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Democrazia tra ideale e schiavitù: Traoré e il nuovo corso dei rapporti franco-saheliani

Democrazia tra ideale e schiavitù: Traoré e il nuovo corso dei rapporti franco-saheliani

Dalla rottura con Parigi all’asse con Russia e Cina: il Burkina Faso di Traoré tenta di costruire un nuovo paradigma politico nel Sahel

Sono trascorsi quattro anni dal golpe militare che ha permesso ad Ibrahim Traoré di conquistare il potere in Burkina Faso. Dal 30 settembre 2022, è divenuto il più giovane e celebre capo di Stato in Africa occidentale, promettendo sicurezza, stabilità ed indipendenza dalle ingerenze esterne, soprattutto quella francese. L’arrivo al potere della giunta militare, infatti, ha segnato una nuova stagione nei rapporti tra l’Eliseo e Ouagadougou.

La “rivoluzione popolare e progressista”, più volte citata dal capitano (il grado di Traoré) come unico modello possibile, non sarebbe altro che una fase transitoria per l’instaurazione della democrazia. Il liberalismo, ostentato dall’Occidente come modello universale, rallenterebbe il progresso e relegherebbe gli Stati dell’Africa al sottosviluppo e alla dipendenza dall’estero.

In questo senso, la proroga delle elezioni presidenziali e la ricerca dell’autonomia economica risultano perfettamente coerenti con l’allontanamento dalla Francia avvenuto negli ultimi anni.

Le immagini di bandiere russe nelle piazze della capitale e l’esaltazione del “capitano” sui social media segnano una dipartita dell’influenza francese dal Sahel. Sempre più in crisi, le relazioni tra Parigi e l’ex Alto Volta si intrecciano in un’ampia cornice storica e politica, dove sovranità e ideali giocano un ruolo cruciale.

Thomas Sankara, il rivoluzionario del Sahel

Fondato come dipartimento francese nel 1919 sotto il nome di Alto Volta, la storia politica del Burkina Faso resta affascinante quanto complessa. Dall’indipendenza conquistata nel 1960 ad oggi, una serie di disordini politici e repentini cambi di regime si sono susseguiti senza tregua.

La decisiva svolta per la creazione di un sentimento di appartenenza e unità nazionale risale al 1983 quando, al golpe guidato da Blaise Compaoré seguì l’elezione alla carica di presidente di Thomas Sankara. Già Primo Ministro nel precedente governo Ouédraogo, Sankara si distinse per la sua forte retorica anticoloniale, panafricana ed indipendentista.

Soprannominato il “Che Guevara africano” per via della sua ammirazione nei confronti della rivoluzione cubana, egli costruì un’identità nazionale forte, volta ad allontanarsi dal passato coloniale. In un celebre discorso del 1984, pronunciato dinnanzi alle Nazioni Unite, sfidò apertamente le istituzioni finanziarie internazionali e denunciò sia le gravi condizioni del Paese che l’ingerenza di stampo neocoloniale francese.

La modifica dell’inno nazionale e del nome dello Stato in Burkina Faso, ovvero “Paese degli uomini integri”, rompono l’ultimo legame di associazione neocoloniale propagandato attraverso la politica della Françafrique. Rimasto nel cuore e nella memoria del “Paese degli uomini retti”, egli promosse campagne sanitarie, alfabetizzazione ed efficientamento burocratico, sostenendo l’aspirazione del popolo di “farsi carico della propria storia”.

Traoré e la svolta antifrancese

A quasi quarant’anni dall’omicidio di Sankara, Traoré ha sacralizzato l’immagine del rivoluzionario, accostando la sua visione sovranista al rigetto dell’ideale democratico occidentale.

Il giovane capo di Stato, perseguendo la volontà di trovare una via alternativa allo sviluppo interno, ha seguito una traiettoria netta verso l’uscita del Paese dall’orbita francese, accostandosi alla memoria storica del “presidente dei poveri”.

I primi frutti del distacco si palesarono a partire dal gennaio 2023 quando il governo di transizione espulse l’ambasciatore francese Luc Hallade, dichiarandolo persona non gradita. A distanza di un mese dalla sfiducia del diplomatico, l’Eliseo è stato accusato di propagare una politica neocoloniale e costretto a ritirare il proprio contingente militare, garante della sicurezza contro i gruppi jihadisti attivi nella regione.

Affermando di contare “sui nostri mezzi, sulle nostre risorse umane per poter vincere questa guerra”, il portavoce del governo Jean Emmanuel Ouédraogo ha confermato la volontà di interrompere l’accordo militare in vigore dal 2018 “relativo allo status delle forze francesi presenti nel Paese”.

L’Aes, l’Ecowas e i nuovi attori

L’ampio risentimento verso l’ex potenza colonizzatrice ha trovato terreno fertile in Mali e Niger, soggetti a colpi di stato militari, rispettivamente nel 2020 e 2023. L’accusa del fallimento francese nel contenere l’espansione islamista si sposa con la volontà dei vertici del potere saheliani di stringere nuove alleanze e diversificare i partner strategici.

In primo luogo, l’unione di Niger, Mali e Burkina Faso nell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes) nel settembre 2023 ha inaugurato una riconfigurazione politico-regionale senza precedenti. Promettendo sicurezza, libera circolazione, cooperazione economica e unione monetaria, gli alleati intendono liberarsi dall’inferiorità e dalla soggezione agli aiuti esterni.

Inoltre, il 28 gennaio 2024 i leader dell’Aes hanno dichiarato il ritiro immediato dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas). L’organizzazione, nata per agevolare l’integrazione economico-sociale tra le nazioni africane, viene ora inquadrata dai regimi golpisti come un agente dell’imperialismo francese.

L’uscita dall’Ecowas non è solo rottura con un’architettura di governance; è l’atto determinante sul quale costruire una nuova “autonomia Aes” basata sull’assenza di condizionalità esterne e paralizzanti.

Il tentativo di istituzionalizzare la cooperazione di sicurezza su base paritaria, al di fuori dei vincoli e delle priorità dell’Ecowas, ha preso vita con l’avvicinamento del blocco saheliano a nuovi attori privati, in particolare Russia e Cina.

Quest’ultima, grazie ad un sistema di approvvigionamento rapido e flessibile nelle negoziazioni, si è posta come interlocutore alternativo al soddisfacimento delle esigenze di Ouagadougou. La collaborazione sino-burkinabé, celebrata dalle parate militari nella capitale il 10 ottobre 2025, concretizza l’obiettivo di un ridisegnamento tattico operante attraverso gli equipaggiamenti e la tecnologia bellica “Made in China”.

Allo stesso modo, il partenariato filorusso stipulato tra il Gruppo Wagner, oggi Africa Corps, con i Paesi del neonato Aes palesa la strategia russa di potenziare i legami con i popoli dell’Africa Occidentale, unendosi alla propaganda autonomista ed antifrancese del presidente Traoré.

L’ascesa di Mosca nell’area saheliana è da intendersi come prima base nell’instaurazione di relazioni che si espandono oltre il settore della difesa. Colmando il vuoto diplomatico lasciato dalle istituzioni Occidentali, la nuova amicizia permetterebbe alla Russia di riacquistare credibilità e nuovi canali d’investimento.

Il nuovo paradigma

Nonostante i numerosi tentativi di allontanamento politico, nascosti sotto l’idealizzazione mediatica della nuova icona antiimperialista, il fulcro della riflessione rimane sulla Francia stessa, più volte accusata di destabilizzare l’area. Il sentimento ostile determinato da un passato di sottomissione e un presente di galoppante crisi economica emerge dalle parole di Traoré.

Offrendosi come alternativa alle promesse di sicurezza del Vecchio Continente, il nuovo corso delle relazioni tra Ouagadougou e i due Stati asiatici – Russia e Cina – marginalizza Parigi e stimola il rinnovamento nelle Organizzazioni Africane.

Nonostante ciò, la minaccia securitaria rende ancora più evidente la debolezza insita nel sistema Traoré. La recente riorganizzazione delle milizie jihadiste attive nella regione ha portato, lo scorso 25 aprile, ad attacchi in varie zone del vicino Mali. La notizia della presa di Kidal e le immagini della ritirata russa evidenziano la difficoltà dei regimi di transizione nel garantire un sistema di protezione efficace ed autonomo.

L’incolumità del territorio dal jihadismo, tra i cardini del programma politico del governo, resta dunque una questione controversa ed attuale nell’avvenire politico del “capitano”. Sebbene il carisma e lo slancio del comandante costituiscano un prototipo per la riconfigurazione dei rapporti tra ex colonie ed empori, la realtà è ben lontana dal Burkina Faso riportato da Traoré e da quello immaginato da Sankara.

A quattro anni dal golpe, il bilancio del progetto politico rimane controverso ed ambiguo. La ricerca di autonomia mediante la formazione di nuove alleanze e l’enfasi sull’oratoria idealista di Sankara offuscano una forma di governo autoritaria, incapace di rispondere con efficacia alle sfide attuali.

Ormai componente endemica del sistema politico, l’ostacolo alla diffusione dell’informazione, insieme all’esposizione alle minacce securitarie, lasciano un grande punto interrogativo sul futuro del Burkina Faso, un Paese che nel suo inno celebra l’“orizzonte di felicità”, ma che di fatto fatica nel suo raggiungimento.

Immagine in evidenza: http://en.kremlin.ru/events/president/news/76895

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Aurora Franchini

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