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Il Medio Oriente e gli attori esterni – a cui prodest lo status che si è creato

La causa palestinese ormai da anni ha perso mordente presso le élite dei Paesi Arabi ma di quanto è accaduto il 7 ottobre hanno oggettivamente tratto vantaggio alcuni attori esterni

La ricerca del bandolo in una matassa tanto intrecciata è esercizio che rischia di diventare vano o fuorviante quando si vogliano indagare origini e dinamiche di quanto sta accadendo in Medio Oriente, a ormai tre mesi dall’inizio delle nuove ostilità. La storia in questo caso non fornisce esiti dirimenti e tanto, forse troppo, è già stato scritto: conviene quindi focalizzarsi sul presente e il futuro a breve. 

Forse mai come negli ultimi anni la regione aveva vissuto momenti di relativa calma. Gli Stati Uniti in ritirata hanno indotto le potenze locali a riorganizzare il sistema di alleanze e protezioni, così i Patti di Abramo siglati nell’agosto 2020 hanno sancito la normalizzazione dei rapporti fra Israele, Emirati Arabi e Bahrein (per restare nell’area ristretta), mentre un accordo simile con l’Arabia Saudita sembrava in dirittura d’arrivo. Esiste perfino un fumoso accordo di distensione fra Arabia Saudita e Iran firmato lo scorso mese di marzo con mediazione di Pechino e volto a ottenere una “pace fredda” nell’interesse reciproco, di non semplice attuazione stanti le ambizioni divergenti ma in qualche modo gestibile; accordo che fra l’altro aveva portato a tacere le armi all’interno dello Yemen.

Ma non sempre ciò che si vede in superficie rispecchia quanto avviene in profondità, soprattutto all’interno di Stati che spesso fondano la loro integrità e ragione d’esistere sulla deterrenza interna ed esterna. È il caso dell’Iran, al cui interno si scontrano diverse sensibilità, nodi che stanno venendo al pettine con l’avanzare dell’età della sua classe dirigente; linee incoerenti che possono coesistere fino a quando una di esse finirà per prevalere. In politica estera l’accordo col rivale saudita contrasta con il conclamato appoggio ad Hamas, soprattutto in considerazione che entrambe le operazioni non hanno radici recenti: da anni esistono trattative mediate dai cinesi e da almeno un anno Teheran poteva essere al corrente sull’imminenza dell’attacco. Stando a quanto rivelato dal New York Times con il report denominato Jericho Wall, della sua preparazione erano al corrente addirittura i servizi israeliani. 

Molti analisti hanno visto dietro l’attacco del 7 ottobre la mano dell’Iran, le cui convenienze in tal senso non mancano. È stato uno di quei colpi di bigliardo in cui la stecca colpisce la pallina, questa semina lo scompiglio sul tavolo e la partita ritorna in alto mare. Tutto da rifare, esattamente quanto ambiva Teheran per ragioni connesse all’equilibrio dei poteri interni e intese a evitare un fronte israelo-saudita, che l’avrebbe di fatto isolata nella regione.

Dal momento che i recenti avvenimenti non sono figli della tattica e ancor meno dell’industria bellica palestinese, le intelligence un giorno potrebbero far emergere quali sono stati gli ispiratori e i tutori dell’operazione. Fin da ora sono tuttavia ravvisabili gli attori che possono godere di una rendita di posizione o ne hanno indirettamente beneficiato. Oltre al già citato Iran anche Mosca ne ha tratto innegabile vantaggio, dove Putin vede alleggerire la pressione mediatica e militare dell’Occidente sull’Ucraina. Attenzioni, voci e armi vengono provvidenzialmente deviate, consentendogli di raggiungere l’inverno senza sostanziali perdite territoriali nel Donbass e con la possibilità di riempire gli arsenali in vista di un contrattacco nei prossimi mesi sulle infrastrutture, tali da permettergli quantomeno di congelare il conflitto nel lungo periodo. 

Dopo la partecipazione a supporto di donne e studenti iraniani che chiedevano maggiori libertà in seguito all’uccisione di Mahsa Ahmadi e della solidarietà verso l’Ucraina aggredita, recentemente le piazze occidentali si sono riempite di manifestanti pro Palestina, contribuendo a portare l’attenzione su temi meno spinosi per Russia e Iran, ma al contrario ispidi per Israele e il suo protettore americano, tanto da far dichiarare a Putin che la guerra in Medio Oriente è solo un’ulteriore conferma che la pax americana nella regione è fallita e il mondo dominato dagli Stati Uniti va derubricato quale poco gradevole memoria del passato.


Sull’attacco di Hamas l’atteggiamento della Russia è stato quello di equidistanza sospetta, preoccupata soprattutto ad approfittare del momento senza acquisire ulteriori nemici. L’incontro di fine ottobre al Ministero degli Esteri di Mosca con il viceministro degli Esteri iraniano Ali Bagheri Kani e un rappresentante di Hamas, Abu Marzuk e i più recenti scambi telefonici a tre, avrà suscitato le ire di Tel Aviv ma serve per fare il punto fra parti che condividono una comunanza d’interessi; al momento non è dato sapere quanto voluta o cercata, ma faranno il possibile per trarne i maggiori vantaggi nel nome delle rispettive cause.

La Russia ha anche da perdere in questa partita. La Siria, dove sono presenti basi russe, rischia una nuova fase convulsiva e i pretendenti a che ciò accada non mancano; inoltre gli attacchi israeliani in territorio siriano potrebbero provocare incidenti, rischiando d’innescare un’escalation (ad esempio se venissero colpiti militari russi) che Mosca deve evitare, tanto per la strategicità che riveste il Mediterraneo orientale quanto perché un suo coinvolgimento la costringerebbe a “scegliere” schierandosi apertamente contro Israele, cosa che non vuole fare. Altro versante delicato e a rischio di destabilizzazione sono le regioni caucasiche e musulmane presenti nel suo territorio; la gestione della questione armena non ha di certo arricchito il suo soft power, le rivendicazioni locali sono sempre latenti e l’impegno in Ucraina continua a non permettere una presenza attiva su molteplici fronti.

Pertanto l’esigenza è quella di mantenere l’incendio a un livello accettabile, che scaldi ma non divampi. Consapevole che quando si spegneranno i riflettori su Gaza le luci provocate dalle esplosioni nel Donbass torneranno ad abbagliare di riflesso i cieli occidentali, nel breve termine la Russia ne esce rafforzata ma se il tutto dovesse degenerare le conseguenze di un contagio sarebbero enormi, stante lo sforzo in atto sul fronte ucraino. Evitare il boomerang è l’imperativo.

Altri beneficiari della situazione venutasi a creare in Medio Oriente sono il Qatar e gli Emirati Arabi, assurti al ruolo di mediatori interessati a guadagnare centralità e influenza nella regione, non senza qualche rischio. In particolare il primo riesce a perseguire una diplomazia di “equivicinanza” con entrambi gli schieramenti. Da un lato ha finanziato Hamas, socio di minoranza all’interno della Fratellanza Musulmana, tramite generose donazioni volte a sostenere l’economia – e non solo quella – di Gaza con operazioni che transitavano regolarmente via Israele, tanto per non passare inosservati.

Dall’altro si profila sempre più quale affidabile interlocutore sui dossier spinosi: dopo il negoziato sul ritiro dall’Afghanistan del 2021, Gaza rappresenta un banco di prova dove l’equilibrismo di Al-Thani può portare indubbi benefici all’Emirato, corroborato anche dalla leva esercitata da fonti energetiche in questo momento fondamentali per l’Europa. Con minor spudoratezza anche gli Emirati Arabi ospitano emissari di ogni genere e tendenza, guadagnando ulteriore peso diplomatico al quale ambiscono da tempo.

L’evitabilità dell’allargamento del conflitto sembra non essere solo una speranza. Nonostante la veemente, e per molti esagerata, reazione israeliana su Gaza a oggi l’unico fuoco a supporto di quest’ultima viene dalla bocca dei leader dei Paesi islamici, le cui invettive sembrano essere messe in campo più per compiacere una piazza inferocita e partecipe. Il corollario di manifestazioni in favore dei palestinesi non può essere trascurato a quelle latitudini e i toni variano a seconda di interessi in ballo e indole del capo.  

Il fronte settentrionale al confine col Libano ha registrato ostilità limitate, provocazioni che hanno seminato morte ma non sono (ancora) sfociate in guerra aperta. Solidarietà attiva a Gaza senza trascendere in situazioni di non ritorno.  Sebbene gli ayatollah iraniani abbiano più volte mandato messaggi forti sia direttamente che tramite Hezbollah, non è stato dato loro l’ordine di muoversi incisivamente. Se fosse stato per liberare la Palestina avrebbero cercato di approfittare del momentaneo stordimento di Israele nei giorni immediatamente successivi all’attacco, anche se la concomitante presenza di due portaerei americane nell’area sembra essere lì proprio per impedire questa evenienza. Al tempo stesso si sono registrati e persistono vari gradi di ostilità con lancio di missili e colpi di mortaio dal Libano, cui hanno fatto seguito reazioni finora simmetriche dal versante israeliano, facendo tuttavia registrare un centinaio di morti fra le fila di Hezbollah.

Mai come in questi tempi le relazioni internazionali registrano intese estemporanee, fondate più sulla necessità di contrastare un nemico comune che su orientamenti attivi. A titolo d’esempio, l’India è alleata degli Stati Uniti in veste anticinese (Quad) ma non aderisce alle sanzioni con la Russia seguite alla crisi ucraina, al contrario ne approfitta per acquistare idrocarburi a buon mercato. Lo stesso Israele – pur appartenendo al campo occidentale ma con 3 milioni di russofoni all’interno del proprio stato – non percepisce la Russia come un nemico, tanto che come l’India non ha partecipato all’imposizione di sanzioni e ha cercato una mediazione dopo le prime settimane di guerra. Allo stesso modo Cina, Russia, Iran e Corea del Nord ognuna per ragioni proprie si trovano unite nella sfida contro l’Occidente a guida americana, pur avendo agende e interessi divergenti su molti altri temi. Non vere e proprie alleanze, ma convergenze a cilindrata variabile come il supporto reciproco su specifici dossier di comune interesse.


La millantata soluzione di due stati indipendenti d’Israele e Palestina appare quale asserzione convenzionale per evitare un imbarazzante silenzio di fronte alle domande dei giornalisti, con l’unica alternativa di ammettere che allo stato attuale una soluzione politica non è ravvisabile. L’ostilità reciproca sedimentata che sfocia in un programma di estinzione del nemico, il problema dei coloni in Cisgiordania, l’impossibilità di garantire una governance credibile e al tempo stesso pacifica a un popolo (o forse due) educato all’odio fin da quando è nella culla, lo status di Gerusalemme e, non ultima, l’impossibilità di garantire la contiguità territoriale fra Cisgiordania e Gaza, fanno sì che la formula idealmente più logica in realtà resti inapplicabile. Non tutte le storie devono avere una fine all’orizzonte: questa sembra essere una di quelle. 

Nella patria dei profeti esserlo in questo momento è operazione ambiziosa. Presto o tardi le tensioni caleranno d’intensità e tutto tonerà come prima o forse un po’ peggio, fino al momento in cui qualche attore esterno volgerà nuovamente lo sguardo a fini propri e strumentalmente premerà sul detonatore della Causa, con l’unico e non dichiarato obiettivo di risolvere problemi avulsi dalla questione palestinese.

Foto in evidenza: By Picture taken by Justin McIntosh – Originally uploaded at a different location, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1157033

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