Il 7 giugno la Guardia costiera di Taiwan ha annunciato di aver espulso quattro navi appartenenti alla Guardia costiera della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) che erano entrate all’interno delle proprie acque territoriali. Nelle settimane precedenti l’espulsione, le attività della Guardia costiera cinese si erano concentrate attorno alle Isole Pratas, un atollo disabitato controllato da Taipei situato nel Mar Cinese Meridionale, distante circa 400 km dalle coste di Taiwan e 300 km da Hong Kong.
Secondo quanto riportato dalle autorità di Taipei, le imbarcazioni cinesi avrebbero descritto le loro attività come operazioni di polizia condotte in acque soggette alla giurisdizione di Pechino, intimando alla controparte taiwanese di non interferire. In seguito all’espulsione del convoglio navale della Rpc, la guardia costiera di Taiwan ha descritto tali operazioni come un tentativo illecito da parte di Pechino di far valere la propria giurisdizione nell’area.
Nonostante le rivendicazioni territoriali di Pechino nello Stretto di Taiwan non siano una novità, le recenti incursioni nelle acque territoriali sono state presentate dai media di stato del Partito Comunista Cinese (Pcc) come una risposta alla decisione di Giappone e Filippine di intavolare dei negoziati per delimitare i confini marittimi tra i due Paesi.
In occasione del summit tenutosi a Tokyo il 28 maggio, il Primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, e il presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos, si sono impegnati a dare il via a dei dialoghi formali per regolare le rispettive Zone Economiche Esclusive (Zee), in accordo con la Convenzione sul Diritto del Mare delle Nazioni Unite (Unclos).
Secondo l’Unclos, la Zee di un Paese si estende per 200 miglia nautiche dalle proprie coste e, nel caso di Giappone e Filippine, la distanza tra le isole Yonaguni e Hateruma, che fanno parte della Prefettura di Okinawa, e le Isole Mavuli, situate a nord delle Filippine, è inferiore alle 400 miglia nautiche.
A scatenare le proteste di Pechino è il fatto che le Zee dei due Paesi si sovrappongono nelle acque ad est di Taiwan, aprendo quindi alla possibilità che Giappone e Filippine si approprino di diritti di sfruttamento economico dell’area.
Di conseguenza, la Rpc, che considera Taiwan e le acque a est dell’isola come parte integrante del proprio territorio, rivendica la sua partecipazione ai negoziati in base a quanto previsto dall’Unclos, la quale prevede che la delimitazione dei confini marittimi debba essere approvata da tutte le nazioni coinvolte.
In risposta, il ministero degli Esteri di Taiwan ha sottolineato che il Pcc non ha alcun diritto di rappresentare gli interessi della Repubblica di Cina (Roc) in merito alla questione, condannando il tentativo di Pechino di esercitare la propria sovranità sulle acque taiwanesi. Allo stesso tempo, Taipei ha invitato i governi di Manila e Tokyo a rispettare i diritti di sovranità marittima di Taiwan e di agire in accordo con il diritto internazionale.
I legami sempre più forti tra Giappone e Filippine
I negoziati tra Giappone e Filippine rappresentano un ulteriore passo nel rafforzamento della cooperazione strategica tra i due Paesi, entrambi preoccupati dall’espansione della presenza marittima cinese in aree chiave dell’Indo-Pacifico, con un focus particolare sul Mar Cinese Meridionale, sullo Stretto di Taiwan e sul Mar Cinese Orientale.
A tale scopo, l’11 settembre 2025 è entrato in vigore il “Reciprocal access agreement” (Raa), ossia uno strumento che consente alle Forze armate giapponesi e filippine di operare all’interno dei reciproci territori, gettando le basi per una più profonda cooperazione militare.
A conferma di ciò, il 15 gennaio 2026 i ministri degli esteri di Tokyo e Manila hanno firmato l’”Acquisition and cross service agreement” (Acsa), con il quale viene facilitato l’invio di munizioni, carburante, cibo e altri materiali da un Paese all’altro durante le esercitazioni militari congiunte.
I recenti sviluppi della partnership tra Tokyo e Manila rispecchiano le preoccupazioni dei due governi per quanto riguarda la crescente assertività cinese nelle acque del Pacifico.
Se si guarda al Giappone, l’aumento nella durata delle operazioni condotte dalle portaerei della Rpc al di là della Prima catena di isole, rende necessario un cambiamento nella postura di sicurezza di Tokyo, specie considerando anche le ormai costanti attività dell’Esercito Popolare di Liberazione (Epl) e della Guardia costiera di Pechino all’interno del Mar Cinese Orientale e nello Stretto di Taiwan.
Lo stato già non ottimale delle relazioni sino-giapponesi, inoltre, è ulteriormente peggiorato in seguito alle dichiarazioni fatte da Takaichi in merito a Taiwan il 7 novembre 2025, quando il Primo ministro aveva affermato che un ipotetico blocco navale ai danni di Taipei avrebbe rappresentato una minaccia esistenziale per il Giappone, il quale potrebbe ordinare la mobilitazione delle proprie forze di autodifesa.
Nonostante i concetti espressi da Takaichi non rappresentino una novità nella politica di sicurezza giapponese, a queste affermazioni è seguito un duro attacco diplomatico da parte di Pechino, portando alla convocazione dell’ambasciatore giapponese e alla pubblicazione di un post, poi rimosso, del console generale della Rpc a Osaka Xue Jian, che riferendosi a Takaichi ha affermato che «la schifosa testa che si è esposta di sua iniziativa dovrà essere decapitata».
Un altro momento di tensione si è verificato in occasione del transito di una nave della marina giapponese attraverso lo Stretto di Taiwan, avvenuto il 17 aprile 2026, con le autorità di Pechino che hanno descritto l’episodio come una deliberata provocazione da parte di Tokyo.
La “linea dei nove tratti” e la sentenza dell’Aia del 2016
A rendere ulteriormente complessa l’evoluzione dei rapporti tra Cina e Giappone è il fatto che al diminuire della presenza americana nella regione, obiettivo che continua ad occupare una posizione di rilievo nell’agenda del Pcc, corrisponda un forte incentivo per Tokyo nel perseguire il riarmo e rafforzare alleanze con i partner regionali.
Se si guarda al Mar Cinese Meridionale, la partnership strategica tra Giappone e Filippine si caratterizza come una forma di deterrenza alle rivendicazioni di Pechino. Basandosi sulla cosiddetta “Linea dei nove tratti”, contenuta in una mappa del 1947, la Rpc considera la quasi interezza del Mar Cinese Meridionale come parte del proprio territorio, portando alla costruzione di una fitta rete di isole artificiali e basi militari per rafforzare la presenza dell’Epl nella regione.
Oltre ad essere uno dei corridoi marittimi più importanti per il commercio globale, vista la prossimità allo Stretto di Malacca, la competizione nel Mar Cinese Meridionale è anche legata alla sua abbondanza di risorse naturali quali gas, petrolio e prodotti ittici.
Non stupisce, quindi, che l’assertività di Pechino si scontri con le istanze degli altri Paesi dell’area. A 10 anni dalla sentenza della Corte Permanente di Arbitrato (Cpa) dell’Aia pronunciata sulla base dell’Unclos nel 2016, la quale aveva deliberato in favore delle Filippine in merito alle violazioni cinesi denunciate da Manila, gli incidenti navali tra i due Paesi sono proseguiti.
Tale sentenza, infatti, è stata respinta da Pechino, nonostante la Cpa avesse dichiarato invalida la “Linea dei nove tratti”. Per far fronte alla presenza della Rpc nel Mar Cinese Meridionale, a partire dal 2022 si è assistito ad un progressivo aumento della cooperazione militare tra le Forze armate americane e filippine, che si sostanzia annualmente nelle esercitazioni “Balikatan”.
Washington incoraggia il rafforzamento delle partnership regionali
Negli ultimi anni, i contorni dell’alleanza tra Washington e Manila hanno assunto sempre più marcatamente una postura anticinese. Le esercitazioni annuali “Balikatan”, infatti, hanno progressivamente interessato le coste del nord delle Filippine e a partire dal 2023 l’esercito americano ha accesso alla base “Camilo Osias”, che, con i suoi 500 km di distanza da Taiwan, rappresenta per gli Stati Uniti il punto di accesso più prossimo all’isola.
Le esercitazioni del 2026, poi, hanno avuto un focus importante sullo Stretto di Luzon, dove sono stati testati missili americani e giapponesi per simulare operazioni militari marittime. Oltre al Giappone, ad inviare contingenti militari per prendere parte alle esercitazioni sono stati anche Australia, Canada, Francia e Nuova Zelanda.
Alla luce del ricollocamento degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico inaugurato dalla seconda amministrazione Trump , vale la pena evidenziare come la partnership strategica tra Giappone e Filippine rappresenti uno dei prodotti della nuova postura americana nella regione.
Durante il suo intervento all’ultimo Shangri-La Dialogue, il segretario della Difesa americano Pete Hegseth ha riassunto l’approccio degli Stati Uniti alla sicurezza regionale dell’Indo-Pacifico con le parole “strong, quiet and clear”.
L’intento sarebbe quello di rafforzare la dimensione militare delle alleanze regionali (burden sharing), spingendo i vari Paesi ad aumentare gli investimenti nella difesa (strong); ridurre l’enfasi sulla retorica del rispetto delle regole e porre fine all’era della “performative outrage”, caratterizzata da forti proteste diplomatiche che ostentano virtù ma non proiettano capacità militari (quiet); e chiarire che, sebbene il teatro dell’Indo-Pacifico continui ad occupare un posto di rilievo per Washington, il centro strategico degli Stati Uniti sarà l’emisfero occidentale (clear).
Il rafforzamento della partnership tra Giappone e Filippine, quindi, sarebbe in linea con quelle che sono le priorità strategiche degli Stati Uniti, le quali ruotano attorno al “burden sharing”. Sebbene lo stesso Hegseth abbia descritto l’ascesa dell’egemonia cinese nel Pacifico come una minaccia per il balance of power regionale, l’ambiguità americana nei rapporti con Pechino rappresenta un ulteriore incentivo per i Paesi asiatici ad essere più proattivi nella loro politica di difesa.
Questa tendenza, emersa con l’avvento dell’attuale amministrazione Trump, mette in allarme anche gli stessi apparati americani, i quali spingono per un maggior impegno di Washington nel teatro dell’Indo-Pacifico. A dispetto di un apparente periodo di quiete seguito all’incontro tra Trump e Xi, quindi, è molto probabile che questa postura verrà messa alla prova dalle evoluzioni future nei rapporti tra Stati Uniti e Rpc.
In seguito al summit tra Trump e Xi, il presidente americano ha affermato che la sospensione dell’approvazione del pacchetto di aiuti militari dal valore di 14 miliardi diretto a Taiwan, il cui status rimane il punto centrale del suddetto equilibrio, potrebbe essere una buona leva per negoziare con il suo omologo cinese, suggerendo che Washington potrebbe essere disposta a mettere in secondo piano gli interessi dei propri partner regionali in favore di un rapporto più stabile con la Rpc.
La questione, inoltre, si interseca anche con l’impegno americano in Iran, in quanto il segretario della Marina americana Hung Cao ha affermato che l’approvazione del pacchetto è stata sospesa per garantire munizioni a sufficienza all’operazione “Epic Fury”.
Pertanto, come si legge anche nel comunicato congiunto firmato in occasione del summit del 28 maggio, la partnership strategica tra Giappone e Filippine si pone come garante del “Free and Open Indo Pacific”, concetto che era stato al centro della politica regionale di Biden, segnando un ulteriore passo negli sforzi di Manila e Tokyo nel preservare attivamente lo status quo nello Stretto di Taiwan e, più in generale, nell’Indo-Pacifico.
Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/04/JMSDF_Officer_Summer_Service_Dress_Uniform.jpg; immagini nel testo: 1) U.S. Central Intelligence Agency, Public domain, via Wikimedia Commons https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/a4/Schina_sea_88.png
2) By U.S. Marine Corps photo by Sgt. Kallahan Morris – https://www.dvidshub.net/image/7113047/balikatan-22-flight-operations, Public Domain, Link
