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Modi ha già vinto le prossime elezioni generali indiane?

La presa del nazionalismo e un'opposizione debole favoriscono ancora l'egemonia politica di Narendra Modi

The Prime Minister, Shri Narendra Modi addressing the gathering at the Indian Community Reception Event, at Singapore Expo, Singapore on November 24, 2015.

L’identità: variabile chiave della politica indiana

Narendra Modi è un uomo con una visione chiara dell’India del presente e, naturalmente, di quella da costruirsi nell’immediato futuro. In oltre 70 anni di storia, dall’indipendenza ottenuta nel 1947, l’India ha visto leader, traghettatori e personaggi politicamente attivi che hanno saputo conquistare in casa, e a volte anche nello scenario internazionale, un grande sostegno e una potenza mediatica non indifferente.

Se Nehru, insieme a Gandhi, ha dato alla luce l’India come stato-nazione indipendente, dopo di lui anche sua figlia Indira Gandhi (non c’è parentela tra lei e già citato il Mahatma) ha saputo, pur con metodi controversi, mantenere salda la presa del potere politico in nome dell’unità nazionale. 

Al Congresso, partito politico di cui entrambi facevano parte, l’India deve molto. La pragmaticità con cui in ottica realista si sia scivolati in questi 65 anni di egemonia politica è stata, a volte, sconcertante. Governare l’India significa tentare di ascoltare le esigenze di popoli, culture, identità profondamente diverse tra loro.

Si deve sopravvivere alle insidie di chi vorrebbe separarsi dalla nazione e a quelle di chi vorrebbe, lentamente, sbranarne i confini dall’esterno. Governare l’India significa affrontare i pregiudizi dell’Occidente e la sfiducia dell’Asia, tentare di appiattire le disuguaglianze che permeano le coscienze e di instillare continuamente l’orgoglio di essere indiani.

È un compito arduo, che la storia dell’India contemporanea ci insegna essere colmo di ferite autoinflitte in nome di quell’identità, di cicatrici che continuano a sanguinare nella memoria del popolo indiano. Il Mahatma Gandhi ha favorito il sentimento nazionalista cercando di unire dividendo, nonostante gli avvertimenti dell’amico, la “Grande Sentinella” Rabindranath Tagore, premio Nobel per la letteratura nel1913.

Tagore (1861-1941) con i discorsi sul nazionalismo nel 1917 si propone, con notevole lungimiranza, di fare luce sulle inevitabili derive di una politica ultranazionalista, criticando le scelte europee che hanno favorito l’esplosione del primo conflitto mondiale. 

Tagore sapeva benissimo che l’universalità di certi sentimenti avrebbe intossicato anche il popolo indiano e ammoniva spesso Gandhi sui pericoli di un’indipendenza il cui vessillo fosse l’esasperazione dell’identità nazionale. La storia, pur plasmata dal Mahatma e da Nehru, ha dato ragione al poeta bengalese.

La ricerca spasmodica delle tradizioni perdute fu l’unico modo di riappropriarsi di tutto ciò che la dominazione coloniale aveva cancellato. Il popolo venne diviso su sommarie basi religiose poiché, come Tagore aveva intuito, la battaglia per l’India non si combatteva con lo scudo indistruttibile dell’unità, ma con la lama a doppio taglio del nazionalismo aggregante.

Indira Gandhi, nel suo burrascoso mandato da Primo Ministro, è stata negli anni’70 e ’80 una delle donne più influenti e controverse della politica internazionale. Figlia di Nehru, ha avuto l’arduo compito di traghettare il Paese verso la modernità, di dialogare con le grandi potenze straniere e di spegnere la miccia ai movimenti terroristici interni.

L’operazione “Blue Star”, un massacro senza precedenti contro separatisti i Sikh del Punjab, fu solo il culmine di quasi vent’anni di mandato in cui il pugno di ferro fu l’unica costante nel dinamismo sociale indiano del trentennio post-indipendenza. Queste due incredibili figure, il Mahatma e Indira, hanno subito infine il rancore di quella parte di India che non hanno saputo abbracciare, tragicamente travolti dalle proprie scelte politiche.


Il Congresso oggi, le fratture interne e le prossime elezioni in India

Oggi il Congresso Nazionale appare come l’ombra di sé stesso. Alla guida c’è Mallikarjun Kharge, eletto ad ottobre 2022 ha spodestato pacificamente la famiglia Gandhi dalla Presidenza di partito, sostituendo come figura centrale Rahul Gandhi. Egli, nipote di Indira, ha cercato di risollevare senza successo le sorti del proprio partito da quando l’era Modi ha avuto inizio, ormai dieci anni fa.

Rahul è stato un avversario politico che non ha saputo incarnare il carisma dei propri familiari e si è trovato a fare i conti con un’India che, benché proiettata verso il futuro, ha anche scoperto la necessità di una comunicazione meno progressista e, anzi, fortemente legata al laccio pericoloso dell’identità nazionale. 

Kharge è un uomo di grande esperienza politica, maturata soprattutto in Karnataka, la propria regione d’origine, ma si trova oggi in una posizione per nulla invidiabile. Nel momento in cui, grazie alla vetrina dello scorso maggio del G20 tenutosi in Kashmir, il Paese si è presentato al mondo come “Bharat”, l’opposizione ha unito le forze nella neonata coalizione il cui acronimo è I.N.D.I.A.

Il processo di sanscritizzazione culturale del governo in carica sembra continuamente scontrarsi con le scelte progressiste dell’opposizione. Anche questo scontro linguistico, in un Paese in cui “il nome” come concetto ha un’importanza straordinaria, come ci ricordano scrittrici del calibro di Mahasweta Devi e Gayatri Spivak, è importante per capire la psicologia delle due compagini in gara per il governo della nazione.

I.N.D.I.A sta per Indian National Developmental Inclusive Alliance. La coalizione comprende la maggior parte dei partiti d’opposizione e nasce nel luglio 2023 con l’obbiettivo di contrastare lo strapotere dell’attuale maggioranza. Come si può intuire, una mossa così rischiosa non può che essere la conseguenza della consapevolezza di non poter competere da soli contro il Bjp.

Circa 26 leader dell’opposizione si trovano dunque a competere tra loro, più che contro il governo Modi, poiché i dissapori interni e la naturale impossibilità di conciliare così tante visioni politiche diverse rendono l’I.N.D.I.A. più fragile che mai. Sebbene sia facilmente possibile interpretare le prossime elezioni come uno scontro tra due giganti, per l’opposizione l’unità politica è un’illusione come lo fu quella, sociale, gandhiana oltre settant’anni fa.

Da tenere d’occhio oltre al già citato Congresso, tra i partiti della coalizione, c’è l’Aap. L’Aam Aadmi Party (“il Partito dell’Uomo Comune”) nasce dai movimenti anticorruzione che denunciavano già dal 2011 il malaffare delle istituzioni politiche e giuridiche. Forte delle vittorie a Delhi (2020) e in Punjab (2022) sta acquisendo sempre più influenza, silenziosamente richiamando i riflettori politici ai danni del Congresso, ormai guida troppo debole per l’opposizione.

La disputa dei seggi tra queste due forze politiche, a prescindere dal risultato delle elezioni, che si terranno in primavera, non farà altro che incrinare ulteriormente le fondamenta della coalizione. Coalizione che, pur strizzando l’occhio al progressismo internazionale, all’inclusività e alla globalizzazione, accoglie forze politiche controverse sotto la propria ala, le cui ideologie sono poco coerenti con la linea generale dell’alleanza.

Spiccano infatti, tra gli altri, i partiti di matrice comunista. Dalle rivolte dei naxaliti di fine anni ’60, in cui i ribelli maoisti hanno messo a dura prova la presa governativa tra le popolazioni rurali, tribali e le realtà marginali, lo spettro rosso aleggia forte intorno al Golfo del Bengala. Le cronache della guerriglia dei gruppi ribelli sono vive nella letteratura e nella memoria di tanti indiani, i racconti della già citata Devi ne sono l’esempio più icastico.

Oggi è difficile dire quanto appeal possano avere le idee marxiste e maoiste; tuttavia, quando oltre il 60% della popolazione indiana vive, non senza difficoltà, in zone rurali e le comunità tribali sono ghettizzate, una propaganda di riscatto e giustizia può sicuramente risultare convincente.

L’era Modi è destinata a continuare incontrastata?

Il problema dell’I.N.D.I.A. come forza politica non è nella potenziale varietà di elettorato, fattore che potrebbe essere la forza della coalizione, ma nell’impossibilità materiale di conciliare tutte le necessità dei propri sostenitori.

E molti di essi inevitabilmente si trovano a subire il fascino di una comunicazione di pancia, aggregante e conservatrice che, laddove sfumano le idee, fa dell’orgoglio e dell’ideologia la propria forza. Proprio in mezzo al nazionalismo, dove “la Grande Sentinella” avrebbe guardato con sospetto, proprio lì fiorisce il loto, ad oggi più rigoglioso che mai, del Bharatiya Janata Party.

A dicembre del 2023 in molti hanno gridato alla morte della democrazia in India. L’accusa al governo è arrivata dopo che 141 membri del Parlamento, appartenenti ad 11 partiti dell’opposizione, sono stati sospesi per tutta la sessione invernale e interdetti dall’attività parlamentare.

Ai deputati sarebbe stato imputato di aver fomentato e sostenuto l’irruzione in Parlamento di un gruppo di attivisti che stavano protestando violentemente contro le politiche economiche del governo e la disoccupazione. Amit Shah, Ministro degli Interni, e Modi hanno evitato di commentare la questione, richiamando alla cooperazione politica. Due terzi dei parlamentari sospesi orbitano intorno alla coalizione I.N.D.I.A.

Tutto ciò sicuramente indebolisce le opposizioni, ma nuoce gravemente anche all’immagine di potenza democratica in Asia, ruolo che l’India fieramente vuole da sempre incarnare. Karti Chidambaram, membro del Congresso, ha espresso la propria preoccupazione dopo l’accaduto addirittura accusando il governo di Delhi di ricalcare il modello nordcoreano.

L’occhio internazionale, avendo intuito le possibilità strategiche della Bharat di Modi, si chiude spesso sulle strategie di repressione del dissenso e sulle controverse modalità di aggregazione divisiva del Bjp che troppo spesso sono ben lontane dal concetto più puro di unità nazionale.

Sempre a dicembre, Delhi ha revocato allo Stato federale del Kashmir lo statuto autonomo del quale godeva dalla formazione della Costituzione. L’articolo 370, abrogato nel 2019, garantiva al Kashmir lo statuto speciale, ma nell’ottica di potenziare il controllo centrale del governo sul territorio, il BJP ha attuato negli ultimi anni una serie di politiche discutibili.

Il contrasto al terrorismo ha presto trasformato la presenza dell’esercito in una forza d’attacco, e non in un presidio per la sicurezza locale. Il Kashmir ha ovviamente un’importanza strategica enorme nelle relazioni con il Pakistan e nella resistenza all’espansionismo cinese, ma come ci ricorda il Giudice Sanjay Kaul “i kashmiri sono il cuore della questione” e tuttavia, dai conflitti civili del 2016 ad oggi, sono stati troppo spesso considerati solo danni collaterali nella lotta per la valle più contesa del pianeta.

La figura di Modi vanta sicuramente un fascino mediatico e un’influenza internazionale fuori dal comune, persino per gli standard della politica indiana. Sebbene a seguito delle tutele garantite dal governo canadese ai terroristi del Khalistan i rapporti tra il leader del BJP e Justin Trudeau si siano raffreddati, è indubbio che nel mondo occidentale Modi abbia avuto uno straordinario successo.

Il softpower ottenuto grazie ai social e il feeling politico e personale con leader molto influenti (Giorgia Meloni, Vladimir Putin, Emmanuel Macron e Anthony Albanese su tutti) hanno sicuramente favorito l’ascesa dell’India nel quadro internazionale. L’equidistanza mantenuta a livello economico e nella diplomazia dei conflitti recenti ha inoltre consolidato il ruolo di attore non-allineato del grande elefante asiatico. 

Modi è in testa in tutti i sondaggi (come l’ultimo realizzato ABP News-CVoter), ma le sfide interne e il futuro internazionale della sua Bharat sono un avversario ben più temibile di un’opposizione fragile e divisa. Le elezioni generali dell’India saranno probabilmente solo una formalità ad un mandato che sembra senza scadenza e al percorso politico di un personaggio destinato a plasmare il futuro dell’India partendo dal passato.


Con le luci e le ombre tipiche della classe politica indiana, Modi rappresenta senza dubbio la svolta che in questo momento storico tiene l’India sul binario di un orgoglio aggregante almeno apparente. Ma il nazionalismo è un’arma difficile da brandire a lungo, specialmente nel contesto indiano, dove il popolo è costantemente pronto a dividersi ancora e ancora, alla ricerca dell’unità.

Foto in evidenza: By Prime Minister’s Office, Government of India – http://pibphoto.nic.in/photo//2015/Nov/l2015112473847.jpg PM Narendra Modi in Singapore, GODL-India, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45730611

Matteo Borgese

Nato a Roma nel 1996. Ho frequentato il Liceo Classico per poi proseguire in un percorso di crescita e studio delle discipline umanistiche che mi ha avvicinato sempre più alla filosofia orientale. Mi occupo del subcontinente indiano e di tutto quello che riguarda la cultura e la storia antica e contemporanea dell'India. Appassionato di storia delle religioni, di mistica e del rapporto tra l'uomo e il divino nella sua totalità, cerco di scorgere nella politica contemporanea gli echi delle dottrine filosofiche antiche.

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