Il primo luglio 2026 le autorità siriane hanno assestato un colpo frontale alle reti del narcotraffico transfrontaliero, sventando il contrabbando di 832 mila compresse di Captagon provenienti dal vicino Libano.
L’operazione, condotta nel distretto di Al-Nabek, ha visto l’Amministrazione siriana per il contrasto alla droga operare in coordinamento con il Comando di Sicurezza Interna del governatorato di Rif Dimashq, lungo il margine orientale della catena montuosa dell’Anti-Libano, un corridoio storico verso il deserto siriano.
Questo intervento non è un evento isolato. Il 24 giugno le autorità avevano già sequestrato 600 mila compresse tra le province di Homs e Idlib, nell’ambito della promessa delle nuove autorità di transizione, guidate dal Presidente Ahmad Al-Sharaa, di combattere il narcotraffico «con ogni mezzo legittimo» per raggiungere l’obiettivo di una Siria libera dalla droga.
L’operazione è la manifestazione di una transizione scaturita dalla caduta di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024. Il cambio di regime ha interrotto la produzione industriale, ma non il capitale criminale né le sue complesse geografie di conflitto.
Nel decennio precedente, la Quarta Divisione Corazzata comandata da Maher al-Assad e il Direttorato dell’Intelligence Militare avevano trasformato la Siria in una vera e propria industria del Captagon, coprendo una quota dominante della produzione globale e integrando apparato statale e logistica armata.
Le reti produttive erano divenute parte inscindibile dell’architettura di potere del regime, obbligando oggi il nuovo Stato a confrontarsi con l’eredità materiale di un narco-apparato costruito dall’alto.
L’attuale transizione ha interrotto una quota significativa della produzione industriale, chiudendo laboratori e magazzini riconducibili al vecchio apparato. A ciò si accompagna un aumento dei sequestri regionali.
Le nuove autorità hanno, infatti, dismesso 15 laboratori industriali e 13 siti minori di stoccaggio, con oltre 200 milioni di compresse sequestrate in quattro mesi, venti volte il volume confiscato dal regime in tutto il 2024.
La fine del narco-Stato non equivale però alla fine del mercato. Gli stock accumulati, le competenze tecniche diffuse e le reti di contrabbandieri sopravvivono al crollo politico, alimentando flussi che valicano i confini e nutrono le economie di frontiera, adattandosi rapidamente al nuovo vuoto di potere.
Il punto sensibile del nuovo mercato
Il passaggio decisivo dell’attuale contingenza è la trasformazione del commercio del Captagon da monopolio di Stato a sistema frammentato.
Disarticolati i grandi poli industriali, la produzione si è riconfigurata come industria domestica, radicata in aree dove il controllo del governo è debole e affidata a milizie, reti tribali e imprenditori criminali. Questo spostamento verso la periferia fa del Captagon il motore economico di nuove geografie di potere.
A Suwayda, uno dei principali hub criminali, i fratelli Ghassan e Imad Abu Zureiq hanno ottenuto dieci tonnellate di scorte direttamente dal comandante di fiducia di Maher al-Assad, continuando il narcotraffico attorno al valico di Nasib quasi senza interruzioni.
L’attrattiva economica resta il principale ostacolo allo smantellamento di queste reti. Il Captagon costa pochi centesimi da produrre e si vende fino a 25 dollari a compressa nei mercati del Golfo, una rendita che resta per molte comunità di confine l’unico settore capace di offrire reddito e protezione armata.
I corridoi più attivi restano Ghouta, Suwayda e Deir ez-Zor, con connessioni verso Turchia, Libano e Giordania, prima di raggiungere l’Arabia Saudita attraverso i porti di Haditha e Duba.
Per eludere i controlli, i trafficanti nascondono le compresse in spedizioni agricole, tessuti grezzi o dentro sacchetti ingeriti dal bestiame, mentre droni, palloni frenati e tunnel completano l’infrastruttura di frontiera.
Anche le rotte interne restano vive. Un servizio regolare di autobus tra Suwayda e Jaramana alimenta lo spaccio capillare fin dentro i sobborghi di Damasco.
Questa capillare filiera si riflette in una crescente militarizzazione dei confini. Le frontiere con Giordania e Libano diventano teatri in cui si saldano logiche di contrabbando ed esigenze di sicurezza nazionale, con scontri a fuoco, regole d’ingaggio letali e, nei casi estremi, incursioni aeree mirate oltreconfine.
Sul lato iracheno, secondo il ministro dell’Interno di Baghdad, milizie legate a Teheran come Asaib Ahl al-Haq userebbero tessere delle Forze di Mobilitazione Popolare per far transitare il Captagon eludendo i controlli.
Il teatro del contrasto, dunque, ha ormai superato la dimensione della semplice sicurezza transfrontaliera.
La Siria si trova al centro di una crisi che allarma non solo i Paesi di primo transito, ma spinge potenze di destinazione come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti a percepire la proliferazione delle anfetamine sintetiche come una minaccia diretta alle proprie architetture di sicurezza.
Oltre la repressione
Per la Siria si apre una fase in cui la fine del regime dovrà tradursi in capacità materiale e controllo del territorio. Il 18 dicembre 2025 il Congresso americano ha abrogato il Caesar Act, ma l’abrogazione impone al presidente americano di certificare al Congresso ogni 180 giorni, per quattro anni, che Damasco combatte il Captagon.
Superare questa verifica è l’unica chiave capace di sbloccare gli investimenti stranieri necessari per una ricostruzione che la Banca Mondiale stima in 216 miliardi di dollari.
L’apparato repressivo rischia però di rivelarsi un argine fragile se non si disinnesca l’impiego del narcotraffico come strumento di guerra per procura. Formazioni come Hezbollah in Libano, forte di un network produttivo radicato da decenni, o le milizie irachene legate a Teheran, fungono da facilitatori per il transito degli stupefacenti.
Il Captagon diventa un’arma asimmetrica che garantisce fondi alle formazioni paramilitari e, insieme, destabilizza il tessuto sociale dei Paesi del Golfo.
Questa architettura transnazionale trova sponda nelle fratture interne siriane, impedendo a Damasco di ricomporre la propria sovranità. I cartelli provinciali non prosperano nel vuoto, ma agiscono come terminali locali di potenze straniere.
Il baricentro di questa dinamica è Suwayda, dove i proventi del traffico finanziano non solo il Karama Battalion ma anche le milizie del leader druso Hikmat al-Hijri, che ha già cercato sponsorizzazione israeliana in funzione anti-governativa.
Finché quella rendita continua a finanziare milizie che rispondono a logiche dettate all’estero, ogni intesa di confine rischia di restare lettera morta, dall’accordo firmato a Gedda tra Damasco e Beirut alla task force congiunta tra Amman e Riad.
Cercare di piegare queste enclave solo con la repressione armata rischierebbe però di riaccendere gli scontri già visti nella regione, alimentando il risentimento che oggi rende l’autonomia locale più attraente della sottomissione allo Stato.
Smantellare questa rete richiede di recidere l’ossigeno finanziario e logistico che attraversa i confini, la condivisione di intelligence tra Amman, Baghdad, Beirut e Damasco, operazioni congiunte contro il riciclaggio e un controllo più stretto dei valichi.
Anche l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (Onudc) converge su questo punto, raccomandando un meccanismo regionale che includa la partecipazione del nuovo governo siriano invece di lasciarlo ai margini della cooperazione tecnica. Solo un coordinamento di questo tipo può rendere insostenibile il modello di autofinanziamento di queste milizie.
Se nel frattempo la cooperazione resterà tardiva, frammentata e l’economia illecita continuerà a sostenere le milizie locali, la Siria andrà incontro a un duplice fallimento.
Sul piano interno non riconquisterà la propria piena sovranità, restando campo di battaglia per potenze straniere. Sul piano internazionale rischierà di fallire la certificazione statunitense, precludendosi l’accesso ai capitali per la ricostruzione.
Trasformando Suwayda e le aree di confine con l’Iraq in terreno permanente su cui Iran e Israele regolano i propri conti per interposta milizia, mentre Damasco resta spettatore su parti del proprio stesso territorio.
La posta in gioco non riguarda quindi soltanto la difesa dei mercati arabi da ciò che transita sui confini nazionali. Non sarebbe la prima volta che il Paese lega la propria immagine internazionale a questo dossier.
Già nel 2023 la promessa di ridurre l’export era stata la condizione per il rientro di Damasco nella Lega Araba, un impegno che gli eventi successivi avrebbero smentito.
Riguarda la possibilità per la Siria di usare la disarticolazione del dominio narco-criminale come area su cui ricostruire credibilità internazionale e pacificazione interna.
È su questo terreno, più che sulla mera intensificazione delle attività di contrasto, che si misurerà la reale capacità di Damasco di governare il proprio territorio, evitando di restare un fragile crocevia in balia di decisioni prese altrove.
Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e2/Captagon.jpg
