Il 23 giugno 2026 la Commissione europea ha dato il via libera all’istituzione dei primi due Regional Cable Hubs per la protezione delle infrastrutture sottomarine. Il primo sorgerà nel Mar Baltico, con coordinamento finlandese.
Il secondo sarà nel Mediterraneo e vedrà l’Italia alla guida insieme a Grecia, Cipro e Malta. La misura rientra nel piano europeo da 347 milioni di euro destinato alla sicurezza e alla resilienza dei cavi sottomarini.
La scelta ha un peso che supera la dimensione tecnica. Con questi due hub Bruxelles individua i principali spazi marittimi in cui la vulnerabilità delle infrastrutture subacquee è ormai diventata una questione strategica. Il Baltico rappresenta il laboratorio più avanzato della minaccia. Il Mediterraneo, invece, concentra un intreccio più ampio di rotte digitali, approdi energetici e tensioni geopolitiche.
Il ruolo assegnato a Roma non dipende soltanto dalla sua collocazione geografica. Il Paese è stato indicato perché negli ultimi mesi ha costruito una base politica e istituzionale più definita di quella di molti altri partner europei.
L’hub mediterraneo arriva quindi come riconoscimento di una preparazione già avviata, non come semplice investitura formale, come ha lasciato intendere la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen nel motivare la scelta della Commissione.
Il passaggio decisivo è la Legge n. 9 del 26 gennaio 2026, primo intervento organico nazionale sulla sicurezza delle attività subacquee. Il provvedimento affida alla Presidenza del Consiglio la regia del settore, rafforza il coordinamento tra attori civili e militari e consolida la cornice di protezione per cavi e condotte di interesse nazionale.
Prima ancora della decisione europea, lo Stato aveva già iniziato a trattare il fondale come spazio di sicurezza. Il testo, infatti, istituisce anche l’Agenzia per la Sicurezza delle Attività Subacquee, un organismo che coordina la sorveglianza dei fondali italiani integrando capacità civili e militari già esistenti.
I due atti non sono episodi separati ma le tappe di un percorso che ha portato Roma a presentarsi con un quadro normativo e operativo già definito nel momento in cui l’Europa cercava un Paese in grado di assumere quella guida. Resta da capire su cosa, esattamente, l’Italia dovrà esercitarla.
Il punto sensibile del Mediterraneo
Il baricentro della vulnerabilità mediterranea è la Sicilia. Sulle sue coste si concentra una quota rilevante dei collegamenti tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia, con approdi tra Palermo, Catania, Mazara del Vallo, Pozzallo e Trapani, che fanno dell’Italia il quarto Paese al mondo per numero di cavi sottomarini.
A questa densità digitale si aggiunge quella energetica, perché circa il 49% del gas in ingresso nel Paese passa da infrastrutture sottomarine. La centralità geografica coincide così con una forte concentrazione del rischio.
Le landing station, i punti in cui la rete arriva a terra ed entra nel sistema nazionale ed europeo, restano il segmento più fragile della catena proprio per la loro accessibilità fisica. Un danno localizzato in prossimità di questi snodi può avere effetti sproporzionati su comunicazioni, servizi e attività economiche. In un’area così concentrata, la ridondanza attenua l’impatto ma non elimina la vulnerabilità.
I precedenti nel Baltico lo dimostrano. Dai gasdotti Nord Stream sabotati con esplosivo nel settembre 2022 al Balticconnector danneggiato l’anno dopo, fino ai cavi tranciati dalla Yi Peng 3 nel novembre 2024 e all’elettrodotto Estlink 2 colpito dalla petroliera Eagle S il 25 dicembre dello stesso anno.
Il bilancio complessivo restituisce la portata del fenomeno. Secondo il Bulletin of the Atomic Scientists, tra il 2022 e la fine del 2025 si contano almeno undici incidenti nel solo Baltico, l’ultimo il 31 dicembre 2025 su due sistemi dell’operatore svedese Arelion.
È proprio questa ambiguità di fondo, tra errore, negligenza e sabotaggio, a rendere il dominio subacqueo un terreno ideale per esercitare pressione senza mai rendere riconoscibile l’intenzione ostile.
Per leggere questa esposizione conviene distinguere tre piani. Il primo riguarda la protezione fisica di cavi, condotte, approdi e tratti costieri. Il secondo riguarda la capacità operativa, cioè sorveglianza, sensoristica, mezzi unmanned, coordinamento informativo e rapidità di intervento. Il terzo riguarda il controllo strategico, vale a dire la possibilità di incidere su proprietà delle reti, priorità del sistema e standard di funzionamento.
È proprio sulla rapidità di intervento, il punto debole del secondo piano, che si concentra l’azione più recente dei Regional Cable Hubs. Oltre a istituirli, la Commissione ha lanciato nel giugno 2026 un bando da 40 milioni di euro per rafforzare la capacità europea di riparazione d’emergenza dei cavi.
Sul terzo piano affiora un limite più profondo. Difendere un’infrastruttura non significa controllarla, né deciderne autonomamente sviluppi e dipendenze future. Gli hyperscaler statunitensi controllano circa il 90% della capacità sulla rotta transatlantica.
Google possiede in esclusiva cavi come Dunant e Grace Hopper, mentre Meta ha lanciato Project Waterworth, un sistema da 50 mila km destinato a collegare cinque continenti. Sorveglianza e proprietà restano due questioni distinte.
A complicare il quadro contribuisce infine la delimitazione incompleta delle Zone Economiche Esclusive. Nel Mediterraneo persistono aree in cui la presenza di infrastrutture critiche non corrisponde a una giurisdizione pienamente definita.
Questo non impedisce la sorveglianza, ma la rende meno lineare sul piano politico e operativo. È su questo terreno, più che sulla sola centralità geografica, che si misurerà la credibilità del ruolo affidato a Roma.
La posta in gioco
Per l’Italia si apre ora una fase in cui il riconoscimento politico dovrà tradursi in capacità materiale. Ottenere la guida dell’hub mediterraneo è un punto di partenza, non un risultato acquisito. La prova vera sarà dimostrare di poter presidiare non solo il coordinamento, ma anche i segmenti più critici della filiera, a partire dall’intervento rapido quando un cavo viene danneggiato o interrotto.
Qui il ruolo di Roma può assumere un peso molto più rilevante. Se il coordinamento politico verrà collegato a una base tecnico-industriale nazionale, il Paese potrà candidarsi non soltanto come punto di osservazione del Mediterraneo, ma come centro di intervento, ripristino e supporto operativo.
Se questo salto non avverrà, la guida dell’hub rischierà di restare soprattutto formale, mentre le capacità più decisive continueranno a dipendere da mezzi limitati o da soggetti esterni.
Il margine di crescita esiste perché l’Italia dispone già di una filiera in consolidamento. Fincantieri ha indicato l’underwater come uno degli assi del proprio piano 2026-2030, con investimenti per circa 1,9 miliardi di euro. A questo si aggiunge una strategia di acquisizioni già avviata.
Il rilevamento del business subacqueo di Leonardo tramite Wass Submarine Systems per 287 milioni e l’acquisto di Remazel Engineering per 78 milioni disegnano una filiera che guarda alla protezione delle infrastrutture critiche come mercato in espansione.
La sfida dei prossimi anni non riguarderà soltanto l’aumento dei mezzi tradizionali, ma la capacità di integrare piattaforme con equipaggio e sistemi unmanned dentro una stessa architettura di sorveglianza, ispezione, manutenzione e risposta.
A tal riguardo, Saipem, altra eccellenza italiana del dominio subacqueo, dispone già della linea Hydrone, progettata per operazioni underwater in profondità e per attività di monitoraggio e intervento sulle infrastrutture sottomarine.
La collaborazione annunciata tra Fincantieri e Saipem nel subsea va letta proprio in questa chiave, perché punta a combinare veicoli autonomi, unità navali e applicazioni dedicate alla protezione dei sistemi sottomarini più sensibili.
Se Roma riuscirà a far convergere questi elementi, l’hub mediterraneo potrà diventare il perno di una strategia più ampia. Non più soltanto un centro di coordinamento informativo, ma una piattaforma capace di unire monitoraggio dei fondali, capacità di ripristino, cooperazione regionale e crescita industriale.
Il punto di svolta starebbe qui, perché la credibilità italiana dipenderà sempre meno dalla sua posizione geografica e sempre più dalla possibilità di offrire una risposta efficace al problema europeo della resilienza.
Esiste però anche uno scenario meno favorevole. Se gli investimenti resteranno frammentati, se la capacità di riparazione non crescerà con sufficiente rapidità e se i sistemi unmanned non verranno inseriti in una dottrina operativa coerente, l’Italia conserverà centralità ma non leadership.
In quel caso resterebbe un nodo essenziale del Mediterraneo, ma non il soggetto capace di orientarne davvero standard, priorità e forme della protezione.
La posta in gioco, quindi, non riguarda soltanto la difesa di ciò che già approda sulle coste nazionali. Riguarda la possibilità per l’Italia di usare il dominio subacqueo come leva di proiezione strategica, di politica industriale e di influenza regolatoria nel Mediterraneo.
Il mandato europeo offre questa occasione. Spetterà ora a Roma decidere se trattarla come un dossier tecnico oppure come una priorità geopolitica di lungo periodo.
Immagine in evidenza: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7d/World_map_of_submarine_cables.png

