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Le vestigia dell’Impero: Francia e Regno Unito nell’Indo Pacifico
Le due ex potenze coloniali si vogliono ancora globali e hanno strategie diverse per l’area centrale del XXI secolo

Proprietari dei due maggiori imperi coloniali fino alla Seconda guerra mondiale, Francia e Regno Unito sono usciti profondamente ridimensionati dall’ordine mondiale post 1945. Strette nella morsa delle superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica e successivamente nell’unipolarismo americano, le due storiche nazioni europee hanno perso la centralità globale che avevano guadagnato nei secoli precedenti.

Ciononostante, rimangono “medie potenze” di tutto rispetto: rispettivamente settima e sesta economia del mondo, hanno entrambe un arsenale nucleare autonomo e sono membri permanenti con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Come tali si percepiscono e in una certa misura sono ancora delle potenze globali, con strategie autonome anche in scenari lontani molte migliaia di chilometri dall’Europa. 

L’importanza dell’Indo Pacifico 

Tra questi scenari il più importante è probabilmente quello dell’Indo Pacifico. L’ascesa della Cina a rivale sistemico degli Stati Uniti ha fatto sì che Washington, a partire dalla presidenza di Bush Jr, ma più compiutamente con quelle di Obama, Trump e Biden, abbia spostato la maggior parte del proprio interesse e delle proprie risorse verso quest’area. Come disse l’allora segretario di Stato Hillary Clinton in un famoso discorso a Honolulu del 2011: «È sempre più chiaro che, nel XXI secolo, il centro di gravità strategico ed economico del mondo sarà l’Asia-Pacifico, dal subcontinente indiano alle coste occidentali delle Americhe». 

Preso atto di ciò, tutte le successive amministrazioni statunitensi, ciascuna con le proprie sfumature, hanno aumentato gli investimenti economici, diplomatici e militari nell’area a scapito di zone ritenute ormai secondarie, come l’Europa. È il cosiddetto “Pivot to Asia”, che nemmeno la guerra in Ucraina ha scalfito nelle priorità di Washington. 

Il Regno Unito che si vuole globale 

Il più fedele alleato degli americani in questa nuova strategia è ancora una volta il Regno Unito. I fautori dell’uscita di Londra dall’Unione europea, risultati vittoriosi nel referendum del 2016, avevano uno slogan esemplificativo: «Out of the Eu and into the world». Secondo la retorica dei Brexiteers, Bruxelles era una realtà declinante e burocratica, che andava sostituita come principale partner economico e strategico dai dinamici Paesi dell’Anglosfera e del Commonwealth. Come disse l’allora premier Theresa May, dopo la Brexit il Regno Unito sarebbe diventato (o meglio ritornato) «una grande nazione commerciale globale». 

Da questa visione, certamente di non semplice realizzazione viste le immense distanze geografiche, nasce la strategia britannica per l’Indo-Pacifico. Dal punto di vista economico, il Regno Unito ha firmato accordi di libero scambio con Giappone, Australia e Nuova Zelanda. A esemplificare plasticamente dove guardi la nuova Global Britain, Londra ha richiesto di aderire al Cptpp, area di libero scambio di 11 Paesi affacciati sull’Oceano (ma non gli Stati Uniti, che su richiesta dell’allora presidente Trump non hanno ratificato l’accordo) che formano insieme il 13% del Pil mondiale. 

A livello strategico, il Regno Unito ha aumentato il proprio budget per la difesa: oggi è il terzo Stato al mondo per spesa militare dietro solo a Stati Uniti e Cina. Obiettivo di Londra è ritornare “a est di Suez”, da dove si era ritirata (anche se non completamente) negli anni ‘60. Quest’area corrisponde proprio a quello che oggi è definito Indo-Pacifico. La Royal Navy, che ha beneficiato più di tutte le altre forze degli aumenti di bilancio, vi ha inviato tra le altre navi il nuovo fiore all’occhiello della marina di sua Maestà: la portaerei Hms Queen Elizabeth, interoperabile con i jet statunitensi.

Insieme alla Gemella Prince of Wales, la portaerei Hms Queen Elizabeth (65mila tonnellate) è uno dei perni della nuova strategia globale del Regno Unito | foto da Wikimedia Commons

La Queen Elizabeth ha partecipato a esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale, dove oltre agli americani in alcune occasioni sono stati coinvolti anche i giapponesi. Nell’Oceano indiano, i governi Cameron e May hanno aperto nuove basi in Bahrein e in Oman, oltre ad aver sempre mantenuto le basi nell’isola di Diego Garcia e a Singapore.

Il Regno Unito ambisce insomma ad essere un importante player nel teatro dell’Indo-Pacifico, al fianco dell’alleato americano e in chiave spiccatamente anti-cinese. Dopo una golden age di rapporti con la Cina infatti, oggi Londra e Pechino sono ai ferri corti, dopo la scelta di Xi Jinping di rompere di fatto l’accordo su Hong Kong che prevedeva “un Paese e due sistemi” per l’ex colonia britannica, oltre che per le pressioni in tal senso di Washington. Sempre in chiave anti-cinese va visto l’accordo Aukus del 2021, con cui Regno Unito e Stati Uniti si impegnano a fornire otto sottomarini a propulsione nucleare all’Australia

La Francia neogollista 

L’accordo AUKUS è ad oggi probabilmente il maggior successo di Global Britain nell’Indo-Pacifico. Allo stesso tempo è stato un grande smacco per la Francia: scegliendo Londra e Washington infatti, Canberra ha stracciato un precedente accordo con Parigi. La sempre maggiore aggressività di Pechino ha spinto l’Australia tra le braccia degli alleati anglo-sassoni, più risolutamente anti-cinesi. 

La Francia invece, mantenendo una tradizione che risale ai tempi del generale Charles De Gaulle, ha una politica più autonoma nell’area, anche perché vi è rappresentata territorialmente. Sono francesi le isole di Réunion e Mayotte nell’Oceano Indiano, come la Nuova Caledonia e una parte della Polinesia in quello Pacifico. Questo dà a Parigi il controllo su ampie zone economiche esclusive (Zee), che intende proteggere per interesse nazionale. 

La politica di De Gaulle nei confronti degli Stati Uniti, seguita poi dalla quasi totalità dei suoi successori e certamente anche da Emmanuel Macron, si riassume nella frase «Amici, alleati, ma non allineati». La Francia ha interessi talora divergenti da quelli americani e cerca di raggiungerli autonomamente. Può essere letto in questo senso il filo diretto che il presidente francese ha mantenuto con Vladimir Putin durante l’intero conflitto in Ucraina, ma anche l’approccio più morbido verso la Cina. 

Nei confronti del Dragone Macron ha cercato di riequilibrare i rapporti di forza dal punto di vista commerciale, giudicati troppo sfavorevoli per Parigi. Per fare ciò, ha tentato di “europeizzarli”: un blocco comunitario unito avrebbe avuto più capacità negoziali. Questa strategia non ha dato finora grandi frutti, per via delle diverse priorità sul tema dei Paesi Ue, a cominciare dalla Germania.  

Anche a livello geopolitico la Francia si pone, almeno retoricamente, come l’unico avamposto dell’Unione europea nell’Indo-Pacifico dopo l’uscita del Regno Unito. Parigi ha poi costruito un rapporto molto solido con l’India. Le basi erano già state poste sotto la presidenza di Jacques Chirac (1995-2007), ma le relazioni sono decollate con Macron all’Eliseo e Narendra Modi a guidare Nuova Delhi, il quale definì   «un’alleanza» quella tra la Francia e il suo Paese. «Partenariato eccezionale» è invece il grado di rapporti tra Parigi e il Giappone, con i due Paesi che hanno stilato una roadmap comune per una rafforzata cooperazione.

Questi sono esempi della strategia transalpina di creare dei partenariati minilaterali nell’area Indo-Pacifica, con l’obiettivo di evitare di essere coinvolti in un gioco a somma zero dato dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina. Amici, alleati, ma non allineati. 

Articolo a cura di Rodolfo Fabbri e Carlo Miglior

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Rodolfo Fabbri

Rodolfo Fabbri

Giornalista, da sempre affascinato da storia, geografia e politica. Milanese con esperienze in giro per l'Europa, ho una passione che sfiora la maniacalità per mappe e dati. L'obiettivo che mi pongo è quello di raccontare con equilibrio quel che ci succede intorno. Perché se è vero che nel giornalismo l'oggettività non esiste, ritengo che il nostro dovere sia di fare tutto il possibile per avvicinarvisi

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