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Il Dragone allo specchio: storia e anatomia del “sogno cinese”

Elaborato dall'attuale presidente Xi Jinping, perfettamente esemplificativo dell'idea che la Cina ha di sé e del proprio ruolo nel mondo, il "sogno cinese" rende chiare le intenzioni di Pechino per gli anni a venire

Il sogno di Xi

Nell’agosto del 2008 si tenevano i Giochi della XXIX Olimpiade. In tale circostanza, non sono pochi a ritenere che la medaglia d’oro più significativa sia stata vinta da un concorrente formalmente non iscritto ad alcuna gara, eppure sottoposto per l’intera durata dell’evento a un’attenta valutazione.

All’epoca presidente della scuola centrale del Partito e vicepresidente della Repubblica, Xi Jinping si trovava alle prese con un test politico di prim’ordine, l’organizzazione delle Olimpiadi di Pechino, il cui brillante risultato gli avrebbe spianato di lì a pochi anni la strada per le più alte cariche del partito e dello Stato. D’altronde, era solo l’inizio: in Cina tutti sanno che Xi Jinping è un uomo incredibilmente fortunato.

Fu lui a coniare la formula “sogno cinese” il 29 novembre 2012, in occasione della visita a una mostra presso il Museo nazionale della Cina, all’indomani del XVIII Congresso nazionale del Partito Comunista. La mostra era intitolata La strada verso il rinnovamento e raccoglieva immagini e documenti inerenti la storia cinese dalle Guerre dell’oppio a oggi.

Questi congressi hanno luogo ogni cinque anni nella Grande Sala del Popolo di Pechino, ed è in tale contesto che si tengono le assemblee del partito e che vengono ufficializzati gli avvicendamenti ai vertici del partito. Il XVIII fu quello in cui si decise per la nomina di Xi Jinping a segretario generale, che in questo modo subentrò al suo predecessore Hu Jintao.

Tuttavia, quella non fu la prima volta in cui la parola “sogno” veniva coscientemente utilizzata dalla politica per esprimere un messaggio ideologico e culturale netto. Il precedente va ricercato in quelle stesse Olimpiadi di Pechino organizzate da Xi, quando gli edifici della capitale furono ricoperti da slogan attinenti, più o meno esplicitamente, alla sfera del sogno.

Come evidenzia Giovanna Puppin nell’articolo Come si costruisce un sogno: slogan pubblicitari a servizio delle Olimpiadi di Pechino 2008, probabilmente il contesto olimpionico rappresentò per Xi anche un’occasione per testare l’efficacia persuasiva di quell’espressione che presto sarebbe andata a costituire il fulcro del suo programma politico.


L’idea di rinascita

La genesi dell’idea di una rinascita cinese, su cui si basa la formula del sogno, non va attribuita a Xi Jinping. In seguito al doloroso scontro con l’Occidente avvenuto a metà Ottocento e concretizzatosi nelle due Guerre dell’oppio, in Cina si sviluppò un movimento culturale noto come Nuova Cultura, fautore di riforme sociali e politiche indirizzate a conseguire il medesimo grado di sviluppo occidentale.

Tale movimento divenne anche politico all’indomani del Primo conflitto mondiale, in particolare il 4 maggio 1919 (data da cui prenderà il nome), quando i cinesi protestarono in massa a Pechino contro le ingiuste condizioni di pace imposte dal trattato di Versailles: infatti, nonostante i cinesi avessero combattuto a fianco dell’Intesa, il trattato conservava i privilegi occidentali e giapponesi in Cina. È in questo preciso momento che prende piede la narrativa dell’Umiliazione nazionale, tutt’oggi argomento di studio nei programmi scolastici e oggetto di discussione in Cina.

Anche Mao aveva parlato di rinascita della Cina, in un momento storico in cui la rivoluzione comunista era anche (e, a certe latitudini, soprattutto) sinonimo di lotta all’imperialismo dell’Occidente e del Giappone. Tuttavia, la svolta più significativa fu apportata dal suo successore Deng Xiaoping, che nel 1982 introdusse il concetto di socialismo con caratteristiche cinesi.

Deng aveva compreso che l’unico modo per conseguire la rinascita della nazione era abbandonare l’ortodossia socioeconomica e l’isolamento politico. La nuova postura cinese, passata alla storia come “riforme (all’interno) e apertura (all’esterno)”, ha avviato quegli stessi processi di trasformazione economica e sociale che oggi portano Xi a parlare di sogno cinese. Al tempo stesso, la dottrina di Deng fu un appello a tutto il popolo cinese per trasformare la Cina in uno stato forte e moderno.

Seguì la teoria delle Tre rappresentatività di Jiang Zemin (1993-2003), secondo cui il partito rappresenta sia le forze produttive più avanzate della società che la cultura più alta della società e la maggioranza della popolazione. La prima di queste “rappresentatività” ad altro non si riferisce che a quella classe imprenditoriale benestante formatasi in seno al nuovo settore privato cinese, quello creato dalle riforme di Deng. L’imperativo di Jiang Zemin era finalizzato a convincere il nuovo strato sociale a contribuire alla costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi, quindi a un fine collettivo.

Il contributo ideologico della quarta generazione di leader, guidata da Hu Jintao, è rappresentato dai due concetti di società armoniosa e visione di sviluppo scientifico, dove il secondo è funzionale al raggiungimento della prima.

È interessante osservare, come fa la sinologa Beatrice Gallelli, che tali visioni politiche, a partire dalla stessa formulazione verbale, prendono progressivamente le distanze dal socialismo, attingendo sempre più all’astrattezza della cultura tradizionale cinese; questo avviene anche alla luce di una società profondamente mutata, molto più eterogenea che in passato, che si rende necessario orientare verso un comune obiettivo.

È quindi evidente come ogni generazione abbia apportato un proprio incremento teorico alla teoria maoista di partenza, adattandosi alle sfide del proprio momento storico. La successione delle generazioni di leader che si passano il testimone, al pari di una dinastia, permette al partito di restare al passo con i tempi e di legittimarsi anche al di fuori di un sistema puramente socialista (anche dal punto di vista religioso, per esempio, la capacità della dirigenza del partito di interpretare mutamenti storici del fattore umano ha portato Xi a compiere una svolta significativa dei rapporti con il Vaticano). Il “sogno cinese” di Xi deve essere quindi interpretato sulla base di questa continuità.

Un nuovo ruolo per Pechino

Nella visione di Xi, il sogno riguarderebbe ogni cittadino cinese, che oltre a coltivare i propri progetti di vita individuali nutrirebbe comunque dentro di sé il desiderio di “realizzare il grande ringiovanimento della nazione”. Perché ciò abbia luogo, è necessario il conseguimento di due obiettivi tanto concreti quanto pregni di un alto valore simbolico.

Il primo consisteva nel trasformare la Cina in una “società moderatamente benestante” entro il 2021, centesimo anniversario del Partito Comunista Cinese (Pcc), e oggi viene considerato raggiunto; il secondo, invece, è quello di farne une nazione completamente sviluppata entro il 2049, cento anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare, e almeno in teoria passa per la riunificazione con Taiwan.

Si tratta quindi di costruire una Cina immune dalle influenze straniere e capace di imporre una propria agenda sulle principali questioni internazionali: per questo motivo, tale percorso di ringiovanimento non può non passare per la politica estera. Si comprende pertanto la radice del suo ritrovato attivismo sulla scena internazionale, specialmente dopo il basso profilo tenuto dall’ex presidente Hu Jintao, durante quelli che Xi Jinping ha definito spregiativamente “dieci anni perduti”.

Dal piano di pace cinese per il conflitto tra Russia e Ucraina ai legami stretti con numerosi Paesi in Medio Oriente, Africa e America Latina; apparentemente proficuo è stato il recente tentativo di mediare tra Iran e Arabia Saudita. Pechino non ha certo fatto mistero della sua volontà di favorire la nascita di un nuovo ordine internazionale “multilaterale”, alternativo a quello attuale americanocentrico.

Nel 2015 è iniziata la riforme dell’Esercito popolare di liberazione, in base al presupposto per cui «un Paese ricco ha bisogno di un esercito potente», come ha dichiarato il vicepresidente della Commissione militare centrale Xu Qiliang. Negli ultimi anni il Dragone ha dato vita a tre distinti progetti di sviluppo, sicurezza e civiltà globale, per il momento estremamente vaghi ma che dovrebbero consentirgli, in sinergia con la Belt and Road Initiative (Bri), di espandere notevolmente la propria influenza all’estero dal punto di vista tecnologico, militare e culturale.

La scelta stessa di chiamare quest’ultima anche con il nome di “nuove Vie della seta” e inaugurarla ad Astana risponde alla chiara intenzione da parte di Pechino di recuperare l’idea di una Cina come “centro del mondo”, propria della concezione imperiale (d’altronde la parola cinese per Cina, Zongghuo, significa proprio questo). L’esito positivo dei negoziati tra Iran e Arabia Saudita viene attribuito da Pechino proprio al suo piano di sicurezza globale, soprannominato Global Security Initiative (Gsi) e accolto molto positivamente da molti Paesi del sud del mondo, africani in testa.

In numerose regioni, infatti, Pechino promuove organizzazioni internazionali a guida cinese o comunque svincolate dall’influenza statunitense, come la Conferenza Cina-Corno d’Africa per la pace, la governance e lo sviluppo (dove ha dichiarato di sostenere una soluzione «delle questioni africane in modo africano») e la Comunità dell’America Latina e Stati dei Caraibi.

Il rafforzamento di istituzioni multilaterali è coerente con il progetto di conferire a Pechino il ruolo di portavoce del Sud del mondo, a tutela di quei Paesi che, nella loro diversità, non condividono gli stessi valori occidentali. Pechino sa che solo in un mondo multipolare disporrebbe della libertà d’azione necessaria a realizzare l’auspicato ringiovanimento della nazione.

Molto più di un sogno

Una Cina ritornata all’antico splendore significa una Cina nuovamente protagonista dopo la lunga crisi che, dalla metà Ottocento, l’ha vista esclusa se non schiacciata dal sistema delle relazioni internazionali. L’obiettivo è il ripristino di quella grande civiltà fiorita 1500 anni fa, all’epoca della dinastia Tang, caratterizzata da equilibrio, prosperità e autorevolezza della Cina nel mondo.

Il sogno cinese è quindi un obiettivo nel futuro, ma anche il ritorno del passato: in questo si distanzia dal sogno americano, che prevede una crescita dal basso collegata al mito del self-made man.

Con questa manovra ideologica, il governo cinese vuole trasmettere un senso di continuità storica tra l’era imperiale, il periodo comunista e la Cina attuale; il messaggio indirizzato ai propri cittadini e al mondo è che si tratta della stessa grande nazione che in passato, la quale è stata alle prese con una caduta temporanea ma che adesso è sul punto di rialzarsi. In altre parole, non si tratta di un semplice sogno, bensì di un modo per congiungere la Cina comunista con quella imperiale.

Così facendo, Xi spera anche di amalgamare le varie forze presenti nel Paese, e quindi Cine altrimenti inconciliabili, tanto dal punto di vista culturale quanto sociale, armonizzando in un unico corso storico quella che si concepisce come una civiltà millenaria. Resta da capire se Xi riuscirà a rispondere alle sfide concrete che i tempi gli sottopongono, a cominciare dal rallentamento della crescita.


A tal proposito, l’anomala rielezione per la terza volta consecutiva alla presidenza viene interpretata da alcuni come una presa di consapevolezza da parte della dirigenza del partito del fatto che è lui l’uomo adatto per affrontare gli attuali problemi del Paese e abbattere quindi le barriere che separano la realtà dal sogno.


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Foto in evidenza: “Chinese dragon asset heraldry” by User:Sodacan is licensed under CC BY-SA 4.0. By DoD photo by Erin A. Kirk-Cuomo – Cropped from File:Leon Panetta and Xi Jinping in Beijing, Sept. 19, 2012.jpg, original source Flickr: 120919-D-BW835-045, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21466538

Stefano Dal Canto

Studente di Lettere moderne presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, inseguo un tipo di cultura capace di uscire dai grigi studioli accademici per suscitare un riscontro concreto nella realtà che ci circonda. Per Aliseo scrivo articoli dal taglio prevalentemente storico e sociologico, con una particolare predilezione per l'America Latina.

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