Apparentemente solcata da una cesura col passato autocratico con la sconfitta del Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri) nelle elezioni del luglio 2000, la politica estera del Messico è invero da sempre scandita dalle scenografiche recrudescenze del capriccioso orgoglio del popolo messicano.
Animata da un latente e onnipresente principio di lesa maestà, essa ciclicamente oppone al tradizionale isolazionismo momenti più o meno concisi di apertura verso l’esterno, dalle tinte spesso liberaleggianti, in una danza degli opposti che inevitabilmente tradisce due facce della medesima medaglia: o meglio, della medesima postura geopolitica. Ammesso che, dall’elezione dell’ormai (quasi) ex presidente Andrés Manuel López Obrador (soprannominato Amlo), consacrata formalmente l’8 agosto 2018, di politica estera sia ancora lecito parlare.
Infatti, per Amlo e la sua amministrazione la misura di ciò che può apparire come una sostanziale indifferenza agli affari extradomestici è data, sia pure approssimativamente, dalla concentrazione di appuntamenti nella propria agenda internazionale. Durante i suoi primi cinque anni di mandato l’uscente presidente messicano non si è mai recato in visita in alcun Paese fuori dal continente americano, con un numero complessivo di sette viaggi all’estero.
Eloquente a tal proposito la sua affermazione in occasione della partecipazione al forum dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec), tenutosi nel periodo 11–17 novembre 2023 a San Francisco: «Non presidierò per l’intera durata. Prenderne parte consisterà nell’arrivare il giorno prima, nel dormire, nel partecipare, nel mangiare e, infine, nel tornare a casa»
Se è vera la massima di Voltaire «è ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria», non sarà dunque difficile ricavare da queste premesse l’eredità (geo)politica che dal 1° ottobre 2024 Claudia Sheinbaum, prima presidente donna della storia del Messico, raccoglierà dall’amministrazione uscente.
In effetti, la «presidenta» – nelle parole del suo mentore politico e collega di partito Amlo – sembra essere intenzionata a mantenersi sulla rotta già tracciata dal suo predecessore così come testimoniato dalla volontà di continuare «il secondo piano» della cosiddetta “Quarta Trasformazione”, il progetto di riforma radicale del Paese appunto umilmente annunciato da Amlo stesso all’indomani del suo mandato.
Sheinbaum, infatti, ha rassicurato i suoi elettori nella sua prima dichiarazione post-elettorale affermando: «Il nostro dovere è e sarà sempre quello di occuparci di tutti i messicani, senza distinzioni. Anche se in molti non sono pienamente d’accordo con il nostro progetto, dovremo camminare in pace e armonia per continuare a costruire un Messico giusto e più prospero»
Di certo, i dossier che occupano l’agenda politica interna non scarseggiano affatto, a cominciare dalla dilagante violenza – oltre 180mila morti violente da dicembre 2018 ad aprile 2024 secondo i dati ufficiali del governo in carica – dovuta principalmente alle dispute di potere per il controllo del territorio da parte dei cartelli della droga: ineludibile prova del fallimentare approccio già preannunciato nello slogan elettorale di Amlo «Abrazos, no balazos» (‘Abbracci, non proiettili’). A seguire, i temi della povertà e delle disuguaglianze sociali, condizioni queste tanto più evidenti quanto più ci si sposta verso le zone rurali del Paese.
L’isolazionismo del Messico e la dottrina Estrada
A ben vedere, scavando nella storia del Paese alla ricerca delle possibili cause della sua anzidetta introversione, si possono individuare due momenti prodromici, che più di altri hanno concorso alla formazione della psicologia della collettività messicana. Da un lato, il trauma-umiliazione che ha probabilmente segnato il momento più drammatico della storia nazionale dalla conquista definitiva dell’indipendenza dalla Corona spagnola (1821), ovverosia la guerra messico-statunitense del 1846-48 – Intervención estadounidense en México, secondo pedagogia nazionale messicana.
L’amputazione territoriale pari a circa il 55% dei suoi territori settentrionali (corrispondenti sommariamente agli attuali stati della California, del Nuovo Messico, dell’Arizona, del Nevada, più il Texas, che però compì l’indipendenza già nel 1836), che seguì come diretta conseguenza della sconfitta nel conflitto contro i vicini Stati Uniti, rappresentò l’archetipo fondante il sentimento collettivo antistatunitense pervenuto fino ai giorni nostri. Dall’altro, la cronica ed esplosiva instabilità delle prime esperienze istituzionali-politiche post indipendenza, testimoniata dal succedersi di ben 50 governi nel periodo 1824-1855 e poi risolta (provvisoriamente) con l’adozione della costituzione del 1857.
È, infatti, solo nell’ultimo quarto del XIX secolo che il Paese conobbe un periodo di relativa stabilità sulla spinta delle politiche liberali del governo del generale golpista Porfirio Díaz (1876). In quegli anni, l’apertura agli investimenti statunitensi permise un poderoso sviluppo della rete ferroviaria nazionale e, più in generale, un primo tentativo di modernizzazione del Paese con evidenti ripercussioni sull’economia.
Tuttavia, le irrisolte disuguaglianze sociali e la povertà degli strati più consistenti della popolazione, camuffate sotto l’egida del genuino e altero rifiuto dell’esterno, ma in verità inconfessabili conseguenze della concentrazione della proprietà privata in mano ad una stretta cerchia di oligarchi e delle condizioni di lavoro della classe contadina prossime allo sfruttamento, (ri)esplosero all’inizio del XX secolo dando vita a quella che passò alla storia come la Rivoluzione messicana (1910–1917).
Nel 1959, Octavio Paz – premio Nobel per la letteratura (1990) e tra i maggiori intellettuali messicani – scrisse: «La storia del Messico, come quella di ciascun messicano, consiste nella lotta tra le forme e le formule in cui si pretende di rinchiudere il nostro essere e le esplosioni con cui la nostra spontaneità si vendica»
Non a caso, il combinato disposto di questi due fattori storici determinò l’adozione di una politica (e di un’ideologia) non interventista che, quasi in un’implicita negazione freudiana del trauma della (parziale) perdita di sovranità vissuta, trovò la sua principale e pioneristica affermazione nella dottrina Estrada (1930). Essa, dovendo il proprio nome all’ex ministro degli Esteri Genaro Estrada, fu efficacemente sintetizzata nelle istruzioni che quest’ultimo diede alla classe diplomatica dell’epoca:
«Il governo messicano non emanerà alcuna dichiarazione sotto forma di concessione di riconoscimento, considerando tale pratica come un insulto che, oltre a offendere la sovranità di altre nazioni, implica che un qualche giudizio sugli affari interni di quelle stesse nazioni possa essere pronunciato da altri governi, quando in realtà questi ultimi assumono un atteggiamento critico nel deliberare, favorevolmente o meno, sulle qualificazioni legali dei regimi stranieri»
Rispondendo all’esigenza di riaffermazione dell’indipendenza e dell’identità nazionale in ambiente post-rivoluzionario – nella cui cornice è da individuarsi la creazione nel 1929 del Partito Nazionale Rivoluzionario, capostipite del sopracitato Pri – la dottrina fondava i propri presupposti sulla prefigurazione di un nuovo ordine internazionale che poggiasse sul diritto, nel quale lo stesso Messico avrebbe potuto giocare un ruolo da protagonista attivo.
Come primo risultato dell’applicazione della dottrina, che tradiva l’inconsistente e velleitaria ambizione di ergersi a faro dello Stato di diritto sull’ecumene terzomondista, il Paese latino-americano si dotò di un espediente retorico verso quanti, internamente o esternamente, avessero sollevato l’evidente contraddizione insita nell’esclusivo (e autoritario?) dominio del sistema politico nazionale da parte del Pri (1929-2000).
In verità, la dottrina Estrada, imperniata così com’era sul proprio nucleo antinterventista e profondamente critica verso le ingerenze degli Stati Uniti negli affari globali, trovò un’opportunistica utilità nello sforzo di bilanciamento del Paese nell’ambivalente e contradditorio rapporto con i Paesi del Sud America. Esemplare sotto quest’aspetto il riferimento a Cuba, almeno nelle fasi più acute della Guerra Fredda. Non potendo più giovare della sua rendita geografica con l’implosione dell’Unione Sovietica, e comunque sfumato il sogno di un nuovo ordine mondiale, la dottrina scadde inevitabilmente con l’avvicinarsi del nuovo millennio.
La dottrina Castañeda e il rapporto con gli Stati Uniti
Effettivamente, a partire dalla vittoria dei conservatori del Partito d’azione nazionale (Pan) alle elezioni del 2000, la prima critica alla dottrina Estrada arrivò dall’allora ministro degli Esteri Jorge Castañeda Gutman, che la tacciò di arretratezza e di inservibilità nel mutato contesto globale. Poggiando sul diritto interstatale classico, per il nuovo ministro degli Esteri la dottrina Estrada rappresentava un paravento dei precedenti governi che si rifiutavano di giudicare gli altri Paesi per non essere giudicati di rimando a causa delle evidenti lacune democratiche.
Invero, la dottrina Castañeda, rintracciando nell’individuo il fulcro di un presunto emergente ordine globale 2.0, basava la propria fondatezza su di un altrettanto illusorio postulato. Se il Messico si fosse speso in qualità di convinto sostenitore nei forum internazionali della promozione dei diritti umani e della democrazia, questo avrebbe spinto il Paese stesso a realizzare le medesime aspettative in patria, quasi in una sorta di processo osmotico inverso.
A ben vedere, la dottrina Castañeda più che un punto di rottura con la precedente prassi diplomatica è apparsa come una sua rispolverata edizione, accumunata con la prima tanto dalle tesi effimere quanto dagli esiti fallimentari. Tuttavia, al suo ideatore va riconosciuto il merito di aver mosso una severa critica al tradizionale sentimento antistatunitense che da sempre anima(va) i messicani e che mal si concilia(va) con la necessità per il Paese di coltivare non solo una relazione speciale con gli Stati Uniti, cui è da sempre inderogabilmente obbligato, ma di poter giocare anche un multilateralismo attivo in politica estera.
In effetti, per poter volgere a proprio vantaggio l’imprescindibile (e strategica) relazione che lega Città del Messico a Washington, onde evitare che l’agenda politica messicana diventi un calco di quella statunitense in tema di sicurezza, di immigrazione e di commercio, la prima avrebbe dovuto (ri)scoprire l’America Latina. Intessere delle relazioni proficue con i Paesi a sud dei propri confini, verso i quali peraltro vanta significative affinità culturali ed economiche, rappresentava per Castañeda un fondamentale contrappeso e una invidiabile leva negoziale nel rapporto con gli Stati Uniti.
In quest’ottica, è da inquadrarsi l’iniziativa del 2011 dell’Alleanza del Pacifico (Ap), accordo di libero scambio tra Messico, Cile, Colombia e Perù che «rappresenta il 58,8% del commercio totale in America Latina e nei Caraibi e raccoglie il 51,1% del totale degli investimenti esteri diretti che arrivano nella regione». In misura contraria e speculare, il varo nel 1994 del North American Free Trade Agreement (Nafta) fu promosso dagli Stati Uniti per inglobare il Messico nella propria catena di valore e neutralizzare qualsiasi possibilità di concretizzazione di un’intesa panamericana a vocazione latina.
Sebbene, per l’appunto, il trattato commerciale rappresentò per Washington un compiuto tentativo di controllo del proprio “cortile di casa”, in ossequio alla dottrina Monroe (1823) e a quanto più recentemente ribadito dall’ex capo dello United States Department of Homeland Security Alan Bersin, è innegabile che il Nafta abbia apportato significativi benefici all’economia messicana. L’attuale congiuntura geopolitica, peraltro, favorisce ulteriormente la bilancia commerciale del Messico: basti pensare che nel 2023 il Paese ha esportato beni verso gli Stati Uniti per 475,6 miliardi di dollari, superando la Cina che nello stesso periodo ha registrato un calo del 20%.
Cosa cambierà per il Messico con la vittoria di Claudia Sheinbaum
Ciononostante, il voto di massa (e di protesta) alle presidenziali del 2018 dimostra come, ancora una volta, i messicani abbiano preferito raccogliersi intorno ad un nuovo erede – ovviamente, Amlo – della tradizione populistica che li vede vestire i panni del popolo crocifisso. Da sempre, quest’ultimo si racconta come fieramente avverso all’idea di sacrificare la propria dignità spirituale sull’altare della democrazia liberale e dell’economia di mercato, valori ritenuti colpevolmente troppo occidentali (leggasi, statunitensi).
La campagna elettorale di Amlo, infatti, è stata ispirata alla serrata critica della precedente classe dirigente che, nel suo giudizio, si è macchiata del reato di eccessiva condiscendenza, se non vera e propria sudditanza, nei confronti dell’impero a stelle strisce. Indicativa, in tal senso, l’accusa del presidente uscente alla riforma costituzionale del 2013, avvenuta sotto la presidenza di Enrique Peña Nieto, che, aprendo le porte alla privatizzazione del settore energetico, è stata da lui considerata un tradimento alla patria; senza considerare poi l’appoggio mostrato al Venezuela di Maduro, storicamente osteggiato dallo stesso Peña Nieto.
A nulla sono valsi, anche in questo caso, l’aumento degli investimenti diretti esteri e l’abbassamento del prezzo generale dell’energia dovuti alle riforme liberali. A questo punto, appare evidente come l’antiamericanismo per l’antiamericanismo sia la principale musa della politica estera messicana, che pure si riflette in un evidente cortocircuito interno: con una tendenza in crescita nell’ultimo quindicennio, i messicani hanno sostanzialmente un’opinione positiva degli Stati Uniti.
Infatti, circa il 60% dei messicani ritiene che a nord del Rio Grande li attenda una vita migliore, mentre una percentuale significativamente più alta (77%) valuta positivamente la relazione col vicino statunitense. Se queste sono le premesse, il successo elettorale di Sheinbaum sembrerebbe già profetizzare le parole dei suoi detrattori che la declassavano a candidata “occulta” di Amlo e prospettare il destino che attende il Paese, non già in funzione di un’impossibilità a dissentire verso Amlo stesso quanto piuttosto – si fa notare loro – verso i suoi elettori.
Foto in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/99/Inicio_de_campa%C3%B1a_de_Claudia_Sheinbaum.jpg; Foto presenti nell’articolo: 1) https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/67/Andr%C3%A9s_Manuel_L%C3%B3pez_Obrador.jpg; 2) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Jorge_G.Castaneda-_World_Economic_Forum_on_Latin_America_2011.jpg


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