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Elezioni europee: uno stress test per i partiti italiani
Il voto di giugno fornirà un’istantanea del peso dei partiti, ma nessuno di loro ha davvero in mente l’Europa.

Le elezioni europee si avvicinano e per molti opinionisti rappresentano uno stress test per i partiti, i quali si misureranno nuovamente con l’elettorato a distanza di due anni. Più degli altri, le forze di governo si trovano sul banco di prova: il voto rappresenterebbe l’apprezzamento del lavoro svolto in questa breve parentesi, ma ancora più importante, i risultati potrebbero alterare gli equilibri interni alla maggioranza e diventare pretesto per rivendicare più libertà d’azione.

La maledizione delle elezioni europee

In realtà le europee rimangono una pura istantanea della situazione politica del Paese. Nulla dicono sul futuro del governo e dei partiti, anzi sembra proprio che queste elezioni siano un po’ come Medusa: incantano, pietrificano e uccidono.

Era il 2014, il Partito Democratico di Matteo Renzi raggiunse il 40,81%, senza che il segretario dei dem si candidasse. Tralasciando il peso dell’affluenza (57,22%), quello del Pd fu un risultato storico: la soglia del 40% era stata raggiunta in Italia, in una competizione che coinvolgeva l’intero elettorato nazionale, soltanto dalla Democrazia Cristiana e mai da una forza politica di centro-sinistra.

Forte di questo risultato Renzi condusse la riforma costituzionale del 2016 che gli costò le dimissioni da presidente del Consiglio. Appena due anni più tardi, nelle politiche del 2018, il Pd crollò al 19%, registrando il dato più basso dalla sua fondazione, costringendo Renzi ad abbandonare la segreteria del partito.

Nelle stesse politiche del 2018 completamente opposto fu il primato della Lega che raggiunse per la prima volta della sua storia il 17%. L’anno successivo, Matteo Salvini conquistò le europee di maggio con il 34,26%. Non passò nemmeno l’estate che l’8 agosto la Lega uscì dalla maggioranza invocando il ritorno alle urne.

I sondaggi davano allora il Carroccio al 38% e l’occasione di governare con quei numeri era molto golosa. Un peccato di gola che gli elettori non hanno perdonato nelle politiche del 2022, dove la Lega registrò un crollo del quasi 26%, attestandosi appena sotto il 9%.

In quelle stesse politiche, Giorgia Meloni raccolse il testimone, raggiungendo con Fratelli d’Italia il 26%, primato storico per il partito che sembra non arrestare la sua avanzata nei sondaggi, dato favorito alle prossime europee. E chissà se anche per la premier, come per i due Matteo, il voto di giugno non diventi l’atollo da cui tuffarsi in mare. 


Nessuno vuole andare a Bruxelles?

Quella delle europee non è una sfida disinteressata. Tutti i partiti, compresi quelli dell’opposizione, mirano a raggiungere il miglior risultato possibile. Non tanto per vincere le elezioni e assicurarsi una florida rappresentanza a Bruxelles, quanto perché la vittoria o la sconfitta ha degli effetti diretti sull’elettorato nazionale.

Il voto di giugno costituirà soltanto una tappa dell’interminabile campagna elettorale che sta investendo la politica italiana nell’ultimo decennio. Di fatto si trasformerà in un sondaggio istituzionalizzato, dove il cittadino medio opererà una scelta secondo valutazioni puramente nazionali, noncurante delle linee politiche che condividono i partiti a livello sovranazionale.

Dall’altro lato, le forze politiche punteranno alle europee per aver maggior consenso in Italia. Una spada di Damocle che pende sulla testa dei leader. Perdere le elezioni potrebbe portare a un tracollo nei sondaggi, cedere terreno ai prossimi appuntamenti elettorali e mettere in discussione la propria leadership all’interno del partito.

Tra le coalizioni, poi, la sfida si amplifica. Nella maggioranza, Forza Italia dovrà fare i conti con le nuove mire espansionistiche della premier che sta conquistando la parte moderata di destra, ancora orfana di Silvio Berlusconi.

Matteo Salvini, al contrario, vuole riconquistare le percentuali perdute, affiancandosi agli animi più nazionalisti e conservatori del Paese, delusi dall’ammorbidimento di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio, invece, potrebbe consolidare una fiducia crescente nei sondaggi, con il rischio di stravincere le elezioni.

Nell’altro versante, quello delle opposizioni, è scontro diretto tra il Pd e il M5S. I dem vengono ancora considerati come l’opposizione per eccellenza, tanto che si è parlato di uno scontro televisivo tra Schlein e Meloni, emarginando Giuseppe Conte, che non vuole essere il terzo incomodo. Un eventuale sorpasso dei grillini sancirebbe una nuova gerarchia tra le forze d’opposizione, gettando nella crisi più nera la sinistra italiana.

Assisteremo ad una campagna elettorale che parlerà poco d’Europa, complice anche il distacco tra i cittadini e le istituzioni europee, mai colmato e affrontato da pochi, tra i quali il compianto David Sassoli. Per cui, tranne per quelle questioni che di riflesso coinvolgono l’Unione Europea – immigrazione in primis – assisteremo ad una shitstorm e a confronti molto accesi su tematiche prettamente nazionali, come già accaduto durante il premier time a Montecitorio. Se poi si aggiungono le elezioni regionali, si comprenderà come il dibattito per le europee sarà ancora più diluito.

Quanti andranno a votare?

Luigi Sabatini, ex impiegato in fabbrica, oggi in pensione, passeggia tutte le mattine con il suo cocker caramello per il centro di Modena. Ha l’abitudine di comprare il giornale in edicola. Una volta non aveva tempo per leggerlo, adesso ha tempo per leggerne cinque.

Prende posto al solito tavolo del solito bar sotto i portici. Ordina un caffè e un pasticcino e comincia a leggiucchiare i titoli in prima pagina: «Sondaggio europee, al voto andrà circa il 57% degli aventi diritto». Sorride baldanzoso, tossisce sputando qualche briciola, poi bofonchia qualcosa: questa volta non andrà nemmeno lui.

Se i partiti sono poco interessati a occupare gli scranni del Parlamento Europeo, ancora meno interessati sono gli italiani chiamati al voto, che, come dimostrano i dati, hanno sempre un po’ sentito distanti le questioni europee. Gli ultimi sondaggi registrano una leggera crescita dell’affluenza rispetto alle precedenti europee del 2019, in cui votò il 54,5%, ma che la curva sia in discesa, come quella delle nazionali, è un dato di fatto.

Non si parla soltanto di astinenza volontaria. Nell’enorme calderone degli astenuti, rientrano anche i fuorisede, gli impossibilitati al voto per eccellenza, costretti a viaggiare per centinaia di chilometri, da una punta all’altra della penisola, soltanto per votare. Parliamo di 4.9 milioni di persone, circa il 10% del corpo elettorale, per lo più under 30.


Cittadini che, rispetto ai genitori o ai nonni, hanno un particolare interesse e una certa sensibilità per le tematiche tipicamente europee, come il cambiamento climatico, la sostenibilità, la mobilità e le opportunità extranazionali. Per cui, l’assenza di questa fetta di elettorato avrà, con ogni probabilità, un certo impatto sui risultati delle votazioni, e di conseguenza sullo stress test dei partiti.

Foto in evidenza di Jonas Horsch: https://www.pexels.com/it-it/foto/francia-stanza-vacante-sedute-11682403/

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Giuseppe Patti

Giuseppe Patti

Siciliano, classe ’97, praticante avvocato, scrittore e giornalista. Cresciuto a pane e Sciascia, nel 2020 pubblico il mio primo romanzo, “Il Gran Finale”. Appassionato di politica e diritto, seguo attentamente le dinamiche nazionali ed europee. Per Aliseo mi occupo prevalentemente di politica interna ed europea. Mi piace andare oltre la cronaca, indagare e masticare le questioni con l’ambizione di fornire chiavi di lettura diverse per comprendere la realtà. Non è detto che ci riesca, nel frattempo, però, l’arancina è fimmina.

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