Negli ultimi anni, soprattutto con il ritorno dei talebani al potere nell’agosto del 2021, diversi gruppi terroristici hanno intensificato gli attentati in Pakistan, mettendone a dura prova la sicurezza nazionale.
Mercoledì 1° luglio 2026 i talebani afghani hanno rivendicato raid aerei su territorio pakistano, mentre Islamabad rivela di aver abbattuto diversi droni rudimentali che sorvolavano la strategica regione del Baluchistan (area che si espande tanto sul territorio afghano meridionale quanto su quello pakistano occidentale).
Questo episodio è solo l’ennesimo esempio di come si stiano irrimediabilmente, ormai da diversi mesi, deteriorando i già delicati rapporti tra i due attori asiatici.
La Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha riportato, il 29 giugno 2026, che almeno 28 civili sono stati uccisi in attacchi aerei effettuati dal Pakistan su territorio afghano.
Islamabad sostiene di rispondere alle milizie talebane islamiste che agiscono all’interno dei propri confini e accusa Kabul di sostenere quest’ultime con lo scopo di minare la sopravvivenza dell’attuale Repubblica Islamica pakistana. Il governo afghano si distacca, almeno in linea ufficiale, dagli attacchi terroristici, definendone gli autori come un «fenomeno interno alle questioni pakistane».
Il calcolo dei morti, dal 27 febbraio 2026, supera le centinaia ed è in costante aumento. A poco servono i diversi tentativi di dialogo diplomatico mediati, tra gli altri, da Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Russia.
Il Ministero degli Esteri russo si è espresso lunedì 30 giugno: «La Russia esorta Islamabad e Kabul a porre fine al conflitto armato e a risolvere le questioni controverse attraverso mezzi politici e diplomatici». Il Dipartimento di Stato statunitense, invece, si è apertamente schierato a favore del Pakistan, dichiarando che Washington «sostiene il diritto del Pakistan di difendersi dagli attacchi terroristici».
Le origini di questo conflitto risiedono tanto nella storia, quanto nella districata e sfuggevole natura degli attori, spesso non ufficiali, che agiscono in entrambi i Paesi.
In seguito al fallimento dei colloqui di pace mediati da qatarioti ed emiratini, entrambi gli Stati hanno dichiarato chiusi i valichi di collegamento lungo l’antica linea Durand. Questa è la linea di confine di epoca coloniale, tracciata dai britannici nel 1893, che tutt’oggi separa Afghanistan e Pakistan per oltre 2600 chilometri.
Nascendo con lo scopo di bloccare l’espansione russa in Asia meridionale, la linea Durand non tenne sufficientemente in considerazione le possibili ripercussioni antropologiche e sociali, spaccando in due la regione del Pashtun e favorendo la nascita negli anni di numerosi gruppi terroristici.
L’incompatibilità di fondo è evidente: mentre Islamabad accusa Kabul di dare sostegno alle forze paramilitari talebane pakistane, il governo afghano si dichiara totalmente estraneo giustificando le azioni militari come difesa necessaria contro gli illegittimi raid aerei.
Entrambi i protagonisti si accusano vicendevolmente di utilizzare proxy. Questa ricostruzione fa riferimento alle due principali forze paramilitari terroristiche che lottano contro i rispettivi governi: lo Stato Islamico (Isis-K) in Afghanistan e il Tehrik-i-Taliban Pakistan (Movimento talebano del Pakistan o Ttp) in Pakistan.
Il 27 giugno 2026 la fazione scissionista del Ttp Jamaat-ul-Ahrar ha rivendicato l’attentato di Karachi sulla costa nordoccidentale pakistana. Un sospetto catturato vivo è stato identificato come cittadino afghano motivando così il raid pakistano del 29 giugno.
Reuters ha riassunto: «I talebani negano di aver dato rifugio ai militanti per attaccare il Pakistan e incolpano l’esercito pakistano di diffondere disinformazione sull’Afghanistan e di aver protetto militanti legati allo Stato Islamico per minare stabilità e sovranità».
La questione Ttp
L’organizzazione più temuta e brutalmente impattante in Pakistan è il già citato Tehrik-i-Taliban Pakistan, ovvero il movimento gemello dei talebani afghani.
Lo scopo degli attentatori pakistani è quello di abbattere le fondamenta dell’intero sistema per riconvertirlo in un nuovo emirato sudorientale (sulla scia del vicino Afghanistan) ed imporre la sharia (la legge islamica) a livello nazionale.
Il Global Terrorism Index del 2025 parla del Ttp in modo preoccupante: «Il Tehrik-e-Taliban è emerso come il gruppo terroristico in più rapida crescita, con un aumento del 90% delle vittime attribuite. Le vittime accertate aumentano a 558». Islamabad accusa apertamente Kabul di dare rifugio, sostenere e finanziare il movimento accogliendolo nelle vaste aree montuose desertiche delle regioni sudorientali.
Viene inoltre denunciato il presunto appoggio di Nuova Delhi che, in quanto storico avversario del Pakistan, ha riallacciato i rapporti con gli afghani dopo la riconquista di Kabul del 2021 dopo la ritirata statunitense.
Il rapporto tra talebani afghani e leadership pakistana è sempre stato ambiguo. Nonostante la sua vicinanza con gli Stati Uniti, il Pakistan diede concreto sostegno ai talebani in rivolta contro i governi filoccidentali insediatisi a Kabul. A prova di ciò, Asim Munir, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito pakistano (Pak Fauj), aveva definito l’Afghanistan un «vicino fraterno».
Durante gli ultimi giorni di guerra civile, in seguito alla ritirata statunitense, l’allora Primo ministro pakistano, Imran Khan, si congratulò con il popolo in rivolta per aver «spezzato le catene della schiavitù».
L’amministrazione di Islamabad, erroneamente, si convinse di poter contare sull’aiuto dei talebani afghani per contenere e combattere il Ttp (i cui attacchi erano drasticamente diminuiti durante l’ultimo decennio in seguito alla mastodontica operazione antiterroristica Zarb-e-Azb del 2014).
Questa fu un’interpretazione azzardata: i talebani di Kabul tutt’oggi hanno bisogno del sostegno dei gemelli pakistani per contenere le milizie sovversive dello Stato Islamico (Isis-K).
Fino alla fondazione dell’Emirato Islamico del 15 agosto 2021, giorno dell’occupazione di Kabul e della caduta della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, il Pakistan è stato vicino ai rivoluzionari talebani e ha goduto di un netto ridimensionamento del Ttp all’interno dei propri confini.
I rivoluzionari afghani, dal canto loro, hanno trovato riparo tra le fila del Movimento Talebano pakistano durante l’invasione statunitense del 2001 e hanno contato sull’appoggio territoriale, logistico e militare lungo tutta la guerra civile dell’estate 2021.
In sostanza, gli afghani hanno fatto tesoro sia del sostegno militare pakistano, sia di quello della controparte oltre il confine.
Una probabile escalation
Questa la situazione attuale: ogni linea diplomatica fallisce miseramente e l’impossibilità comunicativa destabilizza le forze in gioco. Entrambi i Paesi hanno proxy, ognuno con propri obiettivi specifici e dissidi interni, che faticano a controllare.
L’esercito pakistano può contare su centinaia di migliaia di unità in più rispetto a quello afghano, del quale, inoltre, non si conosce con esattezza l’armamento aereo. L’arsenale pakistano, in conclusione, può contare su quasi 200 testate nucleari.
Nonostante l’evidente precarietà dell’armamento afghano di fronte a quello di Islamabad, sarebbe incauto provare a prevedere l’evolversi della situazione nel prossimo futuro e quasi impossibile fare previsioni in logica di vittoria o sconfitta. Durante i secoli, il complicato e sfaccettato popolo afghano ha dimostrato ampiamente la propria resistenza.
I talebani sono tra i combattenti di terra più temibili e resilienti in assoluto. La storia ha testimoniato la ritirata delle truppe coloniali inglesi, la fine dell’espansionismo sovietico e il disastroso ritiro delle forze statunitensi.
Il titolo ‘‘Cimitero di imperi’’ è da tempo triste monito per qualunque potenza tenti di oltrepassare gli insidiosi confini afghani.
Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/68/Taliban_On_the_Doorstep_%288153255174%29.jpg
