lo classifica come una malattia. Che lo vogliamo o no l’effetto della pandemia ci ha cambiato. In tutti gli ambiti.

Secondo uno studio effettuato dal Politecnico di Milano 25 milioni di persone hanno deciso nel 2021 di abbandonare il proprio lavoro, 4.5 milioni solo nel mese di Novembre, facendo registrare un aumento del tasso di dimissioni nel secondo trimestre 2021 dell’85%. Un dato che ci deve far riflettere ma non quanto questo: in Italia solo circa il 5% dei lavoratori è soddisfatto del proprio lavoro.

Il “gran rifiuto” dei giovani e la fine dello schiavismo 2.0

Il “Gran Rifiuto” di Celestino V

Cosa centra Celestino V con i giovani del 2022? Si parla di sempre di un “gran rifiuto”, ma questa volta non per “viltade” ma per coraggio.

Fin qui abbiamo analizzato i dati. L’errore però potrebbe essere proprio quello di fermarsi a questi. Tuttavia è bene considerare anche i fattori culturali, politici ed emotivi di questo fenomeno.

Uno degli effetti più rilevanti si è avuto nella concezione del mondo del lavoro. Lavorare per 10/12 ore al giorno, sette giorni su sette, per salari minimi è sempre più difficile. “In busta paga però facciamo risultare un part-time da due ore al giorno, ok?” oppure “In busta paga sono previsti 1.000, 300 però me li devi restituire pro-manibus”. Quanti si sono sentiti dire frasi del genere durante un colloquio di lavoro? Se fino a ieri molti giovani erano disposti ad accettare passivamente questo “compromesso” oggi sul tema inizia a crearsi una coscienza collettiva, nata come un meccanismo di autoconservazione, che mira a tutelare la dignità dei lavoratori e soprattutto delle nuove generazioni.

Il dogma dello schiavismo 2.0 “O così, o vai da un’altra parte, tanto c’è la fila per questo lavoro” ha, finalmente, smesso di funzionare.

Questo tipo di proposte rappresentano il modo più becero di fare impresa in Italia, sono vere e proprie proposte di sfruttamento, e come tali vanno rifiutate e denunciate. Chi accetta queste proposte fa un doppio danno: a se stesso perché svende la propria persona e a tutti gli altri giovani (e non) che si ritrovano difronte a questi vampiri della società. È stato dimostrato dalla mancanza di lavoratori stagionali, che è la diretta conseguenza di questa acquisizione di consapevolezza da parte delle nuove generazioni, che questo “grande rifiuto” ha fatto nascere il dibattito sul salario minimo e ha indotto una riflessione sullo stato del mondo del lavoro.

È probabile che, finchè il mondo delle imprese non sarà disposto a ridurre il gap (economico e sociale) con i lavoratori, questo tipo di contrapposizione avrà come esito quello di una maggiore fuga di cervelli (e anche di manodopera) all’estero.

Molti, legittimamente quindi, decidono di rinunciare ad essere parte di questo meccanismo, e vanno alla ricerca di un’occupazione che permetta un maggior bilanciamento vita-lavoro, ambizioni-realtà, la cd. “work-life balance”. Si tratta di un riequilibrio storico che avrà profonde conseguenze sugli assetti della nostra società; economici, demografici e geopolitici.

Divario tra Nord e Sud Italia, Reddito di Cittadinanza e la sua relazione con il Decreto Flussi

Migranti meridionali

Uno dei primi effetti lo vediamo in questi giorni. Il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, ha affermato che “Il governo è al lavoro per varare il prossimo decreto flussi che dovrà tenere conto delle crescenti esigenze di vari comparti economici”. Ma di cosa si tratta? L’obiettivo del Ministero è quello di modificare le quote di ingresso che servono per regolare i flussi migratori, per far arrivare in Italia circa 70.000 lavoratori stagionali da impiegare nei settori che accusano di più una carenza di manodopera.

Gli imprenditori spesso danno la colpa di questa mancanza di manodopera al Reddito di Cittadinanza che disincentiva i giovani a cercare lavoro. Ma non sarà un’interpretazione troppo semplicistica e “di comodo”? I dati sull’occupazione in Italia rendono questa versione molto poco credibile e dipingono un quadro drammatico del mercato del lavoro.

Gli ultimi dati Istat riguardo l’occupazione in Italia fanno emergere una drammatica spaccatura tra Nord e Sud del Paese, ponendo di nuovo sul tavolo il dibattito sulla c.d. “Questione Meridionale”. Sicilia, Campania e Calabria sono fra le 10 peggiori regioni dell’eurozona per tasso di impiego, superate solo da alcune regioni spagnole (Ceuta, Andalusia, Isole Canarie, Melilla e Estremadura) e dalla Macedonia Occidentale in Grecia.

Nelle tre regioni italiane si registra un tasso di disoccupazione giovanile intorno al 40% (dati eurostat). I dati dell’occupazione femminile nelle stesse regioni sono ancora peggiori. La percentuale di donne in Campania e Sicilia che è occupata è del 29% circa, battendo ogni record negativo europeo. I bollettini Eurostat, riferendosi ai dati di Agosto 2021, hanno poi cristallizzato che nella fascia delle donne 20 – 34 anni il 35% sia Neet, ovvero una donna su tre in italia ha smesso di cercare una occupazione e di studiare. Ma è l’intera situazione nel Sud Italia ad essere drammatica.

In Campania e Sicilia una persona su cinque è disoccupata; queste regioni, infatti, toccano un tasso di disoccupazione vicino al 20% nella fascia d’età 15-74 anni, a fronte di una media europea del 7%. Ultimo dato, ancora più emblematico, riguarda i disoccupati di lunga data (superiore a 12 mesi), permettendoci di fare un paragone tra il Sud e l’intera Germania, in cui il meridione batte (impietosamente) la nazione teutonica. Infatti nel 2021 prendendo a riferimento le regioni del Sud si registravano 695mila disoccupati di lunga durata, a fronte dei 488 mila dell’intera Germania.

Quello che è in atto è un vero riequilibrio socio-demografico, nazionale e internazionale. Analizzata la situazione del mercato del lavoro diventa di difficile comprensione la scelta del Ministro Lamorgese di rimpiazzare la forza lavoro “mancante” con una forza lavoro “importata” dall’Africa e dal Medio Oriente. Non abbiamo di certo una mancanza di forza lavoro in Italia ma, rispetto all’offrire soluzioni e conferire dignità ed attrattività al comparto produttivo italiano, si sceglie di sostituire questa forza lavoro con una importata. E così si ridisegna la demografia di un paese.  

Gianluca Vacchi, Elisabetta Franchi e la discussione sul salario minimo

Ecco che tutto questo ci porta alla discussione sul salario minimo, visto che la scelta più logica sarebbe stata quella di fare incontrare la domanda di forza lavoro con l’offerta di forza lavoro in Italia. Come? Semplicemente rendendo appetibile il mercato, con dei minimi salariali (che comunque esistono con la contrattazione collettiva nazionale) garantendo un sistema di controlli alle attività, spiegando come questo non sia una vessazione degli imprenditori ma una tutela maggiore per i lavoratori.

Secondo l’INPS, l’introduzione del salario minimo in italia riguarderebbe circa 4,5 milioni di lavoratori (su un totale di 17). Parliamo quindi di numeri molto rilevanti, che rendono questa discussione centrale nel Paese.

Inconsciamente, i migliori alleati di questa discussione sul salario minimo sono stati due imprenditori: Gianluca Vacchi ed Elisabetta Franchi. L’influencer diventato famoso con il suo “Enjoy” ha fatto cadere la maschera di quel mondo imprenditoriale che ostenta felicità e ricchezza al pubblico, mentre con dipendenti e collaboratori distribuisce tirannia e sanzioni.

Sentire le registrazioni di Gianluca Vacchi che minaccia i propri domestici con multe da 100 euro ogni volta che dimenticano qualcosa, o le testimonianze di altri che raccontano di essere costretti a fare balletti ogni giorno e a sopportare mancanze di rispetto continue, mette in luce un aspetto del mondo del lavoro che in altri ambiti non suscita clamore solo perché non si tratta di influencer; parliamo del fatto che il dipendente viene spesso visto come “di proprietà” dell’imprenditore e quindi tenuto a svolgere qualsiasi compito, non esclusivamente quello previsto dal proprio contratto o dal proprio ruolo.

Il tirocinante sfruttato è una figura ormai entrata nell’immaginario collettivo di una intera generazione. In Italia è stata la Serie TV Boris a parlarne maggiormente. Uno dei protagonisti è Alessandro, uno stagista sfruttato di una produzione televisiva. Lo sfortunato lavoratore arriva ad accettare e a diventare uno degli ultimi ingranaggi di quel sistema che voleva combattere. Secondo un’analisi realizzata da La Repubblica degli Stagisti, in Italia ci sarebbero circa 500.000 giovani precari che ogni anno vengono sfruttati in cambio di poco, o niente. Anche la formazione, che dovrebbe essere la causa giustificante di queste forme di contratto, spesso viene accantonata.

Il discorso vale anche nel caso Elisabetta Franchi. Quante donne hanno già dovuto sentire nella propria carriera frasi simili sulla maternità? E quante donne durante un colloquio di lavoro hanno ricevuto la fatidica domanda “Sei fidanzata/sposata? Hai intenzione di fare figli?”. La soluzione è davvero assumere donne che hanno già “fatto famiglia” o piuttosto prevedere sistemi di welfare della cura?

Il welfare aziendale è uno degli strumenti più utili per riavvicinare i lavoratori alle imprese, e si dovrà concentrare principalmente su due sfide nei prossimi anni: l’empowerment femminile, introducendo misure a sostegno della carriera delle donne, e quella di promuovere una nuova dimensione di benessere propedeutica alla talent acquisition di giovani. L’offerta di benefit aziendali e di un ampio paniere welfare ha un grosso peso nella decisione finale della scelta dell’azienda in cui lavorare. La tendenza è confermata dall’analisi svolta dall’Osservatorio Welfare, in cui è stata individuata una rilevanza decisiva di questi fattori nella scelta dei lavoratori, che si attesta oltre il 53%.

Tutte le deformazioni del mondo del lavoro, e del rapporto tra imprenditori e dipendenti hanno contribuito notevolmente ad avviare la discussione sull’adozione in Italia del salario minimo e a creare questa mancanza critica di lavoratori, soprattutto stagionali.

L’Italia è uno dei pochi Stati dell’Unione che non prevede un salario minimo per legge, gli altri sono Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia, ma è intuibile si tratti di paesi che hanno una condizione economica decisamente diversa dall’Italia. Una delle ipotesi in ballo è quella di prevedere una retribuzione minima oraria di 9 euro ad ora. Una proposta che finora ha incontrato numerose resistenze.

Andrea Catino

Classe 1990, meridionale e meridionalista di nascita.
Laureato in Giurisprudenza e "masterizzato" in Comunicazione e Relazioni Internazionali. Appassionato di politica sono sempre stato interessato alla Storia e alla Geografia. Giurista redento, Social Media Strategist e Docente di professione, ho una grande passione per la Geopolitica, che è il tema di cui mi piace maggiormente scrivere.

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