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Lo spettro del fascismo: un punto critico sulla figura di Giorgia Meloni

La destra in marcia dall'autoritarismo al conservatorismo: radicale e sovranista, ma non eversivo

giorgia meloni

A due mesi dal voto, uno spettro si aggira per l’Italia. E no, stavolta non è ammantato di rosso bensì di nero e terrorizza pagine di giornale e salotti televisivi. Stiamo parlando del ventilato pericolo di svolta autoritaria qualora il centrodestra a trazione Fratelli d’Italia dovesse vincere le elezioni. Il pericolo del fascismo.

Una premessa dovuta per agevolare la comprensione di questo articolo: la storia è unica e non concede bis, nonostante il nostro Paese si impegni quotidianamente per rispettare la massima che vuole l’esatto opposto e cioè che essa si ripeta sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa.

Ma per capire se Giorgia Meloni sia o meno un pericolo per la nostra democrazia, occorre evitare slanci drammatici e ragionare a mente fredda. Proviamo dunque a svolgere un’analisi critica su proposte, posizionamento e posture della leader romana, cercando anche di capire le cause di queste paure.

“Estremismi” della Prima Repubblica

Durante la Prima Repubblica, la conventio ad escludendum non colpiva solo il PCI ma anche due realtà molto più piccole e ugualmente significative per ciò che rappresentavano: il PNM (partito nazionale monarchico) e il MSI (Movimento sociale italiano), confluiti, dopo alterne vicende, nel MSI – Destra Nazionale. Cosa avevano in comune queste formazioni con il PCI? In parole povere, la condizione di essere delle forze “antisistema”, cioè portatrici di idee tali da scuotere le fondamenta della Repubblica italiana.

Il partito monarchico metteva in discussione la forma repubblicana dello Stato, il PCI l’appartenenza dell’Italia al campo occidentale (almeno fino al ’68) e il MSI si proponeva, di fatto, erede del regime fascista. L’esclusione di queste istanze dal normale agone politico non venne realizzata attraverso una legge, come accadde in Germania, ma tramite un accordo tacito tra i partiti volto proprio a evitare che le forze antisistema entrassero nella stanza dei bottoni.

La conventio ad escludendum termina con la Prima Repubblica, quando il PCI cambia nome e Silvio Berlusconi appoggia la candidatura a Roma di Gianfranco Fini, autore, di lì a qualche anno, della svolta di Fiuggi, punto di rottura con il passato autoritario. Da quel momento, sia gli eredi del PCI che del MSI sono stati ai vertici delle Istituzioni: Fini sarà Presidente della Camera mentre Massimo D’Alema andrà a Palazzo Chigi e Giorgio Napolitano addirittura al Quirinale.

Ma alla svolta politica pare non essere seguita una vera e propria riconciliazione culturale tra le opposte fazioni: Silvio Berlusconi ancora nel 2009, in un comizio elettorale a Cinisello Balsamo, arringava la folla urlando “siete ancora oggi e come sempre dei poveri comunisti”; oppure si pensi alle polemiche che ogni anno sorgono attorno alla Festa della Liberazione. Festa che dovrebbe essere sentita da tutti gli italiani come momento di palingenesi nazionale e che, al contrario, diventa occasione di diatribe, tanto da ridurla a commemorazione di parte.

Meloni e le accuse di fascismo

Le accuse di fascismo a FdI vanno inserite in questo solco e sono per lo più portate avanti da gruppi editoriali e culturali, piuttosto che dagli avversari politici (Enrico Letta si guarda bene dall’entrare in simili diatribe). Ma come facciamo a capire cosa c’è di vero? In primis, conviene spulciare il programma di Fratelli d’Italia, disponibile fino a poco tempo fa sul sito internet del partito, alla voce “programmi” (adesso la pagina restituisce “errore”, ipotizziamo in vista della pubblicazione del programma di coalizione, avvenuta qualche giorno fa). Il vecchio manifesto di Fratelli d’Italia era costituito da 15 punti: vediamo i più controversi.

I primi sei punti sono sintetizzabili nello slogan “prima gli italiani”, declinazione nostrana dell’”America First” di Donald Trump. Dentro vi si legge di lotta all’immigrazione clandestina, di blocco navale e rimpatri e di revisione del diritto di asilo. A differenza di quanto possiamo immaginare per il collega Matteo Salvini, Meloni ha un’idea strutturata di come vada declinato quel “prima gli italiani”. Innanzitutto, in formula antieuropeista: nel vecchio programma è presente la proposta di ridiscutere tutti i trattati europei e introdurre in Costituzione una clausola di supremazia dell’ordinamento nazionale sulle “direttive europee nocive” come la Bolkestein.

La questione del “Prima gli italiani” viene sviscerata anche riabilitando i concetti di nazione e interesse nazionale, concetti scomodi nel dibattito pubblico italiano. In Italia non si sono mai fatti per bene i conti con il passato, e quando si parla di nazione o interesse nazionale tornano alla mente periodi cupi, tanto che si tentò di sopprimere le parole “interesse nazionale” persino nella nostra Carta.

Per “nazione” si intende una Comunità che condivide caratteristiche comuni quali territorio geografico, cultura (storia, tradizioni, lingua, religione) ed etnia. Difendere l’interesse nazionale, quindi, non ha per forza a che vedere con derive autoritarie (si guardi alla Francia o al Regno Unito) o con discriminazioni razziali (il possibile successore di Boris Johnson è Rishi Sunak, conservatore, induista molto legato alle sue radici indiane).

La difesa dell’interesse nazionale di Giorgia Meloni passa per proposte di sostegno alla natalità (400 euro ogni figlio, sgravi fiscali, riconoscimento del lavoro domestico ecc…), istituzione di un blocco navale contro l’immigrazione clandestina, con tanto di accordi con la Libia (quale Libia, quella controllata dai Russi o quella controllata dai Turchi?), e difesa dell’Italia da una presunta “islamizzazione” (si ricordino le polemiche contro il museo egizio di Torino che nel 2018 aveva previsto degli sconti per i visitatori musulmani).

Infine, nell’ottica di un rafforzamento della forma di governo, Fratelli d’Italia è da sempre portabandiera della riforma in senso presidenziale della Costituzione – proposta che ha ricevuto il placet anche dell’alleato liberale Silvio Berlusconi. Finora sono trapelati troppi pochi dettagli sulla questione, difficile quindi stabilire se ci  siano minacce all’ordinamento democratico o meno. Appare però preconcetto avversare il presidenzialismo in quanto tale, visto che un ampio numero di democrazie fanno affidamento a sistemi presidenziali o semipresidenziali a cominciare da Stati Uniti e Francia.

Conservatori, non eversivi

Le proposte di Fratelli d’Italia possono non piacere. Sono ispirate a un conservatorismo radicale che mette al centro l’interesse nazionale dell’Italia piuttosto che le istanze europeiste o globaliste. Un conservatorismo che si scontra con le questioni dei diritti civili, ambientali e sociali, che ritiene gli immigrati un pericolo e che vede nelle differenze culturali un fattore di debolezza per il nostro paese. Ma siamo ben lungi dal poter definire Fratelli d’Italia una forza antisistema.

Nelle sue proposte non vi è traccia di una volontà di sovvertire l’ordine democratico o di introdurre leggi liberticide. Sul piano internazionale, Giorgia Meloni ha fatto professione di un atlantismo pieno, rimarcando come il suo partito abbia sempre appoggiato il Governo nel sostegno all’Ucraina – posizione ribadita nel corso di una recente intervista a Fox News. Messaggio chiaro a Washington: con me siete al sicuro.

Ma la sola analisi del programma non è sufficiente a chiarire se un movimento politico sia un pericolo per la democrazia o meno. Il primo punto del manifesto di San Sepolcro, ad esempio, era di estendere il suffragio universale alle donne. Dobbiamo prendere in considerazione un altro aspetto: il fascismo non è stato solo il progetto politico di un singolo o di un gruppo di individui con l’ambizione di prendere il potere.

Esso è nato da condizioni storico-culturali ben precise e sulla spinta di due forti pulsioni che si manifestarono insieme, travolgendo il sistema democratico italiano: risentimento e paura. Risentimento verso la pace di Versailles, fomentato dal mito della vittoria mutilata. Paura di quello spettro ammantato di rosso richiamato prima. Con la connivenza decisiva di una monarchia debole e compiacente.

Nulla di più lontano dal contesto odierno. Certo, tensioni internazionali, pandemia e conseguenti crisi economiche non promettono un autunno sereno, ma possiamo dire con relativa certezza che non assisteremo ad occupazioni di fabbriche, assalti a camere del lavoro, reduci di guerra inquadrati in squadracce punitive. Inoltre, il sistema democratico appare ben più saldo: le istituzioni sono più forti, i cittadini vengono da 70 anni di libertà, pace e democrazia, l’analfabetismo è allo 0,6% (nel 1921 era al 35%).

Le condizioni economiche, per quanto peggiorate negli ultimi anni, mostrano comunque un benessere diffuso tra la popolazione. Ancor più importante, l’Italia è ancorata a un sistema di alleanze e di comunità sovranazionali che non permetterebbe alcuna deriva autoritaria, sistema di cui la stessa Giorgia Meloni fa parte, visto che è Presidente dei Conservatori Europei, come ha rimarcato il 10 agosto, in un video in cui la leader di FdI ha affermato con nettezza che condanna il regime fascista e le leggi razziali del 1938. 

Le accuse di fascismo rivolte a Giorgia Meloni incorrono in un duplice errore. Il primo è storico-conoscitivo: da un lato si rinunciano a capire le istanze di cui la leader romana si fa portavoce e, dall’altro, si svilisce il dramma che il fascismo ha rappresentato per il nostro paese. Il secondo è politico: non è possibile relegare l’ampia parte della popolazione italiana che si riconosce nelle proposte della Meloni al ruolo di paria o di pericolosi facinorosi.

Esacerbare questa distinzione, questo sì che creerebbe un rischio per la democrazia. No, quei cittadini vanno ascoltati, ne vanno compresi i disagi, la visione del mondo, l’incapacità di attribuire un senso alle loro difficoltà. Forse le élite dovrebbero mettersi di impegno a studiare il fenomeno del sovranismo e cercare di comprendere le cause del malessere che serpeggia in alcune frange della popolazione. Sempre che non si voglia continuare a dare la caccia agli spettri.

Davide Masciocchi

Appassionato di politica e storia sin da ragazzino, lavoro a Roma in BMTI (Borsa Merci Telematica Italiana) e studio alla Scuola di Geopolitica di Limes. Sono un lettore accanito, amante della letteratura e della cultura classica, amore che cerco di riversare anche nei miei scritti. Tra le mie passioni, mi piace sempre citare quella per gli scacchi e i giochi di strategia in generale.

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